Islam e gay, integralisti VS liberali (MOI Reading 2)

I Moezzin […] quando viene l’ora del vespro
stanno sul campanile a gridare raccontando
cose disonestissime di lussuria le quali
fece Maometto in questo mondo, e così
comandano che ciascuno si sforzi di fare,
e per questo bestialmente vivono.
Simone Sigoli, Viaggio al Monte Sinai (1384)

Muezzin che, giorno e notte, incitano dai minareti i fedeli alla lussuria più sfrenata, alle orge, a qualsiasi tipo di pratica sessuale, in nome di una religione che “non parla se non di mangiare e di darsi ogni diletto di lussuria“: l’immagine proposta da Sigoli, e da altri autori di guide per pellegrini cristiani in Oriente, è talmente esageratamente falsa da invogliare a non prenderla neppure in considerazione. Invece è utile interrogarsi sul perché tanti scrittori, nel Medioevo, si inventassero storie così assurde sugli usi e costumi sfrenati dei musulmani.

L’opera di Sigoli, come le altre guide per pellegrini, è da inquadrare in una deliberata campagna di disinformazione voluta dalle gerarchie ecclesiastiche per screditare l’Islam agli occhi degli europei troppo spesso attratti da un Oriente che, allora, offriva una visione molto meno oppressiva della sessualità rispetto al mondo cristiano. E allora occorreva caricaturare e deformare questa maggiore liberalità fino a trasformare, nell’immaginario da offrire ai fedeli europei, Maometto in un depravato, il paradiso islamico in un postribolo e l’Islam in una legge di immoralità che consentiva qualsiasi pratica sessuale, zoofilia compresa…

Qualche secolo dopo, l’immagine offerta al pubblico europeo è totalmente ribaltata: il burqa, l’infibulazione, la pena di morte per gli omosessuali… L’Islam è oggi presentato non come il ricettacolo di ogni sconcezza, ma come una religione primitiva e intollerante su qualsiasi tema collegato alla sessualità. E per trovare racconti scandalizzati di pubblica lussuria oggi occorre andare a leggere quel che scrivono alcuni commentatori musulmani che descrivono le città europee o americane…

Ecco il duplice effetto storico di grandi mutamenti culturali, sociali, economici e politici che hanno avuto luogo, con effetti diversi e opposti, su entrambe le sponde del Mediterraneo. Gli effetti di questi mutamenti, già in sé molto profondi, sono stati e sono ancora oggi ulteriormente enfatizzati e continuamente fraintesi, spesso con cattiva fede, per mettere in cattiva luce le popolazioni dell’altra sponda del grande lago mediterraneo.

Ma, al di là degli stereotipi e delle “contingenze” storiche, quale visione della sessualità e, in particolare, dell’omosessualità esprime l’Islam? Una visione liberale o repressiva? Già da una lettura superficiale, il Corano non sembra esprimere la sessuofobia che caratterizza invece i libri sacri dell’ebraismo e del cristianesimo (leggi MOI Reading 1). Anche sul fronte dell’omosessualità, a prima vista, alla condanna si accompagna una maggiore tolleranza (“Se si pentono e cambiano vita, perdonateli, poiché il Dio è sempre pronto al pentimento, egli è colui che è abbondante in misericordia“, Sura IV, Le donne, 16).

Ma, come ben sappiamo, i libri sacri non si prestano a letture superficiali e quindi occorre ragionare in modo più complesso prima di fornire una possibile risposta. Anzi, conviene spendere qualche riflessione anche sul senso stesso della domanda che ci siamo posti.

Ricercare un Islam “al di là delle contingenze storiche” è operazione essenziale per un credente, che giustamente deve compiere ogni sforzo per avvicinarsi al cuore “vero” della propria religione e del precetto divino, mentre è operazione impossibile in un’ottica storica o sociologica, dal momento che per lo scienziato qualsiasi sistema strutturato di credenze umane (l’Islam come il cristianesimo, il marxismo come l’ecologismo…) è determinato dalle contingenze e non esiste al di fuori di esse.

In questo senso, occorre distinguere tra l’Islam come precetto religioso di origine divina (oggetto di interesse per il credente) e l’Islam come interpretazione di quel precetto. L’interpretazione varia notevolmente non solo nel tempo e nello spazio e non solo tra le, e all’interno delle, tante correnti che compongono il variegatissimo mondo islamico (sunniti, sciiti, alawiti, aleviti, drusi, ecc…), ma anche da persona a persona, dal momento che non esiste intermediazione ecclesiale tra il credente e il Dio e ognuno è sacerdote di se stesso.

La questione è ancora più complessa se teniamo conto del fatto che il Corano parla per parabole (“Il Dio ha parlato in parabola“, Sura XXXIX, A schiere, a schiere, 29) e, sebbene i fatti e i detti della vita di Maometto siano stati trasmessi attraverso gli ahadith, solo 2-3 secoli dopo la morte del Profeta è iniziata un’opera di sistematizzazione dei precetti islamici in forma organica. Gli studiosi del tempo, per altro, non avevano sempre la possibilità di distinguere in modo preciso cosa facesse parte dell’insegnamento maomettano e quali elementi derivassero invece dal contesto culturale arabo pre-maomettano, senza far parte direttamente di quell’insegnamento.

Così oggi lo scontro più o meno evidente, più o meno esplicito tra correnti interpretative tradizionaliste (integraliste, fondamentaliste, radicali…) e correnti libertarie (progressiste, modernizzatrici, riformate…) non è, come spesso viene detto, uno scontro tra chi vuole rimanere ancorato all’Islam originario e chi vorrebbe adattare l’Islam alle esigenze del mondo globalizzato contemporaneo, ma è uno scontro tra due modalità differenti di pensiero che puntano entrambe, pur con risultati opposti, ad avvicinarsi il più possibile al messaggio originario affidato dal Dio a Maometto.

Se per i fondamentalisti è importante soprattutto la lettera della norma e la ricerca della vicinanza al Dio è spesso una ricerca in negativo (consiste cioè nel non fare tutto ciò che è haram, proibito), per i progressisti avvicinarsi al Dio è un percorso in positivo, in cui conta molto di più lo spirito di bontà, pace e tolleranza dell’Islam e il contatto diretto con il Dio.

Fondamentalisti e progressisti si richiamano a diversi brani del Corano, a diversi ahadith, a diversi episodi storici, a diversi giureconsulti. In cuor loro, entrambi ritengono, generalmente in buona fede, che la propria interpretazione sia quella più corretta e che l’interpretazione altrui sia una deviazione dalla retta via determinata da deprecabili contingenze storiche, anche se la maggior parte dei fedeli è disposta a riconoscere che solo il Dio sa la verità. In questa divisione interpretativa, il tema dell’omosessualità è sempre più centrale.

Come si sa bene, i fondamentalisti accusano le tolleranti posizioni progressiste sull’orientamento sessuale (tema che affronteremo nel dettaglio pian piano nei prossimi mesi: la fretta è del diavolo, il lavoro e la pazienza è da Dio…) di basarsi su elementi completamente estranei all’Islam e di essere state imposte dalla globalizzazione e dal neo-colonialismo culturale gay-friendly delle potenze occidentali.

Meno noto è il fatto che anche i progressisti muovono accuse uguali e contrarie. Fanno notare, infatti, che non solo le repressive leggi omofobe oggi in vigore in molti stati a maggioranza musulmana sono state introdotte dai colonizzatori europei (si tratta delle tristemente note sodomy laws), ma anche una buona parte della retorica anti-omosessuale dei fondamentalisti islamici è oggi pedissequamente ricalcata sulla dottrina anti-omosessuale dei missionari cristiani (si veda il concetto di perversione, ad esempio). Insomma, la colonizzazione occidentale ha contaminato l’Islam con la tolleranza verso l’omosessualità o, al contrario, con l’omofobia?

A questo punto, ci possiamo rendere conto che alla domanda iniziale (quale visione della sessualità e, in particolare, dell’omosessualità esprime l’Islam?) è impossibile dare una risposta semplice e univoca: oltre a ciò che solo il Dio conosce, tutto dipende da quale periodo storico esaminiamo (e da quale contesto socio-geografico, e da quale corrente religiosa, e da quale attitudine interpretativa, e persino da quale persona o gruppo di persone…). Il discorso è estremamente complesso e lo affronteremo con pazienza nel corso dei prossimi mesi.

Invece, quello che possiamo chiederci subito, potendo aspettarci una risposta sensata e realistica, è cosa la maggioranza dei musulmani di oggi pensa a proposito dell’omosessualità (ben sapendo che ciò non coincide per forza di cose con quello che dovrebbe essere il nucleo “vero” del messaggio divino al quale ogni credente musulmano dovrebbe cercare di avvicinarsi).

In questo caso, ci viene in soccorso la vastissima indagine di opinione realizzata, a livello planetario, dal Pew Research Center for the People & the Press (pdf). Tra le tante domande poste a cittadini di numerosi paesi di tutto il mondo, si chiedeva anche di esprimersi sull’accettabilità dell’omosessualità. La prevalenza delle risposte negative è stata schiacciante in tutti i paesi a maggioranza musulmana, raggiungendo e superando nella maggior parte dei casi il 90%. Anche nei paesi meno intolleranti i dati sono impressionanti: la condanna dell’omosessualità è condivisa dal 57% dei turchi e dal 58% dei palestinesi.

Se allarghiamo l’analisi dai soli paesi a maggioranza musulmana al resto del pianeta, però, possiamo notare che la distribuzione dell’omofobia procede per grandi aree geografiche: ad esempio, l’Europa occidentale e le Americhe sono oasi felici, con maggioranze nette di “tolleranti” sia nei paesi cattolici sia in quelli protestanti. Al contrario, l’omofobia delle popolazioni musulmane si rispecchia perfettamente nelle popolazioni vicine, tanto negli induisti indiani quanto nei cristiani dell’Africa equatoriale. E allora quale fattore spiega meglio il fenomeno, la religione o la macro-area geografica?

Da questo punto di vista, è interessante osservare più da vicino un caso particolare, quello israelo-palestinese. Se per il Pew Center la condanna dell’omosessualità non varia molto tra palestinesi (58%) e israeliani (50%), Haaretz (leggi) ha scoperto che essa, all’interno di Israele, è molto diffusa tra gli arabo-israliani (in maggioranza musulmani), ma lo è ancora di più tra ebrei ortodossi e ultra-ortodossi, mentre crolla a livelli europei tra i laici (rimane la perplessità di aver suddiviso in base all’appartenenza religiosa tutta la popolazione, tranne gli arabi identificati su base etnica).

Un altro dato interessante è costutito dalla diffusione dell’omofobia nelle comunità islamiche immigrate nei paesi europei. Se il contatto con la cultura occidentale sembra avere reso più tolleranti i musulmani in Francia, dove il 35% non trova nulla di male nell’omosessualità (al pari del 19% dei correligiosi tedeschi), fa invece impressione scoprire che nessuno dei 500 musulmani del Regno Unito intervistati da Gallup si sia espresso a favore dell’omosessualità (leggi). Siamo allora così sicuri che l’Occidente esporta il rispetto per le minoranze?

 

Pier
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3 commenti

  • Un bel testo. Complimenti-
    E grazie: il contenuto fa l'effetto di un improvvisa corrente rigeneratrice di ossigeno in un ambiente stantio e irrespirabile.

  • @ Sara Mago: Mi piacerebbe capire meglio il tuo commento: potresti spiegarti meglio? Cosa c'entra la forza dell'associazionismo gay in Inghilterra e/o nel Galles? Perché le conclusioni dell'articolo sarebbero fuori luogo? E cosa ci sarebbe di stigmatizzante nel concetto nella distinzione tra Oriente e Occidente?

  • Si ne siamo sicuri. Io ho vissuto in inghilterra, e mai come li la comunità gay è forte.. tanto l'associazionismo gay. Io da italiana ho notato questo, nonostante vivessi in Galles, quindi nn in una grande città: una omossessualità diffusa, che nn si nasconde, si manifesta. Quindi penso che il problema degli immigrati, è che spesso sono più chiusi ed integralisti dei loro connazionali che rimangono in patria. Inoltre potrebbe essere una reazione di distinzione. Quindi.. mi dispiace ma le conclusioni di quest'articolo sono fuori luogo. E mi dispiace notare che anche in questo sito trovo la distinzione tra oriente / ed occidente… neanche questa stigmatizzazione ti assicuro è produzione dell'occidente.

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