Omofobia in Africa: come evitare letture fuorvianti

manifestanti lgbt al gay pride in uganda
Una marcia per i diritti LGBT a Entebbe, in Uganda

Due ragazzi si incontrano in un albergo di Bamako, la capitale del Mali, si chiudono in camera e iniziano a fare sesso. Gli impiegati dell’hotel, però, sospettano qualcosa e riescono a sorprendere i due giovani nel pieno del rapporto. I due omosessuali sono gettati per strada, dove nel frattempo si è radunata una folla che tenta di linciarli. Schiaffi, calci e pietre colpiscono i ragazzi, ma l’intervento degli agenti di sicurezza dell’albergo gli salva la vita [Maliweb].

Non tenere conto solo delle leggi omofobe

La storia, visto che è stata diffusa sui social network e che ha qualche passaggio poco chiaro, potrebbe sembrare una bufala, se non fosse per un video diventato virale, in cui si vedono i due giovani aggrediti da uomini inferociti, che li minacciano di morte, e poi portati in salvo. L’omofobia in Mali è forte e mette a rischio la sopravvivenza stessa delle persone, nonostante il fatto che nel paese africano nessuna legge condanni l’omosessualità.

I toni della stampa del continente confermano la pericolosità dell’omofobia sociale. Il sito Côte d’Ivoire News, per esempio, sembra compiaciuto nel ricordare che l’aggressione in Mali “mette in guardia coloro che dovessero tentare di rivendicare la propria omosessualità”, concludendo con un suggerimento agli omosessuali che reclamano diritti: “Considerando la determinazione delle popolazioni nel dargli battaglia e nell’essere pronte anche a linciarli a morte, non farebbero meglio a rinunciare?”.

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Attenzione a cosa si nasconde dietro il dito

Le legislazioni sono sicuramente importanti, ma non sono una chiave di lettura e di giudizio esauriente o sufficiente: la situazione è molto più complessa. Lo dimostra, per esempio, l’arresto all’aeroporto internazionale di Kigali, in Ruanda, dell’ugandese Kasha Jacqueline Nabagesera, una delle attiviste lesbiche più famose al mondo. La donna è stata fermata (e poi rilasciata) con accuse di ubriachezza e cattiva condotta, come ha scritto la polizia su Twitter, ma lei accusa su Facebook le autorità ruandesi di averla arrestata con motivazioni politiche, per spaventarla e fare un piacere al presidente ugandese Paul Kagame, di cui l’attivista è una dichiarata oppositrice.

D’altra parte l’Uganda è quello stato su cui aleggia da anni la minaccia del “Kill the Gays Bill”, la proposta di legge per l’introduzione della pena di morte per le persone omosessuali [Il Grande Colibrì], e in cui le autorità hanno proibito all’ambasciata dei Paesi Bassi di proiettare in un festival del cinema europeo “De eetclub” (Il club della cena), film di Robert Jan Westdijk del 2010 accusato di “glorificare l’omosessualità” (sic!), ma anche di presentare scene scabrose come “baci davanti ai bambini”, “donne che fumano” o “persone che bevono vino insieme” (sic!) [Facebook]. Insomma, si possono inventare grandi scuse per non fare emergere – o fare emergere solo in parte – le motivazioni omofobe di arresti e censure.

Non tutto è così semplice come appare

Insomma, per capire e valutare l’omofobia in Africa (ma la regola vale anche altrove!), non bastano le leggi, ma neppure le semplificazioni e gli schematismi. Per esempio, se è vero che le proposte più crudelmente anti-gay avanzate in Uganda nascono nelle chiese evangeliche fondamentaliste (soprattutto statunitensi), non si può neppure negare che esistono pastori che difendono coraggiosamente i diritti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali), come ha dimostrato anche la celebrazione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia nella capitale ugandese Kampala [Le Monde].

Anche i giudizi affrettati sulle notizie nascondono delle insidie. Prendiamo, per esempio, l’appello che Mothers Union Uganda (Unione delle madri Uganda), branca locale di un’organizzazione anglicana internazionale, ha lanciato alle scuole affinché non espellano più gli studenti omosessuali: bella iniziativa, vero? No. Come ha spiegato la presidentessa dell’associazione, Ruth Sennyonyi, lo scopo è risolvere il problema all’interno delle singole scuole per evitare che il vizio si estenda anche al loro esterno. La ministra del genere e della cultura, Peace Mutuuzo, le ha dato manforte, proponendo di ricorrere a “spie” per identificare lesbiche e gay tra i banchi [All Africa].

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Le cose cambiano – ma in quale direzione?

Si capisce perché molte persone LGBTQIA ugandesi fuggono e cercano rifugio in altri paesi, a partire da quelli confinanti. Molte si sono rifugiate in Kenya, dove il trattamento riservato dalla polizia è spesso inaccettabile, come dimostrano le fotografie pubblicate da Oblogdeeoblogda di alcuni profughi omosessuali picchiati dalla polizia e costretti a dormire sui marciapiedi davanti ai cancelli di un centro dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Peter Njane, direttore dell’organizzazione LGBTQIA Ishtar, racconta a NBC News anche di un rifugiato gay affetto da gravi condilomi anali lasciato senza cure per più di un anno.

Ishtar ha aperto nella capitale keniana Nairobi una clinica gestita solo da omosessuali, una struttura a cui gli uomini che fanno sesso con altri uomini possono rivolgersi senza la paura di subire le pesanti discriminazioni che sono la norma negli ospedali pubblici e negli studi medici privati. La clinica non offre trattamenti medici, ma solo consulenze e media con alcune strutture pubbliche e organizzazioni non governative per garantire cure “protette” ai pazienti, grazie a un atteggiamento finora conciliante del governo. In futuro le attività dell’organizzazione potrebbero ampliarsi. O restringersi, magari seguendo l’esempio della Tanzania [Il Grande Colibrì]. “Dovreste già saperlo: in Africa le cose cambiano” dice Njane, un po’ timoroso.

L’omofobia non è ineluttabile, ma trionfa

E che le cose cambiano lo dice anche Olumide Makanjuola, direttore esecutivo di The Initiative for Equal Rights (L’iniziativa per l’uguaglianza dei diritti; TIERS), questa volta in tono speranzoso: in Nigeria la cultura e il movimento LGBTQIA acquistano sempre più visibilità e, secondo un sondaggio di NOI Polls, negli ultimi due anni è cresciuta la percentuale di persone che accettano le minoranze sessuali e che rifiutano discriminazioni nella sanità e nell’educazione. La stessa ricerca, però, indica che il 90% resta convinto che la Nigeria sarebbe un paese migliore senza le persone LGBTQIA. E cresce dall’86 al 90% la quota di nigeriani che ritengono giusto criminalizzare i rapporti omosessuali.

Le ambivalenze del sondaggio mostrano ancora una volta la complessità dei processi culturali: i dati positivi mostrano che l’omofobia non è ineluttabile, mentre quelli negativi dipingono il quadro fosco della Nigeria di oggi. Che è il paese in cui due ragazzi che si coccolano in macchina possono essere aggrediti e abusati dalla polizia: “Ci hanno fatti spogliare nudi e ci hanno fatto stendere per terra, poi ci hanno presi a calci con i loro stivali sulla schiena, sul sedere, sulla testa” racconta un giovane alla Thomson Reuters Foundation. Troppo spesso di semplice c’è solo la violenza.

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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