Attivisti LGBT in Uganda: la mostra di Soligno a Milano

Una foto della serie "Let them show their faces"

Lasciamo che ci mostrino le loro facce: questo invito diventa un paradosso, quasi una provocazione, negli scatti del fotografo italiano Aldo Soligno che raccontano con grande espressività e originalità la drammatica realtà degli attivisti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) in Uganda senza – appunto – mostrarne il volto. L’interessante mostra “Let them show their faces”, già proposta a Modena [Il Grande Colibrì], può essere visitata fino al 4 novembre a Milano, allo Spazio aperto San Fedele (via Hoepli 3A). Abbiamo chiesto a Soligno di presentarci il suo lavoro e le storie che ha raffigurato.

Come nasce il suo progetto fotografico? E come lo ha realizzato?

Il progetto è nato subito dopo la promulgazione della legge anti-gay nel febbraio del 2014 [Il Grande Colibrì]. In quel momento, insieme alla mia agenzia Echo Photojournalism, abbiamo deciso che dovevamo documentare quello che stava avvenendo. Non appena è stato possibile sono partito per l’Uganda per incontrare gli attivisti LGBT del paese e parlando con loro ho anche scoperto che era prassi comune per i tabloid del posto pubblicare in prima pagina decine di immagini di presunti omosessuali sotto il titolo di “Impiccateli”. Vedendo quelle immagini ho deciso che oltre al servizio di reportage classico avrei voluto realizzare qualcosa di ancora più forte ed espressivo…

Kampala. Uganda. M. 24 years old
Kampala. Uganda. M. 24 years old

Sono nati così i ritratti degli attivisti di spalle e in controluce?

Sì, queste immagini dove si vede solo la silhouette della persona raffigurano un ipotetico negativo dei ritratti pubblicati a scopo diffamatorio dai tabloid. Inoltre è stata anche una decisione precauzionale: nel caso la polizia o qualcuno fosse venuto in possesso della mia macchina fotografica non avrebbe comunque potuto riconoscere l’identità delle persone fotografate. Nel mio lavoro di reportage alcuni visi sono ben visibili, e questo perché quelle persone sono già state diffamate pubblicamente e riconosciute come omosessuali dalle autorità. Altri attivisti che ho incontrato, invece, non sono ancora noti e non potevo rischiare lo diventassero per causa mia.

Com’è la vita quotidiana di queste persone?

Purtroppo la loro vita quotidiana è molto complessa. Siccome basta il sospetto o un gesto troppo effemminato o mascolino, a seconda del genere sessuale, per essere additati come omosessuali e quindi condannati, vivono nascosti, nell’ombra. I movimenti, le uscite, i contatti con gli estranei sono pericolosi e quindi ridotti al minimo, e questo rende quasi impossibile vivere una normale quotidianità. Anche andare a fare la spesa o uscire di casa può voler dire doversi esporre al rischio di linciaggio o di arresto.

Vivono in uno stato d’animo molto pesante…

Sì, hanno enormi scompensi emotivi e stati di ansia. Molti di loro, poi, cadono nell’alcolismo, che gli sembra l’unica possibile via di evasione dalla prigione domestica. In realtà, anche se non ancora scoperti, vivono già tutti una condizione di arresto domiciliare precauzionale. Perché, come dicevo, uscire di casa per loro vuol dire rischiare la galera, se non la vita.

Le sue fotografie, nei loro contenuti e nelle scelte stilistiche, partono dall’Uganda, ma diventano universali: secondo lei, cosa possono raccontare al pubblico italiano?

Io vorrei che chi osservasse le mie immagini possa immedesimarsi in quei contorni di luce. Dopotutto, non essendoci il volto di nessuno, ognuno può immaginarvici il proprio. Vorrei quindi che fosse un monito a non giudicare il prossimo. Perché qui quell’assenza di volto, e quindi di identità, si riferisce a una mancanza di diritti relativi alla sfera della sessualità, ma lo stesso concetto può essere replicato per qualunque discriminazione o violazione di libertà o di diritto umano: tutti possiamo diventare quell’ombra all’interno della silhouette.

Kampala. Uganda. A. 24 years old
Kampala. Uganda. A. 24 years old

Più volte il nostro sito ha preso posizione contro l’uso costante di immagini choc, di immagini violente, per raccontare gli abusi e le uccisioni che avvengono nel mondo: lei cosa ne pensa?

Io penso che a volte le immagini forti ci vogliano: sono una testimonianza, una prova inconfutabile di ciò che sta avvenendo, per quanto atroce o crudele. Non è l’immagine ad essere violenta, ma l’atto che essa ritrae, ed io penso che serva testimoniare fino a quale limite brutale siamo capaci di arrivare come esseri umani. Anche solo per rendercene conto e non poter dire: “Non sapevamo”.

Pensavo alle immagini dei ragazzini gay torturati in Russia, senza che ne venisse oscurato il volto [Il Grande Colibrì], o alla diffusione a cuor leggero delle fotografie della propaganda del gruppo Stato islamico in cui presunti omosessuali vengono gettati dai tetti [Il Grande Colibrì]: non si rischia di suscitare una risposta di pancia immediata, ma effimera?

Credo che come in tutte le cose ci voglia buon senso, anche perché l’eccesso di immagini forti rischia di anestetizzarci: per questo personalmente cerco di scattare immagini che lascino spazio alla ragione piuttosto che alla pancia. Soprattutto penso che se il mio intento sarà quello di scioccare, allora difficilmente riuscirò a catturare l’attenzione di chi la pensa diversamente da me. Se invece punterò sulla ragione, allora avrò qualche possibilità in più di instaurare un dialogo e uno scambio di idee, e quindi potrò essere più costruttivo.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì

gay in Uganda - 4

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