Dio, patria e gay: l’omonazionalismo e le sue trappole

La strumentalizzazione nazionalista dei corpi LGBT

I diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e quelli dei migranti assumono in tutto il mondo un ruolo centrale nello scontro politico e sociale. I nazionalismi hanno come costante l’odio verso lo “straniero”, verso chi con il proprio corpo in movimento proclama la supremazia della sacralità della vita umana sulla sacralità delle frontiere, ma possono avere atteggiamenti molto diversi verso gli omosessuali: questi a volte sono dipinti come agenti di forze straniere tese a minare le basi della famiglia e della tradizione, altre volte sono strumentalizzati per negare diritti ad altre minoranze (i migranti ed i musulmani in primis). Ecco le riflessioni di Ludovic-Mohamed Zahed, che nelle scorse settimana ci ha raccontato la sua esperienza di imam gay [Il Grande Colibrì] e come il Corano non condanni affatto l’omosessualità [Il Grande Colibrì].

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Si parla spesso di emancipazione economica, dicendo che permetterebbe a chi oggi emigra di restarsene a casa propria, dove potrebbe essere felice, ma ci si dimentica dell’importanza dell’educazione e dell’emancipazione culturale. Nelle società arabo-musulmane le persone, al di là del fatto che decidano di essere musulmane, dovrebbero conoscere la propria storia e praticare la filosofia e le scienze sociali.

Ma la filosofia e le scienze sociali sono le nemiche giurate di chi ha un pensiero fascista e totalitario. Il regime militare del mio paese, l’Algeria, in cui rischio dieci anni di carcere o la morte perché sono omosessuale, come quello dell’Egitto, della Palestina, della Siria o di altri paesi, non vuole che le persone possano pensare autonomamente, come permette di fare la filosofia. E anche le scienze sociali sono nemiche di chi ha un pensiero totalitario e fascista perché costoro non vogliono che si descrivano le società per quello che sono. Loro vogliono poter controllare le identità, e in particolare le identità sessuali e di genere, perché colui che controlla, o a cui lasciamo controllare, il nostro genere e la nostra sessualità avrà il potere di controllare anche tutto il resto delle nostre vite.

A questo discorso si collega quello relativo all’omonazionalismo, che può essere definito come l’appropriazione da parte di diverse forme di nazionalismo locale delle lotte universali delle persone LGBT. I casi più noti di omonazionalismo sono in Medio Oriente, con da una parte il governo estremista di Israele che afferma di essere il solo a concedere diritti alle persone LGBT e, dall’altra parte della frontiera, alcuni partiti politici a Gaza, in Palestina, che sostengono l’esatto opposto, cioè che da loro non esistono persone LGBT e che, se ce ne fossero, bisognerebbe eliminarle. Parlo non a caso di stati  e governi e non di paesi, perché all’interno di ciascun paese c’è una grande diversità tra persona e persona.

Comunque la questione del genere ha assunto una centralità politica e sociale non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa e in tutto il mondo. Anche in Africa alcuni politici strumentalizzano le persone LGBT per seminare paura, facendo discorsi sulla colonizzazione europea… anche se questi stessi politici sono finanziati da estremisti americani o da estremisti sauditi! E nessuno ricorda che in Uganda è vissuto un sultano apertamente bisessuale che fece uccidere i suoi paggi quando questi si convertono al cristianesimo, rifiutandosi per questo motivo di essere sodomizzati – e qui non si tratta ovviamente di chiedere il ripristino dell’obbligo di avere rapporti anali, ma di riconoscere che a quei tempi i rapporti anali non costituivano un problema all’interno di quelle società.

La questione dell’omonazionalismo è sempre più di attualità anche in Europa, dove qualcuno sostiene che il problema dell’omofobia si collocherebbe solamente nelle società arabo-musulmane e in quelle africane, negando che si tratti di un problema di “economia”, di società che si sentono in pericolo e decidono di designare dei capri espiatori, ma affermando invece che sarebbe unicamente una questione di “cultura”. Questa rappresentazione però, secondo me, è razzista.

 

Leggi tutta la serie di interventi di Ludovic-Mohamed Zahed

 

Ludovic-Mohamed Zahed, imam, psicologo e antropologo
traduzione di Pier
©2015 Il Grande Colibrì

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2 commenti

  • Aggiungerei a quello che dice l'imam Zahed, che di solito gli omonazionalisti ed i pinkwashers, alla prova dei fatti, non sono granché LGBT-friendly.

    In Italia trovi sempre qualcuno che risponde ad ogni richiesta elementare delle persone LGBT rinfacciando che non qui non vengono impiccate come in Iran. Evidentemente lui vuole usare i gay contro i mussulmani, ed il pericolo islamico (mi spiegassero che cos'è) contro i gay.

    In Israele la situazione LGBT è un po' migliore che in Italia, ma la maternità surrogata alle coppie same-sex è proibita, con il risultato che chi vuole dei figli deve commissionarli all'estero, con tutte le polemiche del caso.

    Di matrimonio egualitario non si parla (anche perché di matrimonio civile non si parla), e la vicenda del "trans matrimonio" annullato lo scorso giugno ha convinto il Ministero degli Affari Religiosi ad informatizzare (con una spesa di 45 milioni di Shekel = 10 milioni di Euro che pagerà Pantalone) l'anagrafe rabbinica perché non si ripeta questo caso.

    Si avrà il Ministero degli Affari Religiosi che giocherà a svelare i dati sensibili che il Ministero degli Interni è tenuto ad occultare.

    Ed i palestinesi si lamentano che, quando i servizi segreti israeliani scoprono che uno di loro è gay, lo ricattano: o diventa un loro informatore, o lo sputtanano.

    Non è bello che un paese che tutela i gay ebrei (ed è il più sparagnino del mondo industrializzato a concedere l'asilo politico ai non ebrei – va ricordato che invece un ebreo in Israele può stabilirsi come e quando vuole) sfrutti invece tutti i pregiudizi omofobi contro i gay palestinesi.

    Anche perché i palestinesi hanno imparato ad associare sex workers, piccoli spacciatori, persone omosessuali, con gli informatori del Mossad – e si rischia di creare un odio duraturo tra i palestinesi verso queste persone.

    Lo storico israeliano Benny Morris scrisse nel suo libro "Vittime" che il moralismo di Hamas sembrava nei primi tempi avere per questo una funzione patriottica.

    Esiste una "law clinic" all'Università di Tel Aviv che cerca di aiutare i gay palestinesi che si rifugiano in Israele – ma, se fino alla Seconda Intifada Aguda (la principale organizzazione LGBT israeliana) riusciva a persuadere la polizia a non rimandarli in Palestina, ora il massimo che riesce a fare (ed in pochi casi) la "law clinic" dell'Università è farli restare nel paese per lo stretto indispensabile a trovare asilo altrove. Vedi http://www.law.tau.ac.il/heb/_Uploads/dbsAttachedFiles/NowheretoRun.pdf .

    Raffaele Yona Ladu

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