Il referendum rumeno che voleva modificare la costituzione affinché il matrimonio fosse definito come “tra un uomo e una donna“, e non, come adesso, “tra due sposi“, è stato bocciato. Per essere più precisi, gli elettori non l’hanno respinto con una valanga di “no”, ma l’hanno semplicemente ignorato, e questo stride un po’ con l’entusiasmo forse eccessivo registrato nei comunicati e nei blog LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) negli ultimi due giorni.
Per essere valido, infatti, il referendum aveva bisogno di un quorum del 30% di votanti, ma alle urne si è presentato circa il 20% degli aventi diritto e dunque la consultazione non è valida. D’altronde, l’affluenza alle ultime elezioni politiche era stata del 39%, e questo risultato faceva prevedere che raggiungere la soglia minima sarebbe stata una mezza impresa, nonostante l’appoggio al referendum della Chiesa ortodossa e di quasi tutti i partiti politici. Anche per questo, probabilmente, la comunità LGBTQIA ha fatto campagna per l’astensione, e non per un voto negativo sulla proposta.
Insomma, c’è molto poco da festeggiare: la Romania non è diventata friendly tutto ad un tratto, semplicemente le cose non sono peggiorate.
Colpi bassi
Il referendum era stato proposto dalle associazioni religiose, raccogliendo ben tre milioni di firme nel 2016, ma era stato praticamente ignorato per anni dal parlamento, fino a quando nel Partidul Social Democrat (Partito Social Democratico; PSD), al potere in Romania, si è risvegliata a un tratto la fiamma della difesa della famiglia tradizionale e praticamente tutte le forze politiche del parlamento hanno dato il via al referendum che aveva, come è ovvio, l’appoggio della potente Chiesa ortodossa.
Qualcuno, in realtà, aveva fatto notare come questa “illuminazione” del PSD potesse essere motivata dalla volontà di nascondere i problemi con la giustizia di alcuni esponenti del partito, a partire dal leader, Liviu Dragnea, che è ricorso in appello contro una sentenza a tre anni e mezzo di carcere per uno scandalo su falsi posti di lavoro. Non c’era quindi niente di meglio che spostare l’attenzione su un pericolo pubblico come le persone LGBTQIA e non c’era occasione migliore per fare un favore alla potente chiesa locale.
La campagna elettorale, come era da aspettarsi, non ha risparmiato colpi bassi e cadute di stile, non per ultima la prima pagina di quello che è stato un importante quotidiano rumeno, România Liberă, che parlava di un “nuovo ordine LGBTQ” con tanto di divise naziste e di persecuzione delle persone religiose a causa di un “clima tossico” che starebbe minacciando i cristiani.
Alla campagna per la modifica costituzionale aveva aderito anche Kim Davis, l’impiegata di un ufficio pubblico del Kentucky che è diventata famosa per essersi rifiutata di registrare un matrimonio tra persone dello stesso sesso dopo la sentenza della Corte suprema americana del 2015.
Colpi di scena
A rendere le cose, almeno dal punto di vista prettamente legale, ancora più complicate, era intervenuta una sentenza della Corte costituzionale di Bucarest dello scorso 28 settembre che ha stabilito che il paese dovrà garantire alle coppie omosessuali “gli stessi diritti alla vita privata e familiare” che hanno quelle eterosessuali. La sentenza si riferisce alla vicenda giudiziaria di Adrian Coman, cittadino rumeno, e di suo marito Clay Hamilton: i due si sono sposati in Belgio alcuni anni fa, ma la loro unione non era riconosciuta in Romania.
Già all’inizio di quest’anno, la Corte Europea di Giustizia aveva imposto alla Romania di garantire i diritti di residenza alle persone dello stesso sesso sposate in altri paesi dell’Unione Europea (UE).
Appena due giorni dopo il fallimento del referendum, c’è stato un colpo di scena. Nonostante la consultazione fosse stata appoggiata dal suo partito, il ministro social-democratico degli affari europei Victor Negrescu ha dichiarato a sorpresa che una proposta di legge per istituire le unioni civili in Romania “sarà presentata al parlamento la prossima settimana“. Se l’iter arrivasse in fondo, allora ci sarebbe davvero da esultare. Ma la strada potrebbe essere lunga.
La Romania ha decriminalizzato l’omosessualità solo nel 2001 e occupa il 35° posto nella classifica dei diritti di ILGA-Europe, raggiungendo solo il 21,12% dei requisiti richiesti dall’associazione per quanto riguarda i diritti delle persone LGBTQIA. Le cose vanno, ovviamente, in un altro modo in Italia, che è ben tre posizioni più in alto in quanto a diritti: al 32° posto, “forte” del suo 26,67% di requisiti raggiunti e che devono essere difesi con i denti.
Alessandro Garzi
©2018 Il Grande Colibrì
foto: Sharon McCutcheon (CC0)
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