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Originario di Odessa, in Ucraina, Evgenij Vasilkevich “Dovlatov” è un giovane attivista per i diritti civili, nonché uno dei fondatori del movimento FEMEN, resosi protagonista nel passato recente di clamorose provocazioni nei riguardi di figure politiche e religiose. Si avvina alle proteste di piazza note come Euromaidan che esplodono a Kiev nell’autunno 2013 che portano al rovesciamento della presidenza del filo-russo Viktor Yanukovich, che a sua volta segna la crisi dei rapporti tra Kiev e Mosca aprendo le porte all’annessione russa della Crimea e alla guerra del Donbass, tutt’ora in corso in Ucraina orientale.

Il corso dell’Ucraina post-Maidan porta Evgenij “Dovlatov” a criticare il nuovo presidente Petro Poroshenko e a denunciare pubblicamente le pesanti responsabilità della polizia e dell’apparato di sicurezza. A soli 25 anni queste prese di posizione costano a Evgenij “Dovlatov” un arresto arbitrario: quella che gli viene mossa è l’accusa, del tutto infondata, di far parte di un presunto gruppo separatista foraggiato da Mosca.

Dopo essere stato violentato e minacciato di essere ucciso, Evgenij “Dovlatov” viene costretto a collaborare con il Sluzhba Bezpeky Ukrayiny (Servizio di sicurezza dell’Ucraina; SBU), cioè con i servizi segreti. I compiti che deve svolgere riguardano la disinformazione: deve ripulire, sulla base della sua esperienza e delle sue capacità giornalistiche, l’immagine pubblica delle figure politiche controllate e protette dall’SBU, screditare giornalisti critici e oppositori, creare false poste su spedizioni punitive e omicidi.

Dopo oltre un anno Evgenij “Dovlatov” riesce a fuggire in Olanda, dove presenta la richiesta d’asilo politico qualificandosi come ex-agente dell’SBU: a distanza di quattro anni dalla sua fuga si trova ancora in una struttura di accoglienza per rifugiati, mentre la sua richiesta rimbalza contro un muro di gomma. Sulla carta, i Paesi Bassi e l’Unione Europea considerano l’Ucraina un paese sicuro per le comunità non eterosessuali e per gli oppositori politici, ma il suo caso e numerosi rapporti di organizzazioni non governative palesano l’evidenza del contrario.

Pubblichiamo di seguito la traduzione in italiano della lettera con cui Evgenij Vasilkevich si è rivolto al re Guglielmo Alessandro dei Paesi Bassi per raccontare la propria vicenda.

A Sua Maestà il Re dei Paesi Bassi Guglielmo Alessandro Nicola Giorgio Ferdinando, Principe di Orange, Principe dei Paesi Bassi, Principe di Orange-Nassau, Mr. Van Amsberg

Vostra Maestà!

Evgenij Vasilkevich, un cittadino ucraino, vi sta scrivendo. Dal 2017, da ormai quattro insostenibili anni, mi trovo nel campo per rifugiati sito in Jachthuisweg 6d, 7796 HJ, Heemserveen, che assomiglia più a un campo di concentramento che a un luogo in cui si accolgono rifugiati e profughi.

È la mia prolungata permanenza in questo luogo di abusi psicologici ad avermi portato alla disperazione e costretto a rivolgermi a voi. Spero che possiate ascoltare il mio appello.

Ho sempre considerato il Regno dei Paesi Bassi, sul quale voi regnate, come un esempio di democrazia e giustizia. È questo il motivo per cui, quando mi è stata data la possibilità di scegliere un paese tra Stati Uniti, Paesi Bassi e Francia, ho scelto il vostro, dove sono arrivato nel 2017 dall’Ucraina in cerca di protezione e asilo politico.

In Ucraina ho lavorato come giornalista e organizzatore del gruppo FEMEN, divenuto famoso in tutto il mondo per le sue manifestazioni in difesa della libertà di espressione e di altri valori democratici. Mai avrei pensato che io stesso sarei stato vittima di atti illeciti per mano del Sluzhba Bezpeky Ukrayiny (Servizio di sicurezza dell’Ucraina; SBU). Nel 2015, in seguito a innumerevoli e spietate torture, sono stato reclutato contro la mia volontà dall’SBU per venire inquadrato in alcune formazioni paramilitari impiegate per assassinare e massacrare gli oppositori politici delle autorità in carica.

L’SBU in Ucraina si è rivelato essere il successore del famigerato KGB. Dopo la Rivoluzione della Dignità – così come sono stati chiamati in Europa gli accadimenti in Ucraina del 2014 – le modalità delle forze dell’ordine non sono migliorate in alcun modo e i dissidenti politici hanno continuano a essere repressi con minacce e ricatti, così come gli ucraini in genere.

Nel 2017, sono stato aiutato a lasciare il paese da alcuni ufficiali dell’SBU che non volevano avere a che fare con i tentativi di bloccare la mia partenza. Così sono arrivato nei Paesi Bassi: sono arrivato qui con una valigetta colma di prove che dimostrano i crimini commessi dall’SBU contro la mia persona, e soprattutto contro la società ucraina e l’umanità intera.

Adesso, in seguito alle torture subite per mano dell’SBU, soffro di disturbi da stress post-traumatico (PTSD). È un disturbo psicologico grave, divenuto per me un angosciante ricordo degli orrendi abusi che ho dovuto sopportare nell’Ucraina “democratica”, che i vostri parlamentari riconoscono come un “paese alleato, nel quale i valori europei e i diritti europei sono rispettati e in cui né si infrangono i principi democratici né si commettono crimini contro l’umanità“.

Ma questa è una menzogna! Credetemi, non potrebbe essere più lontana dalla realtà! Gli uffici delle procure e dei tribunali si coprono le spalle a vicenda e agiscono nel più assoluto silenzio. Le decisioni dei tribunali non sono prese seguendo la legge, ma degli ordini! Le forze di sicurezza ucraine reclutano i cittadini con la forza, i ricatti e le minacce, costringendoli a commettere crimini per sfuggire a terribili abusi. Non solo sono stato costretto a commettere svariati crimini: le forze di sicurezza hanno persino tentato di farmi commettere un omicidio su commissione. Sono stato anche obbligato a scrivere falsità per i media europei a riguardo delle presunte “minacce all’Ucraina“.

La seconda parte del sesto paragrafo delle Direttive per il Diritto d’Asilo nell’Unione Europea indica che ogni paese europeo è obbligato a fornire a una persona l’opportunità di presentare una richiesta per ottenere lo status di rifugiato.

Questo può essere interpretato in più modi, a seconda della “richiesta”, in quanto i migranti non sono ancora in possesso di una domanda di asilo compilata al loro arrivo al confine. Nel mio caso, sono in possesso di prove che dimostrano come sia stato perseguitato in Ucraina per la mia attività professionale di giornalista, per aver criticato le autorità, per le mie visioni politiche, per il mio orientamento sessuale e persino per la mia origine (appartengo all’etnia rom). Ci sono prove di sistematiche violazioni dei diritti umani in tutte le loro forme.

Ma l’Immigratie en Naturalisatiedienst (Servizio immigrazione e naturalizzazione; IND) sta ovviamente tentando di portarmi al suicidio, così da non turbare le autorità ucraine, che secondo gli ordini devono essere trattate con “lealtà“. Speravo veramente che, essendo riuscito a fuggire dall’Ucraina, in Europa sarei stato compreso e protetto. Tuttavia, durante la mia permanenza nel campo, la mia fiducia nella giustizia e la mia speranza di essere trattato compassionevolmente dal servizio immigrazione olandese si sono progressivamente affievolite. La mia vita in questo “campo di concentramento” mi è ormai tanto indifferente che ho persino scritto una richiesta di eutanasia. Ma anche questa grazia mi è stata negata dai medici.

Ho provato a far luce sui crimini di cui sono stato testimone. Ho suggerito che i media ucraini pubblicassero materiali compromettenti riguardo alla creazione di “squadroni della morte” sotto il controllo dell’SBU. Sono venuto a conoscenza di importanti crimini a livello internazionale (in particolare, l’assassinio dell’avvocato Yury Grabovsky e di numerosi giornalisti). E, infine, sono a conoscenza dei dettagli degli avvenimenti che hanno portato alla morte del giornalista Pavel Sheremet, fatto esplodere nella propria macchina [nel centro della capitale ucraina Kiev, ndt]. Questo attacco terroristico è stato organizzato ed eseguito dall’SBU e dagli “squadroni della morte” sotto il loro controllo.

Ho reso noti questi fatti durante la mia conferenza stampa tenutasi ad Amsterdam l’8 marzo 2020, così come ho reso noti i documenti e le prove che attestano gli atti di stupro, tortura e abuso subiti dai prigionieri politici per mano degli agenti dell’SBU in alcune carceri segrete. Immaginate il mio stupore quando l’agente dell’SBU Aleksandr Vitalievich Melnik, che mi aveva torturato e violentato nei sotterranei di uno degli uffici regionali dell’SBU nella città di Mykolaiv, si è presentato alla conferenza stampa in questione.

Questa è una storia vera… Nel 2015, sono stato arrestato dall’SBU a Mykolaiv, dove lavoravo come giornalista. Sono stato brutalmente pestato e trascinato nei sotterranei dove sono stato violentato e ustionato con un ferro arroventato. In mia presenza, hanno tagliato la gola a un altro prigioniero e minacciato di farmi la stessa cosa se non avessi accettato di divenire un agente dell’SBU e lavorare per loro. L’operazione che ha portato al mio arresto era stata organizzata dall’SBU con l’aiuto del colonnello Valery Koba, direttore centrale a capo della polizia nazionale a Mykolaiv. La congiura contro di me era motivata anche dalle indagini che stavo svolgendo come giornalista sul traffico di droga a Mykolaiv. Era risaputo che gli ufficiali di polizia, i legislatori e l’SBU coprissero il narcotraffico. Avevo scovato una grande piazza di spaccio. E il 6 giugno 2015, con una telecamera e un permesso stampa, mi sono recato nel luogo dove avveniva la compravendita di droga, in cui mi aspettava un infiltrato, che avrebbe dovuto fingere di acquistare degli stupefacenti. Mentre mi recavo sul luogo, la mia navetta è stata circondata da agenti dell’SBU, tra cui lo stesso Aleksandr Vitalievich Melnik dell’SBU di Mykolaiv.

Per facilitare il mio arruolamento, hanno posizionato una granata F1 nel mio appartamento. Granata che secondo loro io avrei posseduto in quanto intenzionato a compiere un attacco terroristico per conto della [presunta; ndt] organizzazione terroristico-separatista Concilio del popolo di Bessarabia. Sono stati gli stessi agenti dell’SBU a nascondere la granata nel mio appartamento per poi “rinvenirla”.

E tutto questo per aprire un procedimento penale a mio carico, e a carico di altri presunti membri di una organizzazione inesistente denominata Concilio del popolo di Mykolaiv, per mettere me e altre persone in prigione, con l’obiettivo di costringerci a lavorare per loro sotto il ricatto dei procedimenti penali e di pesanti condanne detentive.

Non sarò mai in grado di descrivere il modo in cui sono stato trattato dagli agenti, come mi abbiano portato via dal mio appartamento, nel quale avrebbero “rinvenuto” la granata avvolta tra le coperte nel mio armadio. Naturalmente, mi hanno pestato anche durante il viaggio, per essere sicuri che non opponessi resistenza. Ero disorientato e non riuscivo a pensare. Quando sono arrivato nel cortile dell’SBU di Mykolaiv, c’erano molti altri detenuti accusati di far parte del presunto gruppo terroristico del Concilio del popolo di Bessarabia. Nei giorni a venire, tutte quelle 52 persone sarebbero scomparse nel nulla: cittadini terrorizzati, arrestati nello stesso giorno in un locale e accusati di essere parte di una organizzazione separatista fittizia. Avrebbero successivamente rilasciato interviste solo tre di loro, più precisamente Angelika Shaposhnikova, Sergey Efremov e Victoria Lizneva. Mentre i loro nomi sono divenuti noti, quelli degli altri sono caduti nell’oblio.

Sono stato trascinato fuori dalla macchina. Mi hanno messo la testa in un sacchetto e portato con la forza in fondo a un corridoio. Il luogo si sarebbe poi rivelato essere un garage. Per la paura, temendo che stessero per giustiziarmi, ho urlato e provato a strappare il sacchetto con i denti. Mi hanno portato in una stanza buia, nella quale udivo dei lamenti. Ho realizzato che questi provenivano da un uomo. La stanza non era ben illuminata e c’erano altre persone. Uno sparo è stato esploso appena sopra la mia testa. Senza colpirmi.

E per cosa? Mi hanno chiesto di confessare. Imprecazioni disgustose e rivoltanti… Confessare cosa? Un altro colpo esploso sopra la mia testa. Attraverso il sacchetto, ho intravisto una forte luce, come quella di una torcia. Una fiamma oblunga. Hanno strappato la mia maglietta e mi sono irrigidito. C’era odore di carne bruciata. Poi ho sentito un dolore improvviso, infernale, alla spalla mentre questa veniva ustionata con un oggetto rovente.

Ho urlato per il dolore. Mi hanno gettato su una superficie dura, mi hanno tolto le scarpe, per poi iniziare a bruciarmi i piedi. Di nuovo, l’odore pungente di carne bruciata è giunto al mio naso. Non avevo alcun dubbio sul fatto che mi avrebbero ucciso. Il dolore intenso mi ha stordito. Nel momento in cui hanno rimosso il sacchetto dalla mia testa, ho realizzato di essere in un garage semi-buio. Un uomo avvolto in delle corde sedeva accanto al muro. La sua bocca era stata tappata. Era lui a emettere i lamenti mentre tentava di girare la testa. Al suo fianco, c’erano all’incirca dieci persone. Da quanto ho intuito, erano state loro a trascinarmi lì e a torturarmi. Sono rimasto legato, senza speranza, ma potevo vedere. Mi hanno afferrato per i miei lunghi capelli e hanno forzato la mia faccia fuori dal sacchetto di plastica tramite uno dei buchi così che potessi vedere cosa stava accadendo. Mi hanno detto: “Guarda, questo è quello che accadrà a te”. Di fronte ai miei occhi, hanno lentamente tagliato la gola dell’uomo.

Mentre il sangue usciva, l’uomo continuava a tremare e a lamentarsi. E l’odore dolciastro del sangue sarà impresso nella mia memoria per sempre. Mi capita spesso di avere incubi e di svegliarmi sudato. È divenuto un tormento per me. La consapevolezza che tutto questo rimarrà con me per il resto della mia esistenza mi fa perdere il desiderio di vivere. E la morte non fa più così paura…

Ormai è divenuta attraente per me e la vedo più come una cura e una salvezza. I medici mi hanno spiegato che si trattava di disturbo da stress post-traumatico. Spesso ho paura anche solo di addormentarmi. Alla fine mi hanno spiegato che avrei dovuto confessare. Si era scoperto che ero uno dei capi di un’organizzazione terroristica-separatista chiamata Concilio del popolo di Bessarabia. Ho urlato che non aveva alcun senso. Hanno nuovamente minacciato di uccidermi, mi hanno sparato con una pistola a salve, hanno inscenato il mio funerale, torturato, strangolato e infine violentato. Questo è il motivo per cui voglio raccontare gli orrori accaduti in Ucraina. Non potevo più sopportare la memoria di questi abusi.

Il giorno dopo ho superato il poligrafo in un edificio dell’SBU a Mykolaiv. Così sono passato da leader di una presunta “organizzazione separatista” e criminale a agente dell’SBU. Sono stato successivamente portato a Kiev in una palazzina vicino a Lukyanovka, dove mi hanno presentato i miei nuovi datori di lavoro. Tra di loro c’erano Sergei Sternenko, Nikolai Dulsky, Evgeny Karas, Sergei Filimonov, Maxim Lyulin, Artem Yakovenko, Maxim Chmilev, Kleynos Yuri, Karpov Adam, Denis Kazansky, Demian Ganul, Oleg Sheremet, e più tardi Sergei Sanovsky, Alexander Medinsky, Anastasia Leonova, Gayde Rizaeva e Vitaly Brovko, impiegato del dipartimento “T”. Sarebbe stato lui che mi avrebbe poi aiutato a fuggire nel giorno della “rimozione” dal mio incarico. Lì ho incontrato anche Aleksandr Zolotukhin. Degli altri mi ricordo i nomi in codice e i soprannomi. Per esempio, “Vantus”. Penso che il suo cognome fosse Litvinenko. C’erano anche Rastorguev, Laukhin, Latviansky e Inna Grishchenko. L’ho incontrata nel ristorante Pizza Veterano. Ricordo di una missione per liberare Anton Okorkov, Pyotr Ugrin, Sergei Tishchenko e Vasily Malkovich. Il mio accordo con l’SBU mi aveva reso un criminale. Stavo per essere coinvolto nelle missioni per le uccisioni dell’avvocato Grabovsky e del giornalista Pavel Sheremet. In quel periodo, nel 2015, il corpo di un uomo con la gola tagliata era stato rinvenuto nei pressi della mia abitazione. Secondo gli esami forensi, la data della sua uccisione corrispondeva con quella in cui avevo riportato di aver visto un uomo morire alla stessa maniera di fronte ai miei occhi nel garage.

Dai documenti della procura, è emerso che si trattava di O.V. Ushenko. Sono stato ricattato sulla base di questo omicidio e minacciato di esserne accusato. La mia innocenza per l’omicidio dell’uomo rinvenuto nei pressi di casa mia il 7 giugno 2015 è stata poi dimostrata dalla giornalista investigativa Victoria Koltunova, che ha scritto un articolo su di me. I materiali delle indagini sono in mio possesso e sono inconfutabili.

La procura generale ha aperto un fascicolo contro l’ufficiale dell’SBU A.V. Melnik, per poi chiuderlo nel silenzio generale. Fino a quel momento, mi era semplicemente stato richiesto di scrivere rapporti su eventi e operazioni alle quali avevo assistito. Lavoravo per l’SBU. Ma anche per me era giunto il momento di commettere un omicidio. Più precisamente, avvelenare Dmitri Soin, un politico della Transnistria, ideologo del Narodno-Demokraticheskaya Partiya PRORÝV! (Partito democratico popolare Innovazione), dottore in sociologia. In quel momendo ho realizzato che dovevo lasciare il paese. Sono riuscito a fuggire nei Paesi Bassi con l’aiuto di alcuni agenti dell’SBU. Più tardi hanno iniziato a parlare in diversi paesi europei confermando quanto ho detto. Ma nonostante le mie dichiarazioni, l’IND non presta attenzione agli attivisti per i diritti umani. Amnesty International non vuole prendere posizione poiché l’SBU ha dichiarato ufficialmente che sono stato un loro agente. E, per questo, il mio caso riguarda gli affari interni ucraini. Anche gli attivisti che si battono per i miei diritti sono perseguitati in Ucraina. Recentemente, hanno tentato di assassinare Victoria Koltunova, la giornalista che ha scritto un articolo su di me. Qualcuno ha aperto il fuoco contro la macchina in cui si trovava con il suo avvocato. 11 proiettili sono stati rimossi dal sedile del passeggero sul quale si sarebbe dovuta sedere. Ma fortunatamente si trovava sul sedile posteriore. Come spesso succede in questi casi, si è lasciato che i procedimenti penali per il tentato omicidio di Victoria Koltunova svanissero nel nulla.

Non capisco perché continuino da ben quattro anni a tenermi in un campo senza nessun segnale di speranza che questo incubo finisca e che possa diventare un cittadino di un paese meraviglioso come i Paesi Bassi. Ho visto le richieste di molti altri venire approvate. Molti hanno soltanto dichiarato verbalmente di essere perseguitati nel loro paese di origine in quanto omosessuali, per quanto sia impossibile dimostrarlo oggettivamente. Io vengo torturato da quattro anni nonostante sia arrivato con un pacco pieno di documenti che attestano le persecuzioni subite in Ucraina per ragioni politiche. Mi è ormai chiaro che il governo olandese non rispetta i diritti basilari dei rifugiati. L’IND sta provando in tutti i modi a negarmi la possibilità di ricevere asilo nel vostro paese. E nonostante tutto, dal primo giorno in cui sono arrivato nei Paesi Bassi, dopo che il mio caso è stato rinviato con il pretesto di mancanza di tempo, mi sono appellato al diritto di presentarmi alla corte. Ma anche questo diritto mi è stato negato. Finalmente, dopo tre anni, la mia richiesta di appello è stata depositata presso la corte. Dopodiché un’altra richiesta è stata presentata, ma la corte si è rifiutata di prendere provvedimenti supplementari contro il personale dell’IND per aver ritardato il processo di valutazione della mia richiesta di asilo. Mi è stato persino riconosciuto un risarcimento monetario, che è stato poi negato in quanto l’IND ha richiesto la revisione del caso.

In poche parole, il mio caso potrebbe non essere preso in considerazione per anni e non ho alcuna possibilità di tipo legale per impugnare le decisioni dell’IND. Come se non bastasse, non posso fare ricorso o richiesta presso corti locali poiché l’avvocato è pagato dallo stato e la sua delega consiste solo nell’appellare le decisioni dell’IND. Mi sono rivolto alle organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani. Ma mi hanno risposto di attendere le decisioni dell’IND e che contesteranno quelle. E da parte dell’IND non c’è alcuna risposta. Questo è un circolo vizioso che solo voi, Sua Maestà, potete spezzare.

Non capisco di cosa sia spaventato l’IND. Sono forse le mie rivelazioni? In fondo rilascio interviste ai giornalisti che fanno sembrare il vostro IND un’organizzazione punitiva in combutta con le autorità ucraine e la verità sui crimini commessi dagli “squadroni della morte” rimane lontana dall’attenzione della comunità internazionale. Capisco le motivazioni delle autorità ucraine. Ma mi rifiuto di concepire una complicità del vostro servizio di immigrazione finalizzata a coprire i crimini in Ucraina. Vostra Maestà, solo voi potete spezzare il circolo vizioso che getta la propria ombra sulla reputazione del vostro regno. Vi confesso che sono stanco di lottare per la mia vita, sono disperato e pronto a presentare una petizione per l’eutanasia in segno di protesta contro i procedimenti brillantemente descritti da Kafka nel romanzo “Il processo”. Spero che avrete la forza di valicare gli ostacoli burocratici posti dall’IND e che possiate obbligarli ad agire in accordo con le convenzioni internazionali e le leggi del vostro paese.

 

Evgenij Vasilkevich
il più umile servitore di Sua Maestà

 

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