Asia, le trans discriminate alla conquista dei diritti

L’ultima si chiamava Pravallika. “Nel corso degli ultimi mesi – denuncia l’associazione delle transgender indiane Telangana Transgender Hijra Samiti – alle lavoratrici del sesso hijra [persone biologicamente maschili, con ruolo di genere femminile e un’identità di genere appartenente ad un “terzo sesso” distinto da quello maschile e da quello femminile; NdR] sono state lanciate grandi pietre taglienti fino a farle sanguinare, sono state sbattute bottiglie di birra in testa, sono stati inferti pugnalate e tagli con coltelli affilati sulle membra, sul volto e sui genitali, sono stati rubati i ricavi e i risparmi del loro duro lavoro“. A volte le cose vanno peggio e le hijra vengono anche uccise: l’ultima ad essere assassinata si chiamava Pravallika, “una trans allegra, ottimista e piena di vita” (facebook.com).

Nonostante sempre più istituzioni in India si stiano impegnando a combattere la discriminazione e a garantire una vita dignitosa alle hijra (ilgrandecolibri.com), per molte di loro gli unici mezzi di sostentamento rimangono la prostituzione e la carità. Questo significa non solo vivere in condizioni di grande precarietà, ma anche essere alla mercé della polizia, che estorce denaro e prestazioni sessuali. Secondo le attiviste transgender, la polizia non solo è generalmente prepotente e indifferente, ma nella morte di Pravallika potrebbe avere avuto un ruolo più attivo, di vera e propria complicità nell’omicidio. I sospetti nascono soprattutto per “l’insolita urgenza mostrata nel voler dipingere questo caso come una faida tra hijra“. E dal trattamento subito da una di loro, Vainavi (nome di fantasia).

Vainavi è stata fermata perché sospettata, secondo le attiviste infondatamente, di essere implicata nell’assassinio di Pravallika. I poliziotti l’hanno costretta a denudarsi, con il pretesto di verificare se fosse davvero una transgender. “E’ dovuta rimanere nuda per 4-5 ore, mentre la polizia la picchiava e la torturava, mettendo in dubbio la sua identità transgender, dal momento che non è castrata“. La hijra ha spiegato inutilmente che l’identità di genere non è legata ai genitali.

Poi la sua posizione è peggiorata quando ha implorato di riavere i suoi vestiti, spiegando di essere HIV-positiva e che prendere freddo poteva causarle gravi problemi di salute. I poliziotti non solo non le hanno permesso di rivestirsi, ma si sono limitati a “tenere una distanza di sicurezza, indossando mascherine sul naso e sulla bocca” (sic!). Le condizioni di salute di Vainavi ora sono pessime, a cause delle torture e del gelo (facebook.com).

Se la gravità dei fatti raccontati è terribile, le coraggiose denunce pubbliche delle attiviste transgender sono una grande speranza: le hijra non accettano di chinare il capo e combattono strenuamente per i propri diritti, riuscendo sempre più spesso a ottenere importanti risultati. Tra le battaglie di questi ultimi tempi, sta facendo molto discutere la protesta contro il film “I” (Io) di Shankar, regista di grandissimo successo. L’opera è accusata di transfobia, perché dipinge le hijra come predatrici sessuali, e così un gruppo di transgender ha pacificamente messo sotto assedio la casa del regista (asiaone.com), che si è rifiutato di tagliare le scene peggiori del film e avrebbe chiesto l’intervento della polizia (intoday.in).

Tornando alle prostitute transgender, è appena stato pubblicato un rapporto (asiacatalyst.org), redatto da Asia Catalyst con il Beijing Zuoyou Center e lo Shanghai CSW&MSM Center, che dimostra come questo sia il gruppo sociale più discriminato in Cina. In un paese dove tra gli universitari, cioè nella fascia di popolazione più giovane e istruita, solo il 16,8% ritiene che il transgenderismo sia accettabile, le persone transgender, allontanate dalle proprie famiglie, migrano nelle metropoli, dove però la prostituzione è spesso l’unica fonte di sostentamento. Oltre agli abusi da parte dei clienti e della polizia, che si ritrovano tristemente nei racconti delle lavoratrici sessuali di tutto il mondo, le transgender cinesi lamentano anche l’incapacità delle organizzazioni gay nel riconoscere i loro specifici problemi.

Anche in Turchia le condizioni di vita delle persone transgender sono molto simili, anche se qui le associazioni lesbiche e gay sono molto solidali e il movimento trans si è organizzato con grande efficacia negli ultimi decenni. Ora a Istanbul è stato aperto il primo rifugio per donne trans, fondato grazie a donazioni private, legate alle feste islamiche del Ramadan e ad eventi di moda, da Öykü Aym, che spera di ingrandirlo molto presto (radikal.com.tr).

Per fortuna, però, dall’Asia non giungono solo storie di transfobia. In Israele lo scandalo scoppiato pochi giorni fa – quando ad una trans era stato impedito di accedere al muro del pianto a Gerusalemme, davanti al quale le donne hanno conquistato il diritto di andare a pregare nell’ottobre 2013 (jta.org) – sembra ormai poca cosa di fronte all’annuncio che prossimamente le persone transgender potranno cambiare il proprio genere sui documenti senza doversi sottoporre ad un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso (haaretz.com). Si tratterà di un provvedimento che potrebbe migliorare immediatamente e sensibilmente la vita delle persone trans (e che sarebbe bene che venisse adottato anche in Italia).

Di una soluzione simile si sta discutendo anche all’altro capo dell’Asia, a Taiwan, grazie alle aperture del ministro dell’interno Chen Wei-zen. Qui, però, le organizzazioni transgender stanno protestando perché il cambio anagrafico del genere senza intervento chirurgico non solo potrà avvenire solo una volta nella vita, ma sarà anche precluso alle persone che sono sposate o che hanno avuto figli. Inoltre si prevedono tempi molto lunghi per la trasformazione del progetto in legge (taipeitimes.com).

Ma le battaglie delle persone transgender in Asia (che generalmente, a differenza che in Occidente, si identificano in un “terzo sesso“) stanno producendo importanti risultati anche in altri paesi: Kamnoon Sittisamarn, portavoce del comitato che sta riscrivendo la legge fondamentale della Thailandia per conto della dittatura militare, ha annunciato che “stiamo scrivendo le parole ‘terzo sesso’ nella costituzione, perché la società thailandese è progredita. Non ci sono solo gli uomini e le donne e noi dobbiamo tutelare tutti i sessi: noi consideriamo uguali tutti i sessi” (straitstimes.com).

E i diritti delle persone trans, come quelli delle altre minoranze sessuali, dovrebbero essere riconosciuti anche nella nuova costituzione di cui si sta dotando il Nepal, dove prossimamente dovrebbero essere emessi i primi passaporti in cui le meti (le hijra nepalesi) saranno identificate come appartenenti al “terzo sesso” (reuters.com). Vista da oriente, come sembra lontana e arretrata l’Italia, che pure negli anni Ottanta sembrava così all’avanguardia nel riconoscimento della transessualità!

 

Pier
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