Malesia al bivio: società tollerante, governo omofobo

Possiamo andare in molti locali di Kuala Lumpur e di altre città, possiamo passare il tempo in spiaggia senza che nessuno ci dia fastidio” racconta una coppia lesbica malese a Bikya Masr. I locali gay-friendly in Malesia sono sempre più numerosi, molte persone LGBTQ* fanno coming out con la famiglia e con gli amici, il tema dei diritti di omosessuali e transessuali è tra i più dibattuti sui media locali. Tutto bene? Non proprio, come racconta un’attivista lesbica: “Mentre la società sta diventando più tollerante nei confronti degli omosessuali, il governo si comporta all’opposto“. La reazione alla modernizzazione culturale del paese da parte delle istituzioni religiose e politiche, infatti, punta sempre più sulla repressione.

L’ultimo esempio lo ha offerto il viceministro all’Educazione, Mohd Zarkashi, il quale ha vivamente suggerito a genitori e insegnanti di stare bene attenti a possibili segnali di omosessualità da parte dei bambini: nel caso di dubbio, secondo il politico, bisognerebbe cercare di fare qualcosa per evitare che, crescendo, i piccoli si dedichino all’innaturale vizio sodomitico (Bikya Masr). Il riferimento, per quanto vago, sembra essere alle terapie riparative, pratiche pseudo-psicologiche per “curare” l’omosessualità già pesantemente invocate da alcuni politici malesi (Il grande colibrì). “Siamo una società piuttosto aperta – si lamenta con la stampa un’attivista – e questa paura dei gay e delle lesbiche è semplicemente ridicola“.

Se consideriamo che le dichiarazioni di Mohd sono state tutt’altro che un’eccezione nel governo malese, non sorprende affatto l’interrogazione presentata da Ngeh Koo Ham, uno dei più noti parlamentari del socialdemocratico Partito d’Azione Democratica (membro dell’alleanza guidata da Anwar Ibrahim, il leader dell’opposizione accusato di essere gay: Il grande colibrì), per lamentarsi del fatto che la discriminazione nei confronti delle persone LGBTQ* sia non solo ingiusta, ma anche contraria alla costituzione dello stato asiatico, che proclama l’uguaglianza tra tutti i cittadini indipendentemente dal sesso.

A Ngeh ha risposto la viceministro Mashitah Ibrahim, la quale non solo ha negato che la carta suprema protegga i diritti degli omosessuali, ma ha tenuto a ribadire come sodomia, lesbismo e travestitismo siano reati secondo il codice penale malese (lascito avvelenato degli anni della colonizzazione britannica) e come gli interventi chirurgici per la riassegnazione del sesso siano da considerarsi contrari all’Islam (sebbene in molti paesi a maggioranza musulmana vengano eseguiti senza alcun problema; The Star Online).

E brutte notizie arrivano anche dai tribunali religiosi: è stata confermata la condanna per travestitismo a Hafiz Jeffri, cantante transgender che si fa chiamare con il nome d’arte di Kajol, sebbene, dopo che l’artista ha ribadito il proprio pentimento e la propria volontà di fare di tutto pur di cambiare, la pena carceraria di un mese è stata cancellata. Hafiz dovrà comunque pagare un’ammenda di mille ringgit (circa 250 euro; The Star Online).

Tuttavia, nonostante la netta chiusura governativa e giudiziaria, molti omosessuali malesi guardano al futuro con fiducia: il movimento LGBTQ* del paese asiatico è molto combattivo e non solo sta guadagnando consensi nella società, tra gli intellettuali e nei mass media, ma è anche riuscito a far compiere importanti dietrofront al governo, come nel caso dell’annunciata e poi clamorosamente smentita proibizione per lesbiche, gay e transgender di partecipare a trasmissioni su radio e tv (Il grande colibrì). Tra le armi più affilate del movimento figura senza dubbio l’ironia: nel weekend, ad esempio, sono stati assegnati i premi ai personaggi pubblici più sessisti ed omofobi, un modo spiritoso per attirare l’attenzione e per mostrare come l’odio nei confronti della diversità sessuale sia un insulto all’intelligenza (Gay Star News).

 

Pier
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