Gay sotto l’ISIS: meglio morti che vivi “a casa nostra”?

Miliziani del gruppo terroristico Stato Islamico

“Ora i gay sanno volare”: Sami e il suo compagno, una coppia di ragazzi fuggiti dalla Siria in Turchia, hanno sentito anche questo commento quando sono circolate le immagini di un presunto omosessuale lanciato giù dal tetto di un palazzo da miliziani del gruppo terrorista Stato islamico. Questa battuta sconcertante dimostra la scarsissima considerazione che viene attribuita alle vittime LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) dell’ISIS e di altre organizzazioni fondamentaliste in Siria e in Iraq. La testimonianza di Nour, attivista gay siriano rifugiatosi anche lui in Turchia, conferma questa sensazione in modo forse meno scioccante, ma più preoccupante: “Abbiamo provato a contattare qualche gruppo, qualche ente internazionale, ma ci hanno detto che le persone LGBT in Siria non sono la loro priorità. In parole povere le nostre vite, ai loro occhi, non sono degne di essere salvate” [CNN].

Omosessuali e transgender dovrebbero essere aiutati ad ottenere asilo politico in paesi che rispettano pienamente i loro diritti, permettendogli di fare domanda di protezione ad alcuni stati senza essere presenti sul loro territorio, come chiede la Commissione internazionale per i diritti umani di gay e lesbiche (IGLHRC). Invece le porte dei paesi più “friendly” sono sempre più chiuse sotto la spinta di una crescente paura dello straniero. Per questo sembra destinato a fallire anche l’appello al congresso USA affinché favorisca la concessione dell’asilo politico a distanza, faccia pressione sul governo di Baghdad per la protezione delle persone LGBT e destini risorse alle organizzazioni irachene che difendono le vittime dei “delitti d’onore”, che colpiscono anche gli omosessuali [IGLHRC].

L’atteggiamento che sembra prevalere, in definitiva, è molto ipocrita: i governi condannano le atrocità di gruppi come Stato islamico, ma di fronte alle loro vittime si impegnano più a tenerle lontane dai propri confini che a cercare di salvarle. In sintesi – ma guai a dirlo! – meglio che muoiano piuttosto che vivano a “casa nostra”! Un atteggiamento che si riflette nei media (che hanno scoperto che l’Iraq è il peggior posto dove possa stare un omosessuale solo dopo anni e solo quando il gruppo Stato islamico ha offerto la ghiotta opportunità di pubblicare immagini scioccanti) e nella popolazione (che sui social network esprime una solidarietà duratura quanto un click e poi vota partiti che restringono i diritti e gli aiuti a chi scappa dalle guerre).

In questo contesto, le atroci uccisioni di omosessuali (altri due uomini gay sarebbero stati uccisi, tramite decapitazione, nella regione di Ninive; Le Point) diventano morti inutili. O meglio: sono utili al gruppo Stato Islamico per farsi pubblicità, sono utili a molti nostri politici per alimentare la xenofobia, sono utili a certi media per aumentare i lettori con fotografie scioccanti [Il Grande Colibrì], sono utili a tanti di noi per avere uno spettacolo horror gratis o per gloriarci del buon cuore che dimostriamo con commenti straziati su Facebook.

Sono morti inutili, al contrario, se immaginiamo l’obiettivo di proteggere le vittime o di provare a cambiare la brutale realtà sintetizzata da IGLHRC: “Gli iracheni LGBT affrontano minacce specifiche alla propria sicurezza: a differenza di altri gruppi, come le donne o le minoranze etniche e religiose, le persone LGBT godono di scarsa sicurezza come gruppo e di scarsa protezione da parte degli appartenenti alla propria famiglia, tribù o comunità. Una volta scoperti, i membri della famiglia e della comunità spesso diventano complici, insieme alle autorità, negli abusi contro le persone LGBT”.

Come accennavamo già e come aveva spiegato già molto tempo fa su questo sito l’attivista iracheno Anas [Il Grande Colibrì], la situazione per omosessuali e transgender in Iraq è gravissima persino al di là dei crimini del gruppo Stato islamico ed era gravissima anche molto prima dell’avvento di questa organizzazione terroristica. In questo quadro, non sorprende scoprire che Al-Sumaria, una televisione satellitare irachena che ha come motto “La diversità irachena porterà solamente ad una coesistenza pacifica e all’alternanza di governo”, ha mandato in onda un’assurda intervista (video qui sotto) in cui una bambina piccola denuncia quanto l’omosessualità stia dilagando nelle scuole, esprimendo idee confuse e astiose che con ogni evidenza le sono state suggerite prima dell’intervista.

E, a proposito di televisione, in Libano, uno dei paesi che più sta risentendo della guerra nella confinante Siria, il canale pubblico OTV, generalmente moderno e liberale, propone una puntata del talk show “Min 7a2ik” sulla questione “Omosessualità: moda o malattia?” (video qui sotto). A dimostrazione che i mezzi di informazione (o di disinformazione?) hanno bisogno di fare un profondo esame di coscienza davvero in tutto il mondo.

 

Pier
©2015 Il Grande Colibrì
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