L’epidemia di COVID-19 si sta purtroppo diffondendo in tutta l’Africa. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sarebbero numerosi gli stati africani colpiti dal virus, che interesserebbe in particolar modo l’area settentrionale e occidentale del continente: dopo il Sudafrica, i paesi più colpiti dal nuovo coronavirus, con oltre 100 casi già registrati, sono Egitto, Marocco, Algeria, Tunisia, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana e Senegal.
Un po’ diversa, ma non per questo meno preoccupante, la situazione di stati come l’Etiopia, che (al momento in cui pubblichiamo) conta 16 casi accertati. La speranza è che le misure di contenimento messe tempestivamente in atto dal governo di Addis Abeba – controllo accurato e capillare dei viaggiatori; chiusura delle scuole e (solo molto successivamente, a dire il vero) delle linee aeree; divieto assoluto di assembramenti; annullamento di celebrazioni e cerimonie religiose; limitazione delle attività di bar e nightclub; diffusione di notizie e buone pratiche per scongiurare l’epidemia – possano aiutare a diminuire drasticamente o almeno a rallentare la diffusione del contagio.
Di grande importanza risultano anche il sostegno e l’esperienza di medici e infermieri che già da tempo prestano servizio nelle strutture ospedaliere dello stato. “In un ospedale di Addis Abeba, dove come Cuamm già operiamo da tempo, è stato allestito un centro per la quarantena da coronavirus – spiega Chiara Biffi, responsabile dei progetti di sviluppo dell’organizzazione non governativa padovana Medici con l’Africa Cuamm, in Etiopia da cinque anni – Il governo sta predisponendo dei tavoli tecnici per far fronte all’eventuale diffusione e noi vi prenderemo parte“.
Leggi anche: Coronavirus in Italia: video, testi e traduzioni per migranti
Gravi episodi di razzismo
A impensierire maggiormente Biffi è l’atteggiamento ostile, se non apertamente aggressivo, che la popolazione locale sta mostrando nei confronti di medici e turisti europei e americani. “La diffidenza verso lo straniero sta aumentando molto e in capitale ci sono stati episodi pesanti, di gente che ha lanciato sassi contro bianchi. Questo non aiuta” sottolinea la dottoressa, che ha anche ricordato come le aggressioni non siano un problema concentrato solo nella capitale.
“Purtroppo qui inizialmente si è diffusa tra la popolazione l’opinione che il virus sia portato dagli stranieri e quindi siamo guardati con diffidenza, quasi fossimo degli untori – ammette Stefano Santini, direttore sanitario dell’ospedale San Luca di Wolisso – Non conviene uscire dal compound dell’ospedale e anche per fare la spesa al mercato, bisogna mandare collaboratori locali. ‘Straniero con corona’: è l’appellativo che ci sentiamo rivolgere. Ora la situazione è ancora sotto controllo, ma non sappiamo come potrà reagire la gente“.
Da medico con una lunga esperienza sul campo, Santini non può fare a meno di nascondere il suo dispiacere per quanto di brutto è capitato. “Purtroppo da qui si ha la percezione che tutti, dai cinesi agli italiani, all’Europa, si siano mossi troppo tardi, quando i buoi erano già usciti dal recinto. Il problema è che si spera sempre nel miracolo, che il peggio non arrivi e non capiti proprio a noi. Pensiamo e agiamo sul qui e ora, in realtà dovremmo imparare a ragionare con l’ottica del futuro e di quello che può succedere da qui ai prossimi dieci giorni” riflette amareggiato.
Addis Abeba vive e trema
Il timore più grande è che presto la situazione possa sfuggire di mano e che Addis Abeba si trasformi in un vero e proprio epicentro di contagio. Come spiega Marta Guastella in un recentissimo articolo apparso su Africa, “parliamo di una città che conta circa 8 milioni di abitanti (ma è solo una stima), vertiginosamente in crescita, con un’enorme varietà di flussi migratori interni ed esterni“, preda dell’inquinamento e costellata di edifici fatiscenti, palazzi enormi e baracche.
Leggi anche: Etiopia, la crociata del prete per “curare” gli omosessuali
La concentrazione di esseri umani è altissima, i mercati informali spuntano come funghi a ogni angolo, i mezzi pubblici su gomma sono sempre stracolmi, la vita si svolge quasi interamente nelle strade affollate, l’esistenza è difficilissima. Non ci si può fermare. Nemmeno il virus, però, lo farà. Anzi c’è da scommettere che cercherà e troverà il modo di sfruttare questa situazione già precaria per insinuarsi nelle pieghe di una collettività spaventata ma che non smette di vivere, camminare e spostarsi.
“Hey, you, ferenj, don’t worry, there is no coronavirus here in Ethiopia!” (Hey, tu, straniero, non preoccuparti, in Etiopia non c’è il coronavirus!): lo pensano in molti, lì ad Addis Abeba. Per fortuna sono solo una piccola parte, un po’ come quelli che prendono per buone le fake news e si “curano” con limone e aglio. Molto più numerosi sono coloro che considerano l’epidemia un castigo divino e pregano perché la sua ferocia possa attenuarsi. “Troppo sangue è stato sparso nella nostra comunità. Bisogna che si ritorni in chiesa” chiede a gran voce qualcuno.
Nicole Zaramella
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazioni da DFIF – UK (CC BY 2.0) / da Gift Habeshaw (CC0)


