Pericoloso essere giornalista e parlare di gay in Russia

Militanti del Movimento di liberazione nazionale (NOD)

Benché non siano più sotto i riflettori da tempo, le politiche persecutorie russe nei confronti delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), così come quelle che riguardano la libertà di stampa, peggiorano sempre più. Se poi uno sventurato giornalista intende seguire una manifestazione gay (ovviamente non autorizzata, in un paese che vieta la “propaganda omosessuale”), il giornalista sarà doppiamente colpevole: vuole forse scrivere quello che vuole e in più su un tema di cui è vietato far parola? Non sia mai.

In effetti quanto accaduto a David Frenkel, collaboratore di Kommersant, dimostra che un giornalista, anche senza essere una critica del regime come Anna Stepanovna Politkovskaja [Wikipedia], si può arrivare a rischiare la vita se si “pretende” di documentare una manifestazione non autorizzata.

E ciò che è peggio è che a provocare questo rischio non sono solo i violenti esponenti del Movimento di liberazione nazionale (NOD), che amano alzare le mani su chi non la pensa come loro, quando non si accontentano di insultare chi non la pensa come loro. No, a farti rischiare la vita è proprio la polizia che hai insistito a chiamare dopo che qualcuno ti ha preso a calci e ha colpito la tua macchina fotografica con cui stavi facendo il tuo lavoro.

A coronamento del dramma kafkiano del giornalista, la polizia fa poi trapelare notizie del tutto inventate su come si sono svolti i fatti, così che i giornali che parlano di quest’episodio riportano solo la versione “normalizzata”.

David Frenkel ha avuto la fortuna che i suoi genitori e i suoi colleghi, che avevano scattato fotografie dell’aggressione di cui era stato vittima, sono andati a cercarlo al commissariato di polizia: così non hanno potuto, per ora almeno, farlo tacere definitivamente. Ma ha deciso di rischiare ancora, raccontando sul blog The Russian Reader la sua allucinante esperienza. Lo ha fatto perché aveva scelto di documentare una manifestazione non autorizzata e ha scelto di rivolgersi all’autorità quando è stato colpito dai nazionalisti. Lo ha fatto perché in Russia non sia più pericoloso parlare di omosessualità e di manifestazioni LGBTQI e perché finisca di essere pericoloso fare, semplicemente, il giornalista.

 

Michele
©2016 Il Grande Colibrì

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