Iraq, il leader sciita condanna le violenze anti-gay

Il leader sciita iracheno Muqtada Al-Sadr, al centro

Sono anni che quando si legge sull’ Iraq o se ne sente parlare, si trovano solamente notizie su attacchi, bombe, sangue sangue sangue e mai una tregua. Basti pensare all’offensiva in corso della coalizione multinazionale contro l’esercito di Daesh a Mosul. In passato avevamo visto diffondersi video e informazioni sulle violenze e le uccisioni di persone ritenute omosessuali dalle milizie e dai poteri religiosi che governano quasi tutto il paese, già instabile dal 2003.

Qualche mese fa, esattamente nel luglio di quest’anno, una delle figure più influenti a livello religioso e politico nel paese, Muqtada Al-Sadr, ha pubblicato le sue dichiarazioni in merito alle persone omosessuali rispondendo alle domande di un seguace sul proprio sito web, ordinando ai suoi uomini – l’esercito del Mahdi – di cessare gli arresti, le torture e le violenze contro i maschi omosessuali.

Lo aveva confermato Joe Stork, il vicedirettore di Human Rights Watch (HRW) per la zona mediorientale e il Nordafrica, dichiarando: “Finalmente un comandante delle milizie che in passato hanno commesso gravi violenze, torturando e uccidendo omosessuali, bisessuali e transgender in Iraq, ha fatto un passo importante condannando questi atti atroci ed efferati. Speriamo che sarà d’esempio agli altri gruppi e al governo in carica punendo chi vìola i diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e chi commette tali crimini”.

Una relazione di Human Rights Watch, risalente al 2009, aveva specificato che le violenze contro gli omosessuali, i rapimenti e le esecuzioni pubbliche di uomini presunti omosessuali, avevano preso piede inizialmente in una frazione di Baghdad, esattamente nella città di Sadr, controllata dall’esercito del Mahdi, che prende ordini da Muqtada Al-Sadr. Nei mesi successivi il fenomeno si era diffuso in molte città irachene, presumendo che il governo non fosse in grado di tenere sotto controllo la diffusione della cultura occidentale manifestata in atteggiamenti poco maschili che contrasterebbero la tradizione irachena.

Nel 2012, secondo la testimonianza di un collaboratore del Grande Colibrì ripresa anche nel rapporto di HRW, ci fu una seconda campagna persecutoria contro chi era considerato parte della sotto-cultura emo: manifesti appesi in tutta Baghdad, con i nomi di decine di giovani considerati vicini alle culture sataniche, invitavano ad adeguarsi alla tradizione islamica tagliando i capelli e rispettandone il codice d’abbigliamento. Settimane dopo, quei giovani furono uccisi. Questi crimini continuarono fino al 2015 sotto gli occhi del governo iracheno.

Nonostante l’articolo 394 del codice penale iracheno condanni a un massimo di 7 anni di carcere chi ha avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, a prescindere dal genere sessuale, Muqtada Al-Sadr nella sua dichiarazione pubblica del 7 luglio 2016 ha descritto i rapporti omosessuali come atti osceni. Malgrado consideri causa del comportamento omosessuale un trauma psicologico e/o una sofferenza mentale, il leader dice: “Sono persone che meritano di vivere. Bisogna tenersi a distanza da essi e isolarli dalla comunità. Evitare di attaccarli potrebbe aiutarli a cambiare rotta, a tornare sui loro passi verso la via di Allah”.

Anche se notiamo l’assenza di una completa accettazione verso la comunità LGBT da parte dell’esponente politico-religioso, Joe Stork afferma: “Le parole di Muqtada mostrano la comprensione dell’importanza di fermare le violenze contro le persone LGBT. Le dichiarazioni del leader rappresentano un cambiamento significativo verso la giusta direzione per quanto riguarda i diritti umani, ma devono essere assolutamente seguite da concrete azioni, anche da parte del governo e il ministero della giustizia, contro chi non rispetterà tali diritti”.

 

Lyas
©2016 Il Grande Colibrì

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