Le “pacifiche” proteste dei cristiani contro i Gay Pride

manifestazione contro le persone lgbt a tbilisi
Una manifestazione anti-LGBT a Tbilisi, in Georgia

Benché faccia sempre una certa impressione, è piuttosto normale che ad una richiesta di estensione di diritti civili corrisponda una reazione di coloro che non li riconoscono: era già successo, per esempio, con le prime rivendicazioni dei neri americani, ed è successo già anche con il movimento dei diritti LGBT. Anzi, negli ultimi anni, a fronte di un’accelerazione del processo di equiparazione delle persone omosessuali a quelle etero, è corrisposta altrove una chiusura ancora maggiore, come dimostrano il caso della Russia e dei paesi più condizionati dalla sua politica e quello di alcuni paesi africani dove le chiese evangeliche fanno approvare norme sempre più severe ed omofobiche. Ma forse mai come quest’anno, perlomeno in anni recenti, ci sono state tante reazioni sguaiate e violente nei confronti della giornata dell’orgoglio omosessuale, ormai nota ovunque come Pride.

Le situazioni sono tuttavia le più diverse. In Georgia, paese che con l’indipendenza dall’URSS ha rescisso in modo più netto di molti altri i legami con Mosca, aderendo persino alla NATO, gli ortodossi hanno organizzato una manifestazione contro il Pride, che già gli anni scorsi aveva subito la furia della violenza omofobica e che sicuramente non gode dell’approvazione maggioritaria della popolazione.

Ma i gruppi LGBT avevano già deciso da tempo di non sfilare: ad organizzare l’evento doveva essere un lavoratore del sesso omosessuale, che sarebbe stato pagato da un’organizzazione pro-russa con lo scopo di provocare violenze. L’obiettivo finale sarebbe stato far saltare l’accordo economico tra Georgia ed Unione Europea [Il Grande Colibrì], che dovrebbe essere firmato nei prossimi giorni. Solo che il prostituto non ha saputo (o voluto, come sostiene) far fronte ai suoi impegni e la reazione oscurantista non ha trovato la manifestazione a cui opporsi [The Guardian].

Ben diversa la situazione di Singapore, dove la parata c’è stata ed è stata un successo (dal record di 20mila partecipanti dello scorso anno ai 26mila di sabato scorso; Yahoo, tramite Wayback Machine). E qui, con i sondaggi che stimano il 78% della popolazione contraria alle relazioni tra persone dello stesso sesso, la reazione è stata solo apparentemente più civile: oltre seimila cristiani vestiti di bianco hanno partecipato ad una sorta di “veglia riparatoria” e un’analoga iniziativa è stata lanciata dalla comunità musulmana, con i fedeli invitati a vestire di bianco nella cerimonia della vigilia del Ramadan [Yahoo].

Nelle scorse settimane cristiani di tutte le confessioni hanno attaccato, boicottato, assaltato i Pride nel mondo: da Tessalonica, con un vescovo che ha definito l’omosessualità come “perversione dell’esistenza umana” [Enet English], a Seul, dove la protesta cristiana ha avuto forma di boicottaggio, con un vero e proprio picchetto che ha impedito la parata [YouTube], da Nicosia, dove si è tentato di attaccare il Pride, che è stato però difeso dai cordoni della polizia [The Buffalo News, tramite Wayback Machine], a Vienna, dove la prima esponente politica apertamente omosessuale austriaca, Ulrike Lunacek, è stata aggredita con un acido che le ha distrutto una costosa macchina fotografica e macchiato i vestiti (ma non ha procurato danni a persone) durante il Pride di sabato, che era stato attaccato da una cinquantina di aderenti a una chiesa cristiana fondamentalista [The Local].

Insomma, non è vero che sempre e ovunque le proteste degli esponenti del cristianesimo sono state pacifiche, come nei casi delle contestazioni contro alcune parate negli USA e contro quella di Londra [BreatheCast], ma nulla sembra superare la follia del progetto che il gruppo evangelico Trinity Works aveva architettato per cinque anni, con lo scopo di “salvare gli omosessuali”: infiltrarsi tra i gay del Minnesota, convertirli e “guarirli” dall’omosessualità, utilizzando un gay club molto popolare (il Gay 90s) come base per attirare i potenziali “clienti” [The Column].

Come nel caso di Singapore, anche altrove le proteste anti-Pride non hanno coinvolto solo i cristiani ma anche i musulmani. E’ successo in modo particolare in Norvegia, dove l’estremista islamico Ubaydullah Hussain (già condannato nello scorso febbraio per odio contro gli ebrei) ha creato un sito contro la parata di Oslo che aveva come immagine fortemente simbolica una bandiera arcobaleno in fiamme e che descriveva l’omosessualità come “una malattia orrenda e crudele”.

Il sito, che aveva raccolto quasi trecento sostenitori, è già stato cancellato e l’iniziativa di Hussain è stata sconfessata da altri esponenti della comunità: “Credo nella tolleranza – ha detto per esempio il norvegese convertito Yousef Assidiq – e spero che i musulmani possano partecipare e sostenere la parata di sabato e comunque assicurare che non ci saranno violenze o atti d’odio contro chi parteciperà” [The Local].

Anche nelle comunità musulmane, infatti, l’intolleranza non è sempre vincente. E se il Pride marocchino ha dovuto necessariamente svolgersi oltre confine, ospitato da quello parigino [Al Jazeera], quello d’Istanbul ha avuto un forte connotato politico, con decine di migliaia di partecipanti [RTBF; link non più disponibile] ad un anno di distanza dalle proteste, represse nel sangue, che salvarono il parco Gezi a cui il movimento LGBT ha attivamente partecipato [Il Grande Colibrì].

 

Michele
©2014 Il Grande Colibrì
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