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La Serie A italiana, i produttori di automobili tedeschi Mercedez-Benz e BMW, il produttore di videogame statunitense Bethesda Softworks, il costruttore di computer cinese Lenovo… Sono sempre più le organizzazioni e le aziende al centro di critiche per aver proposto nelle pagine social il proprio logo in versione rainbow per celebrare il mese dell’orgoglio LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali)… ma che si sono “dimenticate” di mostrare questa modifica nelle pagine destinate alle aree del pianeta (principalmente il Medio Oriente) in cui i diritti delle minoranze sessuali sono meno riconosciuti. Insomma, sono a favore dell’uguaglianza quando si tratta di raccogliere clienti, ma tacciono quando l’uguaglianza non viene riconosciuta…

Soldi agli omofobi

Basterebbe questa incoerenza per capire quanto, nella maggior parte dei casi, la battaglia per i diritti portata avanti dalle multinazionali sia questione solo di marketing e ipocrisia. Ma in realtà dietro tanti loghi aziendali rainbow a volte c’è qualcosa di persino peggiore del silenzio. Popular Information, per esempio, ha fatto le pulci ad alcune grandi imprese statunitensi che non solo hanno colorato di arcobaleno i propri marchi, che non solo si sono impegnate con l’associazione queer Human Rights Campaign (Campagna per i diritti umani; HRC) a promuovere pubblicamente i diritti delle minoranze sessuali, ma che soprattutto hanno preso un bel 100% nell’indice sull’uguaglianza della stessa HRC.

Popular Information ha calcolato quanti soldi alcune di queste aziende hanno versato per finanziare parlamentari a livello federale a cui la stessa HRC ha assegnato un incredibile 0% (leggi: totale avversione per ogni riconoscimento di diritti alle persone queer) e ai principali promotori a livello statale delle leggi contro le persone trans: si tratta di milioni di dollari. Solo per citare le società più famose in Italia, l’operatore via cavo Comcast e la compagnia telefonica AT&T hanno versato più di 1,1 milioni di dollari ciascuno, le compagnie petrolifere Exxon Mobile  e Chevron circa 600mila dollari ciascuna, Google 483mila, Amazon 459mila… Tra le grandissime solo una non ha finanziato i politici più omobitransfobici: Apple.

stati uniti dollari soldiLa censura di Apple

Alt, non corriamo. Neppure Apple va santificata. Perché se si salva nell’inchiesta di Popular Information, è al centro di un’altra ricerca, quella di Fight for the Future (Combattere per il futuro). Questa organizzazione non profit, che si batte da dieci anni contro la censura sul web e per difendere la privacy online, ha controllato la disponibilità di 50 app LGBTQIA+ in 152 App Store, scoprendo 1.377 casi in cui queste app non sono accessibili. Ovviamente (o forse no), questa censura è molto più diffusa nei paesi in cui le minoranze sessuali sono più perseguitate: l’Arabia Saudita (28 app inaccessibili), la Cina (27), seguite da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.

A sorpresa, le app più censurate non sono quelle più orientate agli incontri sessuali: il primo posto, con una censura in ben 144 App Store su 152, va a WeBelong, una chat non solo LGBTQIA+ per persone che cercano amicizie, consigli e supporto in base a diversi interessi. Subito dietro troviamo invece Hinge, una app esplicitamente dedicata alle relazioni amorose di lungo corso, non accessibile da 135 App Store. Hinge è l’unica applicazione non presente in Italia insieme alla cinese Blued, la più grande comunity gay e bisessuale del mondo.

Diritti VS profitti

Di chi è la colpa di questa censura? Sicuramente dei paesi repressivi che la richiedono, ma Apple non può nascondersi dietro un dito, fingendo che non ci siano alternative, denuncia Evan Greer, direttrice di Fight for the Future e musicista trans: “Queste discriminazioni e censure sono possibili a causa del draconiano monopolio di App Store, in particolare della decisione di Apple di impedire l’installazione delle app dal web aperto. E tutto questo per mantenere controllo e profitti“. Per capirci meglio, Android di Google contente di installare le app dal web aperto e in questo modo non impedisce l’accesso a queste app nei paesi in cui vigono leggi repressive.

È una questione di vita e di morte per molte persone queer e trans in tutto il mondo, che spesso trovano una comunità e sicurezza attraverso queste app – commenta Utsav Gandhi, ricercatore di Fight for the Future – È inaccettabile che Apple prosegua con questa politica aziendale, che è profondamente incompatibile con i diritti umani e con la sicurezza delle persone LGBTQIA+“. Sarebbe però sbagliato accusare Apple e le grandi multinazionali di non interessarsi delle minoranze sessuali: ok, considerano i loro diritti in fin dei conti secondari rispetto ai propri profitti, ma sono estremamente interessate ai loro soldi.

Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / elaborazione da PhotoStock (CC0)

 

Pier Cesare Notaro: “Antifascista, attivista per i diritti delle persone LGBTQIA e delle persone migranti, dottore di ricerca in scienze politiche, mi sono interessato da subito ai temi dell’intersezionalità” > leggi tutti i suoi articoli

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