Se dessi retta alla vocina che mi martella nelle viscere, io questo articolo lo inizierei e lo finirei con una sola, semplice frase: il razzismo fa schifo al cazzo. Punto e fine. Arrivederci e buona giornata. Sarebbe comodo, comodissimo! In un nano secondo avrei praticamente risolto la questione alla radice e mi sarei risparmiato un sacco di maledizioni a me e alla mia dannatissima voglia di sproloquiare a nastro. “A che cazzo serve un nuovo articolo sul tema?! – chiede la vocina impertinente – In fin dei conti ne hai già scritto uno nemmeno un anno fa e la tua opinione era chiara come le acque di un ruscello! A che ti serve rompere ancora i coglioni alla gente?!”.
A nulla, forse, però in un certo senso scrivere queste righe serve a me per cercare di mettere ordine nel marasma di pensieri che mi si affollano nella mente. Parlare di razzismo mi provoca sofferenza, e me ne provoca soprattutto perché mi costringe a fare i conti con una realtà che, detta con estrema franchezza, preferirei di gran lunga ignorare. Quale sarebbe questa realtà, o per meglio dire questa verità, è presto detto: nemmeno io, che pure sono un ragazzo afro-discendente, sono purtroppo immune al fottutissimo virus della discriminazione e del pregiudizio.
Fa schifo dirlo, ma è così, e conviene che si sappia fin dall’inizio perché altrimenti la gente potrebbe pensare che chi scrive queste righe sia una specie di santo con l’aureola. No, col cazzo! Se c’è qualcosa che mi viene facile è sbagliare le cose e commettere degli errori madornali, quindi tranquill@, amic@! Non sono qui per farvi la paternale, né tantomeno per fungere da esempio di virtù e perfezione! Tutto quello che chiedo è semplicemente di cercare insieme una soluzione a un problema che, miseria ladra!, ha degli effetti veri, dolorosi e concreti, se non proprio violenti e mortali.
Mettersi in discussione
Per quanto possa risultare faticoso e complesso, prendere coscienza dei propri limiti è davvero il primo passo da fare per correggere il tiro e provare a prendere la giusta direzione. Certo, le critiche non fanno mai piacere a nessun@, ma è pur vero che nascondere la testa sotto alla sabbia non aiuta a risolvere le questioni.
Lo sa bene Rhammel Afflick, ex volontario di lungo corso del Pride di Londra, che, pochi giorni fa, si è dimesso dal suo incarico di responsabile delle comunicazioni del Pride, affidando le motivazioni del suo gesto a un’accorata lettera aperta. Nella sua missiva di commiato, Afflick si dice estremamente dispiaciuto di abbandonare l’organizzazione che per sette anni è stata il suo mondo e la sua casa, ma che al contempo gli ha dato anche parecchie delusioni: com’è possibile, si chiede, che un’organizzazione importante come il Pride londinese, che dovrebbe essere un punto di riferimento per tutta la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali), sia invece così sordo e impermeabile alle richieste e alle necessità delle altre minoranze?
“All’interno della dirigenza esiste una deplorevole riluttanza ad accettare che la liberazione delle persone LGBTQIA dovrebbe andare di pari passo con la lotta contro il sessismo, l’abilismo, il razzismo e ogni altra forma di discriminazione” ha sottolineato con amarezza Afflick, che proprio a causa di questa colpevole reticenza ha deciso di lasciare il movimento. Non è il solo, comunque: l’incapacità dei vertici di prendere decisioni concrete e tangibili ha infatti provocato l’indignazione e lo scontento di numeros@ altr@ volontari@ che si sono infine allontanat@ dall’organizzazione. Una vera e propria sconfitta, che ha minato davvero molto profondamente la credibilità del Pride londinese.
Niente dita puntate
Come ha affermato Afflick al termine della sua lettera, il cambiamento non è soltanto auspicabile ma assolutamente necessario. Non si può più aspettare, bisogna davvero fare in fretta, prendere in considerazione le voci, tutte le voci, di chi per troppo tempo è stat@ costrett@ a tenere la testa bassa senza poter esprimere una propria opinione. Certo, non sarà semplice e non sarà nemmeno una passeggiata. E no, non basteranno nemmeno due o tre frasette a effetto o qualche slogan sbraitato a favore di telecamere per rendere possibile il cambiamento: di parole ne sono state dette abbastanza, ora penso sia davvero arrivata l’ora di passare ai fatti.
Nessuna rivoluzione, per carità: se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi mesi è che partire lancia in resta e spron battuto è il miglior modo per finire in bocca ai casini, e francamente parlando in un periodo come questo c’è bisogno di tutto fuorché di lotte all’ultimo sangue e inutilissime divisioni. Se ci sono delle difficoltà (e porca miseria, ce ne sono un sacco!), si affrontano insieme, senza storcere tanto il naso e la bocca e senza puntarsi il dito contro peggio che se fossimo al torneo internazionale di “Cerca il colpevole del giorno”. Non siamo qui per fare la conta dei nostri difetti o per elencare tutto ciò che avresti-potuto-fare-ma-non-hai-fatto-brutt@-stronz@-egoista-che-non-sei-altro!
Cambiare è necessario
Se vogliamo sconfiggere il razzismo e, di riflesso, ogni altra forma di pregiudizio e di discriminazione le parole d’ordine dovrebbero essere a mio avviso “umiltà” e “cooperazione”. Non siamo perfett@, non siamo invincibili, non siamo immutabili ed etern@: il cambiamento fa parte di noi e del nostro processo di crescita. Negarsi la possibilità di sbagliare e di evolvere proprio in ragione degli errori commessi significa in buona sostanza impedirsi di diventare un po’ migliori.
Vale per le questioni inerenti al tema in analisi, ma vale un po’ per tutto. Il mio è un discorso generale, e direi anche personale visto che il primo a dover fare i conti con ciò che non va di se stesso sono proprio io. E lo faccio, lo faccio molto volentieri perché fin tanto che non sradicherò le stronzate dalla mia mente di certo non potrò pretendere di insegnare qualcosa ad altr@. È un percorso lungo e difficile, lo ammetto, ma è anche un cammino che mi rende orgoglioso di me e di quello che sto diventando. Prima o dopo i risultati si vedranno sicuramente. Prima o dopo tutti gli sforzi che sto facendo, anzi che stiamo facendo, verranno ricompensati. Io ne sono sicurissimo. Bisogna solo continuare a lottare.
Nicole Zaramella
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da Matthew Henry (CC0) / Il Grande Colibrì / da Carrie Kellenberger (CC BY 2.0)


