L’Uganda è di nuovo sotto i riflettori da quando si è tornato a parlare della ripresentazione della legge “Kill the gays”, che avrebbe voluto introdurre la pena capitale per le persone che compiono “atti contro natura”. Ora la proposta sembra accantonata, ma ha comunque scatenato una nuova ondata di violenze contro la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). Se molti dei casi di aggressione a persone appartenenti a minoranze sessuali o presunte tali sono portate avanti da gruppi di privati cittadini, spesso sono le stesse forze dell’ordine a intimidire i componenti della comunità.
Droga o omosessualità?
È il caso della retata svolta nella notte tra domenica e lunedì in un noto locale pubblico della capitale Kampala. La notizia è stata data dalla testata locale Canary Report, che ha però ha presentato l’operazione come se si trattasse di una semplice retata antidroga. A supporto di tale tesi il portavoce della polizia Patrick Onyango ha presentato l’intervento delle forze dell’ordine nel quadro della recente legge contro narcotici, droghe e sostanze psicotrope, mostrando immagini delle shishe sequestrate e di mozziconi di presunti spinelli ritrovati nel locale. A finire in carcere sono state ben 127 persone, due delle quali rilasciate già nella giornata di lunedì, mentre per le altre si prospetta un processo per direttissima, secondo quanto annunciato da Onyango.
Tuttavia la stessa Canary Report, attraverso il suo account Twitter, ha dato il via a una ridda di commenti omofobi legati al fatto che il locale è notoriamente un luogo di ritrovo conviviale molto frequentato la domenica sera da clientela omosessuale. È quindi molto probabile che la polizia e l’esercito siano intervenuti per intimidire la comunità LGBTQIA: nessuno stava compiendo azioni sessuali considerate reato, ma si utilizzerà la nuova legge ugandese che prevede pene da uno a cinque anni per il possesso anche solo di una minima quantità di qualunque tipo di sostanze psicotrope o narcotiche, e fino a 25 anni per il loro scambio o per la vendita.
Matrimoni in Liberia?
Un’altra notizia di cronaca che racconta di violenze contro le persone LGBTQIA arriva dalla Liberia, un altro paese con una legislazione omofoba e un’intolleranza popolare fomentata da interpretazioni religiose molto tradizionaliste. Nei dintorni di Monrovia, la capitale del paese, si sarebbe svolta una festa gay, durante la quale, secondo le frammentarie cronache, si sarebbero celebrati venti matrimoni omosessuali. A un certo punto della cerimonia alcuni dei promessi sposi sarebbero usciti in strada ad attendere i futuri mariti e sarebbero stati notati dai vicini che hanno organizzato un raid.
Secondo i media locali, uno degli attaccati avrebbe perso un dente, ma non ci sarebbero altri danni a persone. Gli assalitori hanno invece provocato danni all’edificio che ospitava la cerimonia e avrebbero distrutto alcuni cartoni che “presumibilmente contenevano i lubrificanti usati dalle persone durante la sodomia”. La polizia, intervenuta a quanto sembra quando già l’aggressione si era consumata, non ha rilasciato dichiarazioni e ha unicamente provveduto a rimettere in sesto il cancello della proprietà, abbattuto dalla folla inferocita.
Michele Benini
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