L’omosessualità è un reato? L’Africa discute e si divide

In Kenya, paese in cui papa Francesco ha iniziato il suo viaggio africano [ilgrandecolibri.com], la commissione parlamentare per gli affari giuridici e legali ha bocciato il progetto di legge per introdurre la pena di morte per i rapporti tra persone dello stesso sesso: per la commissione la proposta “non è necessaria: la costituzione tutela e difende adeguatamente i valori familiari“. La decisione ha scontentato i proponenti, ma è stata applaudita da Irungu Kang’ata, presidente del gruppo dei parlamentari anti-gay (sic!), secondo cui il paese avrebbe già sufficienti leggi contro gli omosessuali [nation.co.ke]. Proprio come la Nigeria, dove nello stato cristiano del Delta, sono stati arrestati 21 studenti per il sospetto di dedicarsi al sesso anale e di prostituirsi. E la stampa si scatena, dipingendo i due istituti frequentati dai giovani presunti omosessuali come “alveari di sodomia” [dailypost.ng].

Le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) africane, però, non devono fare attenzione solo alle leggi omofobiche: spesso i pericoli peggiori provengono dalla società. In Camerun sta facendo discutere la vicenda di Henry O.: secondo la versione ufficiale dei fatti, il giovane, durante una videochat con un gay straniero in un internet point, si sarebbe calato pantaloni e mutande e avrebbe iniziato a masturbarsi in webcam davanti a tutti. A quel punto, gli altri clienti lo avrebbero trascinato fuori dal locale per picchiarlo e solo l’intervento della polizia gli avrebbe salvato la vita.

Henry nega le accuse che gli sono rivolte: “Mi hanno bastonato, trascinato fuori con la forza, coperto di insulti. Mentre mi picchiavano ho dovuto accettare di confessare le colpe che mi attribuivano solo per salvarmi la vita“. Anche secondo l’associazione CAMFAIDS la ricostruzione ufficiale della vicenda non sarebbe per nulla convincente e maschererebbe solo un “semplice” pestaggio omofobico di gruppo. Intanto, però, Henry finirà in tribunale [76crimesfr.com].

Ma il Camerun non è l’unico paese in cui le autorità se la prendono con le persone LGBT vittime di violenza invece che con chi compie gli assalti. Come denuncia un rapporto di Amnesty International [amnestyusa.org], in Tunisia, quando una lesbica, un gay o una persona transgender sono picchiati o violentati, è probabile che finisca nei guai con la giustizia la vittima, e non l’aggressore. Quando Sharky, una lesbica di 25 anni, ha denunciato di essere stata malmenata e pugnalata in un attacco omofobico, la polizia ha minacciato di denunciarla perché omosessuale. Una situazione simile la vivono le donne, e soprattutto le lavoratrici del sesso, quando subiscono uno stupro.

Oltre il confine, in Algeria, l’Autorità di regolamentazione dell’audiovisivo (ARAV) ha richiamato all’ordine il canale Beur TV dopo che, mandando in onda una trasmissione dedicata alla vita degli omosessuali nel paese, avrebbe commesso un “attentato al pudore“, violando “le regole deontologiche ed i valori morali della nostra società” [tsa-algerie.com]. Nonostante tutto, però, il dibattito per la decriminalizzazione dei rapporti omosessuali sta facendo timidi progressi in tutto il Maghreb, come dimostrano per esempio le prese di posizione del ministro del turismo marocchino [yabiladi.com] e di quello della giustizia tunisino [ilgrandecolibri.com].

Un dibattito opposto sta invece animando la campagna elettorale in Burkina Faso: in questo stato a maggioranza musulmana in cui l’omosessualità è legale, due candidati minori alla presidenza hanno deciso di lanciare una crociata omofobica. Tahirou Barry, del Partito per la rinascita (PAREN), a cui i sondaggi assegnano il 4% delle preferenze, promette che, in caso di sua vittoria, “gli omosessuali non rivendicheranno la loro condizione come un diritto, ma andranno a farsi curare” [burkina24.com], mentre per Me Bénéwendé Sankara, che guida l’Unione per la rinascita (UNIR/PS) e che raccoglie il 3% delle intenzioni di voto, l’omosessualità “non è una malattia, ma un male da combattere: non ci opponiamo alle libertà individuali, ma persino gli animali non si accoppiano tra maschi o tra femmine” [burkina24.com].

Per fortuna i candidati principali, almeno per ora, non si sono prestati a questo gioco e anche sui media locali sono apparsi alcuni editoriali di fuoco contro le posizioni del PAREN. Per esempio, lefaso.net scrive a proposito dell’idea di criminalizzare i rapporti tra persone dello stesso sesso: “Non solo è disonesta perché confonde l’omosessualità con l’animalità (?), la predazione sessuale ed il matrimonio per tutti, ma dimostra un puritanesimo superato, retrogrado e neocoloniale, è discriminatoria, produce fratture sociali e soprattutto contrasta con una virtù fondamentale del paese: la tolleranza“. E ancora: “Nessun politico dovrebbe intromettersi nella vita privata dei burkinabè, e tutti dovrebbero combattere le discriminazioni, di qualsiasi tipo siano“. Parole che sarebbero utili per tutto il continente…

 

Pier
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