La teoria dell’intersezionalità, ideata dalla studiosa femminista Kimberlé Williams Crenshaw nel 1989, descrive come diverse forme di discriminazione e di dominazione (per esempio, razzismo e sessismo) si intreccino e si rafforzino, colpendo con ancora più forza chi appartiene a diverse minoranze statistiche e/o politiche. Questo fenomeno è stato confermato da moltissimi studi, eppure le risposte restano ancora deboli.
Negli Stati Uniti quattro associazioni – la National Black Justice Coalition (Coalizione nazionale per la giustizia per le persone nere), la National LGBTQ Task Force (Task force nazionale LGBTQ), il National Center for Lesbian Rights (Centro nazionale per i diritti delle lesbiche) e Freedom for All Americans (Libertà per tuttə lə americanə) – si sono unite per commissionare allo storico Nathaniel Frank, della Cornell University di Ithaca, un brief di ricerca (una sorta di riassunto di altre ricerche) sui principali studi sulle persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) razzializzate. Frank ha scoperto “un consenso schiacciante” sul fatto che la discriminazione produce “danni profondamente maggiori“ su questa minoranza.
Più discriminatə
Nella popolazione LGBTQIA+, il 31% delle persone bianche afferma di aver subito discriminazioni nel corso dell’ultimo anno, ma la percentuale sale al 43% tra le persone razzializzate. E quando si aggiunge un terzo elemento di discriminazione i numeri salgono ancora: le donne sono più colpite degli uomini. Uno studio sullə giovani LGBTQIA+ razzializzatə mostra inoltre come le discriminazioni razziali (subite dal 53% del campione) siano state più frequenti di quelle omobitransfobiche (41%).
L’omobitransfobia, comunque, colpisce molto di più le persone razzializzate che quelle bianche, come mostra la frequenza molto diversa nei casi di insulti e abusi verbali legati alla diversità sessuale nelle interazioni con la polizia (24% nel campione razzializzato contro l’11% in quello bianco) e durante i colloqui di lavoro (32% contro 13%). A questo proposito, l’ambiente di lavoro particolarmente ostile produce tassi di disoccupazione maggiore e minori entrate. Non sorprende allora che le persone nere LGBTQIA+, rispetto a quelle cisgender eterosessuali, vivano più spesso in nuclei familiari a basso reddito (56% contro 49%) e soffrano più spesso di insicurezza alimentare (37% contro 27%).
Non è un destino
Se ormai è noto che le discriminazioni aumentano i rischi per la salute mentale e fisica, causando ansia e depressione e aumentando il ricorso a sostanze nocive per la salute come alcol, tabacco e droghe, ovviamente la discriminazione doppia o tripla amplifica questi problemi. Basta un dato per capire la drammaticità della situazione: è già tragico sapere che il 12% delle giovani persone LGBTQIA+ bianche ha tentato il suicidio, ma questi numeri schizzano al 18% nella popolazione latino-americana, al 21% in quella nera e addirittura al 31% in quella indigena.
A proposito di tentati suicidi tra giovani, però, Frank sottolinea un dato positivo: il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha portato a una loro forte diminuzione. Ecco, la buona notizia è proprio questa: la discriminazione non è un destino e la politica e la società, se lo vogliono, possono fare molto per abbatterla. “Questo brief di ricerca – scrive lo storico – chiarisce come la discriminazione infligga danni concreti alle persone LGBTQIA+ di colore e come siano necessarie e urgenti politiche pubbliche che riflettano quello che la ricerca ci dice sulla possibilità di ridurre questi danni“.
Siamo la soluzione
Servono leggi contro ogni tipo di discriminazione, ma anche buone pratiche all’interno delle organizzazioni e delle associazioni. Servono progetti di sostegno alle minoranze nelle scuole e nelle comunità, facilitando l’accesso ai servizi. Serve formazione per insegnanti, per chi lavora nella pubblica amministrazione, per le famiglie. Servono programmi specifici per combattere l’ansia, la depressione e la tendenza al suicidio tra le persone più giovani.
Serve, aggiungerei io, anche rendersi conto del problema e capire quanto non sia mai esterno a noi. Bisognerebbe capire che abbiamo tuttə un ruolo in questo complicato intrecciarsi di discriminazioni e logiche di dominio, che lo vogliamo o no, anche quando non siamo tra chi opprime direttamente e consciamente o tra chi subisce l’oppressione direttamente: possiamo combattere rumorosamente questo status quo o possiamo continuare a goderci in silenzio i nostri privilegi, di cui restiamo responsabili anche quando non riusciamo a vederli.
Pier Cesare Notaro
©2021 Il Granda Colibrì
immagini: elaborazioni da Sarah Pflug (Burst) / da Philip Boakye (CC0)
Pier Cesare Notaro: “Antifascista, attivista per i diritti delle persone LGBTQIA e delle persone migranti, dottore di ricerca in scienze politiche, mi sono interessato da subito ai temi dell’intersezionalità” > leggi tutti i suoi articoli



