I miei mille coming out e mia madre, la mia bambina

quando al coming out mancano le parole
Quando mancano le parole per fare coming out

Ci ho pensato bene, sono stato le ore a pensare alle parole giuste da usare. Ho pensato se questo testo avesse o meno senso, visto che non c‘è traccia alcuna di un reale coming out. Ho pesato le parole? Sì… Sì. Non avete idea di cosa siano state per me, le parole. Parole, parole, parole…

Dopo tante fisime mentali, ho deciso ugualmente di pubblicare questo testo, spero potrete perdonare i miei ritardi, quello di oggi e quelli del futuro. Combattere con le proprie idee richiede uno sforzo sovrumano. Scrivere richiede una forza notevole, richiede il rene, la pelle e il cuore come riscatto.

Parole, parole, parole… Spesso accadeva in cucina, mentre la aiutavo a tagliare le verdure per il cous cous del venerdì. Qualche volta accadeva mentre spazzava in camera mia, quando facevo finta di studiare, ma in realtà mi raccontavo. Qualche volta, mentre camminavamo fianco a fianco per il centro, dopo aver fatto la spesa o essere passati dalla farmacia. Qualche volta, di prima domenica, quando furtivo mi avvicinavo a lei nel lettone, mentre ancora dormiva. Accadeva sulle scale, in fila alla posta, mentre spingevo il carrello della spesa. Sono queste le mie ore con mia madre.

Tutti i miei coming out in quelle ore, e in tutte quelle ore le mie parole, la mia vita trattenuta in qualche lettera detta con estremo coraggio, ma anche tanta stupidità. Non so se il mio è un caso isolato, o magari sono uno dei tanti che ha alle spalle innumerevoli coming out fatti con la propria madre, ma mai giunti realmente al destinatario, a quello che ha dentro. Se spolvererete con me quei mobili. Se passerete con la mano lo straccio sul pavimento. Se aprirete i cassetti. Se alzerete le lenzuola. Se getterete a terra l’enorme vaso dell’ingresso, allora troverete le mie parole nascoste in questi angoli, nei cocci del vaso, lì, al caldo sotto le lenzuola, lì, a fare comunella con la polvere, dove anche quest’ultima si prende gioco di me. Quelle parole: come celle, piccole celle, celle enormi. Nascoste.

Mia madre è una bellissima donna di 47 anni, ma, a dire il vero, non so esattamente quanti anni abbia e nemmeno lei. Si dice che sia nata in primavera. Di quale anno? Non lo sa nessuno, ma le mie parole e le loro sono solo immagini dettate da un collage di ricordi di mia nonna. Mia madre è nata e crescita in un Marocco rurale, bello, violento, libero. Mia madre è castana, con una carnagione bianchissima. A prima vista, non ha i tipici tratti delle donne berbere del Marocco. Solo una volta conosciuta, si individua in lei l’estrema libertà delle donne berbere, la loro caparbietà, l’estremo amore, qualche tatuaggio stranamente nascosto alla vista, la credenza nei miti, nel malocchio, negli spiriti, e la tendenza all’evasione.

Mia madre non conosce il significato della parola ‘’coming out’’, non conosce l’inglese, il francese, parla solamente in derija, l’arabo dialettale tipico del Marocco, e ha una manciata di parole di lingua italiana, nascoste fra le tasche e il suo sorriso, che usa nelle situazioni più assurde, con un tono di chi, come i personaggi di Alan Bennett, è capace di usare una parola fuori luogo in tutte le situazioni. Mia madre è analfabeta, non è mai andata a scuola e non sa né leggere, né scrivere.

Mia madre ha la stessa leggerezza di spirito di un canto berbero, una mente tradizionale, fatta di miti, stregoneria, racconti popolari, ma ha un corpo pesante, il corpo di chi non è mai riuscito a elevarsi, a sfuggire dalla sua condizione di nascita, a rimanere cioè una bambina curiosa, senza neanche le più elementari risposte. Brama. Brama mia madre. Mia madre, la mia bambina.

Mia madre non conosce le lingue tramite le quali, da anni, mi dichiaro a lei. “Anes, sei uno stronzo”, direbbe qualcuno. Sono semplicemente mosso da egoismo e da un istinto di sopravvivenza. Non rischio la vita, che sia chiaro. Mia madre mi ama e io, per quanto mi sia difficile ammetterlo, l’amo. Mi sono odiato a lungo, perché l’amo. Mia madre m’ha fatto uguale a lei: incompleto.

Io arrivo veloce, apro innumerevoli serrature e salgo di corsa da mia madre. Mi sta aspettando, proprio lì, fra quei cocci, con una colla, pronta a riattaccare pezzo dopo pezzo quell’enorme vaso. Contemplo la sua forma, allo stesso tempo rigida e barocca. Mi sento confuso e felice con lei. E capisco che mia madre non vuole sapere, non vuole sapere. Ma capisco anche che io non voglio parlare, non voglio parlare, o perlomeno non voglio parlare ora, non posso parlare ora. Passo la mano sul suo volto, sui suoi capelli, e tacitamente ci diamo un altro anno per capirci, per pensarci, per salvarci, per architettare insieme la distruzione di quei mobili, di quel vaso, di quelle lenzuola.

La cronaca di un coming out? Di un assassinio? Di un suicidio? Di chi aspetta per troppo tempo Godot ? O di chi si costruisce nel dubbio, dandosi il giusto tempo? Vi sembrerà semplice giudicare, anche io sto leggendo i vostri coming out e anche a me è sembrato semplice giudicare, ma non voglio farlo.

Citando Anna Karenina di Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”.

Per ora.

Anche se in ritardo, felice coming out day.

 

Anes
©2017 Il Grande Colibrì

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