Scuola, nazione e capitale: la Cina vuole tornare “virile”

ragazzi a un provino per modelli di moda in cina
Giovani aspiranti modelli cinesi affrontano un provino

“Donne non si nasce, lo si diventa” scriveva Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso” del 1949 per indicare il fatto che donna è una costruzione culturale e storica, non un fatto biologico. Il corollario complementare per cui anche la virilità è una costruzione culturale che non ha niente a che vedere con la biologia sembra essere stato implicitamente messo in evidenza dalla pubblicazione di “Xiaoxiao nanzihan” (Piccolo uomo), un libro “didattico” pubblicato dalla Shanghai Educational Publishing House a dicembre per contrastare la crisi di “mascolinità” verso la quale, secondo alcuni, si starebbe inoltrando la gioventù cinese.

Il libro è composto di 114 pagine divise in 6 capitoli e si propone di aiutare i bambini a comprendere la psicologia e la fisiologia sessuale. Obiettivo del libro è di insegnare ai bambini ad essere “mascolini” enfatizzando le differenze tra maschi e femmine, insieme all’importanza della relazione padre-figlio, al valore del contatto con la natura e alla gestione e agli investimenti di denaro. Dopo un periodo di prova all’interno alcune scuole selezionate, il libro è stato ammesso in tutto il territorio cinese come testo per le quarte e le quinte elementari [NBC News].

La politica del figlio unico

Un motivo della crisi di “mascolinità” è attribuito alla politica del figlio unico, introdotta in Cina nel 1979. Tale politica di gestione del tasso demografico del paese attraverso l’ingerenza diretta dello stato nella sfera privata delle persone, era stata adottata al fine di frenare l’impetuoso aumento demografico del paese, divenendo legge nazionale nel 2001 (Legge della RPC sulla popolazione e la pianificazione delle nascite), per poi essere modificata nel 2013 e infine abolita nel 2015.

Verso tali figli unici, chiamati “piccoli imperatori”, i genitori sono troppo spesso indulgenti e proprio in questo è rintracciata una delle cause di diminuzione del tasso di “virilità” dei giovani cinesi, poiché il fatto di non avere fratelli o sorelle comporta che è su di loro che si concentra tutto l’affetto e l’attenzione della famiglia.

I figli unici vengono quasi sempre elogiati e nei loro riguardi è rivolta una clemenza eccessiva, a livello comportamentale sono timidi, egocentrici e troppo dipendenti dai propri genitori, caratterizzandosi per essere estremamente viziati e psicologicamente “deboli” – tutte caratteristiche tradizionalmente attribuite al mondo femminile. Proprio per questo la politica del figlio unico è indicata come fattore concomitante alla “de-virilizzazione” della gioventù cinese.

Altra causa di “crisi dell’uomo cinese” è individuata all’interno del mondo dello show-business e della musica, dove, a detta dei sostenitori della “mascolinità”, vengono offerti modelli di “virilità depravata”: pop star e attori coreani e giapponesi godono di una sempre maggiore popolarità tra i giovani cinesi, ma per i canoni di alcuni osservatori risultano essere troppo “effeminati”, per cui tali modelli vengono indicati come non consoni e anch’essi rientranti nell’elenco delle cause demascolonizzanti della popolazione cinese.

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Maschi e femmine sui banchi di scuola

Anche la carenza di insegnanti maschi è vista come causa di “de-virilizzazione” della nazione: per contrastare questa tendenza i dipartimenti dell’educazione in tutto il paese incentivano gli adulti di sesso maschile a intraprendere la professione di insegnante attraverso l’offerta di borse di studio durante il tirocinio [Sixth Tone]. Gli stessi incentivi non sono previsti per le donne che intendono diventare insegnanti proprio al fine di assumere un maggior numero di uomini e offrire un modello ritenuto “maschile” da parte delle istituzioni educanti, perché anche i giovani cinesi imparino a identificarsi con questo modello e lo possano interpretare bene una volta diventati adulti.

Oltre al fine di ostacolare il declino del modello e del ruolo maschile, il governo ha adottato il testo “Piccolo uomo” nelle scuole elementari anche perché, come rivela in uno studio pubblicato lo scorso anno da  Tiantian Zheng, professoressa di antropologia alla State University di New York a Cortland, gli esperti dell’educazione in Cina vogliono una formazione scolastica in cui generi siano fortemente differenziati, dal momento che “la crisi di mascolinità in uomini effeminati è considerata un pericolo per la sicurezza della nazione poiché riflette l’inferiorità, l’assenza di potere, la passività [tradizionalmente attribuita al mondo femminile, ndr] e il deterioramento sociale del ricordo del passato coloniale, nel quale la Cina fu sconfitta dall’Occidente colonizzatore”.

I media cinesi, scrive la professoressa Zheng, hanno rappresentato “l’assenza della virilità non solo come una minaccia pubblica e verso la famiglia, ma anche come una metafora di mascolinità passiva e di crisi della nazione”. Ruoli di genere distinti e una forte mascolinità sono considerati “cruciali nella salvaguardia della sicurezza nazionale”.

Mascolinità, nazione e capitalismo

Per ciò che riguarda l’identità tra i concetti di “mascolinità” e di “nazione”, scrive Paola Paderni in “Donne e genere” [Università degli studi di Napoli l’Orientale], mentre a inizio Novecento il “segno dell’arretratezza da cui la Cina doveva riscattarsi per entrare a far parte del mondo moderno” era la condizione di subalternità della donna, dove quindi la liberazione della donna coincise con la liberazione della nazione, con l’introduzione delle Riforme di apertura al libero mercato (改革开放; gaige kaifang) del 1978 è emersa “la rappresentazione di una mascolinità cinese con forti accenti nazionalistici in diversi prodotti culturali, dalla narrativa ai media popolari”.

È stato soprattutto lo stato a rappresentare la nuova mascolinità adattata al contesto post-maoista (cioè post ’77), nella quale il riscatto della nazione cinese non si identificò più, come nel periodo precedente all’introduzione del capitalismo in Cina, con l’emancipazione femminile attraverso l’accesso al lavoro per le donne (le quali divennero soggetti attivi nel mondo del lavoro, indebolendo al contempo il sistema familiare tradizionale), ma “con una mascolinità audace, che osa e non subisce”. Scrive ancora Paderni: “Il mercato incarna [infatti] quelle che appaiono prerogative maschili per eccellenza: agire in prima persona, osare, rischiare”.

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Le riforme economiche hanno quindi finito per far coincidere il settore statale con i concetti e le costruzioni culturali di “passività” e “femminilità”, e al contempo il settore privato è stato giustapposto alle rappresentazioni di “attività” e “mascolinità”. In tal modo la modernità cinese così concepita, fatta di caratteristiche maschili e promossa dallo stato, avrebbe permesso sia il riscatto della nazione cinese sia il superamento della sua inferiorità nei confronti dell’Occidente colonizzatore. Il legame tra genere e nazionalismo è reso quindi molto forte e forse è anche e soprattutto per questo che diversi insegnanti, esperti e genitori stanno conducendo la loro crociata contro il “deficit di mascolinità” della nazione.

Oltre a questa prospettiva, vi sono anche altre importanti considerazioni di alcune femministe come Xiong, che indica nel problema della misoginia degli uomini il motivo fondamentale di una “mascolinità” promossa dalle istituzioni statali, e questo per via delle migliori performance scolastiche da parte delle giovani cinesi: “Loro hanno questa idea per cui gli uomini dovrebbero essere migliori delle donne, e perciò pensano che [i risultati scolastici] siano un problema, [e per questo] considerano il progresso dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere una minaccia verso la virilità”.

Proposte alternative: inclusione e parità

Altri esperti invece propongono forme di educazione più inclusive e graduali che devono iniziare già all’interno del nucleo familiare. “Noi esortiamo le figure paterne ad essere gentili e partecipative” dice il sessuologo Fang Gang, che sottolinea l’importanza di una figura paterna che insegni l’uguaglianza di genere attraverso un ruolo più attivo nei lavori domestici, nell’educazione dei figli e in altre sfere tradizionalmente etichettate come “femminili”.

Fang esorta inoltre gli insegnanti di asilo a permettere sia ai ragazzi che alle ragazze di imparare a cucire, a giocare a carte e con le bambole. “L’educazione ideale dovrebbe essere basata sull’uguaglianza tra i due generi, incoraggiando la partecipazione maschile nella lotta contro la violenza di genere, l’eliminazione degli stereotipi di genere e l’opposizione alle rigide divisioni binarie” tra “maschile” e “femminile”.

L’espressione della propria identità tout court e della non repressione della fluidità del proprio Sé è sottolineato anche dalla professoressa Zheng: “Guardo alla diversità degli esseri umani come a qualcosa da celebrare, piuttosto che reprimere. La nostra società e il mondo sarebbero posti migliori se potessimo giudicare e sfidare, piuttosto che perpetuare e rinforzare, le nozioni culturali di femminilità e mascolinità che imprigionano tutti noi”.

 

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