Migranti LGBT negli USA: lo stupro al posto dell’asilo

giovane uomo latinoamericano su un letto
Un giovane latinoamericano abbandonato su un letto

Nelle ultime settimane la cosiddetta “emergenza migranti” è esplosa con violenza su entrambi i lati dell’Oceano Atlantico: a “casa nostra”, per le prove di forza vergognose di un ministro dell’Interno in campagna elettorale permanente, e negli Stati Uniti, dove Donald Trump ha scelto di implementare la politica della “tolleranza zero” (avviata più in sordina dalle precedenti amministrazioni) accanendosi su quelli che sono forse i protagonisti più chiaramente innocenti dell’intera vicenda: i bambini.

Due atteggiamenti violenti che hanno ottenuto una grande attenzione, scuotendo le coscienze degli oppositori (oltre che, si vorrebbe pensare, di chiunque non faccia dell’odio e del razzismo una vera e propria bandiera) e puntando i riflettori su quella che, lungi dall’essere un’emergenza, è in realtà un orrore istituzionalizzato, fin troppo stabile nel tempo.

La violenza e l’oppressione non sono mai un monolite, però. E tra i numeri schiaccianti e vertiginosi di un fenomeno in continuo aumento, il filtro dell’intersezionalità permette di focalizzare l’attenzione sulle minoranze nelle minoranze, sottolineando le fragilità della loro condizione. Ed è proprio riguardo a una di queste minoranze – i migranti LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) – che dagli Stati Uniti giungono notizie allarmanti.

Migranti LGBTQIA a rischio stupro

Come sostiene l’articolo di NBC News, i migranti LGBTQIA detenuti nei centri dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), ovvero dell’ufficio immigrazione, rappresentano solo lo 0,14% del totale, eppure risultano essere vittima del 12% delle violenze e degli stupri che avvengono all’interno dei centri.

Tradotto in altri termini, ciò significa che un migrante LGBTQIA ha 97 volte più probabilità di subire violenze sessuali durante la sua detenzione, come evidenziato dal rapporto del Center for American Progress. Secondo i dati emersi, la situazione dei migranti LGBTQIA in custodia dell’ICE è peggiore persino di quella dei detenuti LGBTQIA nelle carceri comuni, già ad altissimo rischio di violenza sessuale.

migranti lgbt a rischio di violenze sessuali

Gli abusi subiti sono molteplici, com’è facile aspettarsi: le denunce riguardano tanto violenze commesse da altri migranti (problema esacerbato dalla tendenza a mettere le donne trans in strutture riservate alla popolazione maschile, che spesso, tra l’altro, non rispettano le linee guida delineate dall’amministrazione Obama) quanto dal personale che dovrebbe garantire la loro sicurezza, a cui si aggiunge l’omertà con cui le denunce vengono insabbiate e il fatto che, frequentemente, l’unica soluzione al problema consiste nel porre il detenuto LGBTQIA in isolamento.

Questa misura è implementata per proteggerlo, ma può raggiungere le modalità di una vera e propria tortura, soprattutto se si pensa che tale isolamento viene talvolta prolungato molto oltre i 15 giorni tollerabili senza rischio di danni psicologici irreversibili. Inoltre, il periodo di permanenza medio dei migranti transgender nei centri dell’ICE (99 giorni) è più che doppio rispetto alla media degli altri. Un ritardo che, come sottolinea il rapporto di Human Rights First, è probabilmente attribuibile ai lunghissimi tempi richiesti per esaminare le particolarità delle richieste di asilo.

migranti transgender rinchiuse piu tempo

Il calvario dei rifugiati LGBTQIA

Il processo, lungo e complesso, attraverso cui un migrante si vede assegnare (o negare) lo status di rifugiato richiede la grottesca esibizione di traumi, pericoli e orrori sperimentati nel paese d’origine. Per i migranti LGBTQIA, l’omotransfobia è sicuramente uno di questi orrori.

Come argomenta Keren Zwick, vicedirettrice del National Immigrant Justice Center (Centro nazionale di giustizia per immigranti) e esperta nella difesa dei rifugiati LGBTQ, “in molti paesi dell’America Centrale non ci sono sistemi di protezione per le persone transgender, nessun riconoscimento legale, nessun cambiamento di nome, e questa è solo la punta dell’iceberg. Le persone transessuali sono spesso viste in opposizione alla cultura tendenzialmente virile e vengono accusate di infrangere le norme di genere, soprattutto in Honduras“.

Ciononostante, i criteri con cui l’omotransfobia viene considerata in relazione alla domanda d’asilo sono molto stringenti e le politiche dell’amministrazione Trump non hanno fatto che aggravare la situazione.

In particolare, l’11 giugno il procuratore generale Jeff Sessions ha emesso una sentenza che, di fatto, rende impossibile portare le violenze domestiche o quelle subite da parte delle gang a sostegno della propria richiesta di asilo: un provvedimento particolarmente ostile ai migranti di quei paesi centroamericani dove, come nel Salvador, la violenza delle gang ha raggiunto da anni una dimensione tale da essere considerata alla stregua di una guerra civile.

Il risultato è che sempre più migranti centroamericani saranno costretti a fermarsi prima e cercare rifugio in Messico, paese che, però, soffre a sua volta di violenza endemica e che, come denuncia Medici Senza Frontiere, è particolarmente inadatto a offrire protezione a quei gruppi che più ne avrebbero bisogno: donne, bambini e membri della comunità LGBTQIA.

Andando oltre le statistiche

Le questioni migratorie sono intrinsecamente complesse: non potrebbe essere altrimenti, considerata la portata transnazionale del fenomeno e il suo avere radici in un passato complesso e spesso scomodo per i paesi che si trovano ad affrontarlo.

Nel caso dei migranti centroamericani, è impossibile e intellettualmente disonesto non tener conto delle politiche criminali che gli Stati Uniti hanno portato avanti sia nei paesi dell’America Latina, sia nelle grandi metropoli statunitensi a danno delle popolazioni di origine latinoamericana: la violenza nel Salvador, per esempio, è una conseguenza diretta dell’espulsione dagli Stati Uniti dei membri delle gang latine, così come la presa di potere dei narcotrafficanti è, per molti versi, una conseguenza involontaria della guerra alle droghe.

Questa complessità, però, non dovrebbe impedire di soffermarsi sulle storie singole e personali che rappresentano l’unico modo di ridare umanità a una sequenza schiacciante di percentuali e cifre.

Una di queste storie può essere quella di Alejandra, attivista transgender del Salvador al centro di una delle petizioni di Amnesty International. Dopo aver passato gli ultimi 10 anni a lottare per i diritti transgender nel suo paese, è stata costretta da intimidazioni e violenze (tanto da parte delle gang quanto di soldati salvadoregni) a fuggire alla volta degli Stati Uniti.

Invece di trovare un porto franco Alejandra è stata incarcerata in un centro di detenzione dipendente dall’ICE ma affidato a una gestione privata (il che, tendenzialmente, implica un’attenzione ancora minore alle esigenze sanitarie dei detenuti) e lì si trova dalla fine del 2017, in attesa che i giudici valutino la sua richiesta di asilo. A oggi, l’appello affinché le venga concessa quantomeno la libertà condizionale non è stato accolto.

Come Alejandra, un numero crescente di persone che non hanno commesso alcun crimine e che sono reduci da un viaggio traumatico, si trovano bloccate in un limbo, imprigionate in condizioni che violano spesso i diritti umani più basilari, in attesa di una sentenza che, per colpa di normative sempre più ostili, ha molte possibilità di essere negativa.

La necessità di un impegno migliore

Vicende come quella di Alejandra – e tutte le altre che, di questi tempi, affollano le pagine dei giornali e ancora di più il tamtam dei social – dovrebbero essere un monito che ci ricorda quanto la burocrazia può essere cieca, e quanto può diventare violenta se associata a politiche disumane come quelle che stanno prendendo sempre più piede, in America come a casa nostra. Proprio per questo, dovrebbero spingerci allo sforzo collettivo di rifiutare le soluzioni di comodo, la disperazione latente di processi già in atto o anche la semplice tentazione di lasciarsi commuovere solo dalle storie che sentiamo più vicine.

Stilare una gerarchia delle sofferenze è una violenza in sé stessa: per restare nell’ambito statunitense (che in virtù della sua lontananza può fare forse da specchio e aiutarci a guardare la situazione con più lucidità) è superfluo decidere se sia più grave il trattamento riservato alle migranti transgender chiuse in centri di detenzione per la popolazione maschile o quello dei minori strappati alle loro famiglie, che tanta eco ha trovato – giustamente – nell’opinione pubblica mondiale.

Così come, al di là delle normative e dei criteri utilizzati per gestire una situazione critica, dovremmo sforzarci di andare oltre l’opposizione spesso tendenziosa tra migranti economici e quelli che fuggono da guerre e violenze. Dovremmo ripartire dall’umano, dal singolo, dal concreto, senza farci schiacciare dalla violenza disumanizzante dei grandi numeri, ma servendocene per mettere le cose in prospettiva.

Nelle strutture di detenzione statunitensi, i migranti LGBTQIA che attendono risposta alla richiesta di asilo hanno 97 volte più probabilità di subire violenze sessuali. Ciascuno di loro ha un nome, una storia, peculiarità specifiche, e ciascuno di loro fugge da una situazione intollerabile condivisa da migliaia di altri connazionali. Lo stesso accade tutti i giorni da noi, lo stesso continuerà ad accadere. Trovare una soluzione non è in nostro potere, ma possiamo continuare a insistere, a riflettere e, soprattutto, cominciare a sottrarci emotivamente a una logica disumana e arida che non ci dovrebbe appartenere.

Micol Mian
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Sabby Love (CC BY 2.0)

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2 commenti

  • “a violenza nel Salvador, per esempio, è una conseguenza diretta dell’espulsione dagli Stati Uniti dei membri delle gang latine, così come la presa di potere dei narcotrafficanti è, per molti versi, una conseguenza involontaria della guerra alle droghe.”
    certo la violenza in un altro paese è colpa di un altro stato che non si tiene i delinquenti stranieri, ma andate a dar via i ciap!

    • Se interessa davvero capire la realtà, si trova un’infinità di studi e di articoli sulla storia della nascita delle gang dell’America centrale. Se interessa solo mandare le persone a quel paese, il commento è sufficiente a sé stesso.

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