“El hijo de Fatima”, un corto su terrorismo e omosessualità

fotogramma dal corto lgbt el hijo de fatima
Scena dal cortometraggio LGBT "El hijo de Fatima"

Una madre capace di superare i propri limiti, che decide di percorrere chilometri interi, quelli fisici e quelli del cuore, e un continente, pur di riavere suo figlio. È lei, Fatima, la protagonista di “El hijo de Fatima” (Il figlio di Fatima), cortometraggio a tematica LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) diretto da Carlotta Piccinini e sceneggiato da Mario Piredda, proiettato a Bologna, presso il Cassero LGBT Center per l’evento “Un paese diverso”. In sala erano presenti sceneggiatore e regista. Maurizio Cecconi, tesoriere del Cassero, è stato il moderatore dell’evento.

Carlotta Piccinini è regista, video artista e autrice bolognese. Le sue opere sono state esposte in Italia, Francia, Germania, Russia, Spagna, Polonia, Portogallo, Messico, Brasile, Usa, Bielorussia, Algeria, Senegal, Tunisia e Etiopia. Mario Piredda è un premiato regista italiano. Nel 2017, il suo cortometraggio “A casa mia” vince il David di Donatello per il miglior cortometraggio italiano 2017.

Il progetto, prodotto da Elenfant Film, ci racconta la storia di una madre, Fatima, che parte dal suo Marocco per giungere in Spagna, a Siviglia, per cercare suo figlio. Farà fatica, Fatima, a realizzare il suo obiettivo: nessuno della famiglia ha intenzione di aiutarla. Ma la distanza è solo fisica, suo figlio è nella sua stessa città. Fatima percorrerà la distanza che la divide dal suo caro ed entrerà in quel mondo e in quell’amore, sempre vivo, mai assopito.

Il cortometraggio fa parte del progetto “13.11.” prodotto da Elenfant Film per AMITIE CODE, un progetto di educazione allo sviluppo, coordinato dal Comune di Bologna e cofinanziato dall’Unione Europea. Il progetto “13.11” è composto da sei storie, sei cortometraggi, sei città europee, sei personaggi, sei vite completamente diverse fra di loro. I Paesi coinvolti sono Francia, Spagna, Lettonia, Germania, Portogallo e Italia.

Come nasce il cortometraggio?

Mario Piredda Un giorno ero in spiaggia e ho avuto questa visione: una madre che decide di fare chilometri, di superare un continente, pur di riavere suo figlio. Da qui son partito e devo dire che la sceneggiatura è stata soggetta a diverse trasformazioni. Sapevo già che Carlotta sarebbe stata la regista di questo cortometraggio. La sceneggiatura è stata anche un po’ riscritta con gli attori che Carlotta ha poi scelto: insieme a loro molte cose sono cambiate, molti personaggi sono cambiati. Abbiamo rubato agli attori un po’ del loro vissuto e l’abbiamo portato all’interno della storia. E da qui siamo arrivati alla sceneggiatura finale.

Ho trovato molto bravi gli attori e le attrici di questo cortometraggio. Mi chiedo: sono dei professionisti?

Carlotta Piccinini Gli attori sono persone che non hanno mai recitato in vita loro: è stata la loro prima esperienza di recitazione, sono tutti migranti di seconda generazione. Invece, i due ragazzi, Bilal e Wisam, sono due rifugiati politici, omosessuali, di nazionalità marocchina. Questo progetto è cresciuto grazie all’entusiasmo del team, che è cresciuto con la storia e che ha dato soprattutto soluzioni. Abbiamo avuto moltissimi problemi a trovare questi attori a Siviglia.

Volevamo lavorare con attori non professionisti e migranti veri, quindi ci siamo affidati a delle cooperative per cercare i nostri attori e abbiamo trovato una grossissima chiusura, anche se davamo un salario, seppur basso. Abbiamo riscontrato una notevole chiusura e difficoltà a trovare degli attori che volessero recitare in una storia dove si parla contemporaneamente di terrorismo e di omosessualità. All’inizio avevamo la figura di un padre, il padre di Omar, che abbiamo dovuto eliminare perché nessuno degli uomini marocchini che abbiamo incontrato ha voluto recitare questa parte.

Invece il personaggio di Fatima, Nadia nella vita reale, è una donna meravigliosa. Sono tantissimi anni che vive in Spagna, e sono diversi anni che lavora a Siviglia nel sociale. Quindi parliamo di una persona, di una non attrice, che aveva tutte le caratteristiche e una certa sensibilità per capire veramente come interpretare questa madre.

Gli attori, nel girare e nel sentire questa storia, l’hanno riconosciuta, pur essendo una finzione, come una storia verosimile?

Carlotta Piccinini Assolutamente sì, anche se in realtà quello che posso aggiungere è che sia Bilal sia Wisam sono due rifugiati politici e per arrivare a Siviglia hanno messo diversi mesi. Sono scappati dai loro rispettivi villaggi, proprio perché spesso discriminati e seviziati dalle altre mogli dei loro padri. Questa è la storia che ci ha raccontato Bilal, che ha vissuto sei mesi segregato in uno scantinato, mentre suo padre era malato. La seconda moglie del padre l’aveva rinchiuso in questo scantinato proprio perché sapeva della sua omosessualità. Poi lui è riuscito a scappare. È stato sei mesi a Ceuta, aspettando il visto.

introduzione di Anas Chariai
domande di Maurizio Cecconi
©2018 Il Grande Colibrì

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