Samra Habib: islam e queerness mano nella mano

Shima, queer iraniana, fotografata da Samra Habib

“Voglio che i ragazzi musulmani omosessuali in giro per il mondo sentano di non essere soli e che ci sono molti come loro là fuori che si stanno ponendo le stesse domande. E voglio che i non musulmani capiscano che l’islam non è una religione monolitica”.

Samra è una ragazza pakistana, una lesbica musulmana, che ad un certo punto della sua vita si è detta che doveva far qualcosa per quella strana sensazione che le mangiava lo stomaco, quella di sapere che ce n’erano altri lì fuori che si stavano ponendo le sue stesse domande. Era sicura di non essere la sola e ancora più sicura di non voler restare nell’ombra. E allora si è messa alla ricerca.

Samra ha così sfidato gli stereotipi, fotografando ragazzi omosessuali musulmani d’Europa e del Nord America, decine di volti e colori, decine di storie che raccontano la voglia di essere riconosciuti, di amare ed essere se stessi, il desiderio di non essere invisibili.

Sì, perché – come dice Samra stessa – essere una lesbica musulmana significa sentirsi doppiamente invisibile: da un lato la comunità LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) non crede, o addirittura non sa, che esistono musulmani gay, dall’altro la comunità islamica non li accetta, o, meglio, non accetta neanche di parlarne, perché parlarne sarebbe come confermarne l’esistenza.

Quello che vuole fare Samra Habib, vivendo in prima persona questa dicotomia, è anche questo: fendere questo velo grigio di ipocrisia con un raggio di luce arcobaleno.

“Just Me and Allah: A Queer Muslim Photo Project” (Solo io e Allah: un progetto fotografico queer musulmano) è il suo bellissimo progetto fotografico, lanciato per il Pride di Toronto e partito da un blog su Tumblr, che ci ha fatto conoscere ragazzi e ragazze queer musulmani da Berlino a Istanbul: sono volti a testa alta e a viso scoperto, volti che ci parlano a cuore aperto e con gli occhi orgogliosi, su uno sfondo colorato di speranza e murales policromi.

Volti di persone comuni ma anche di personalità della comunità LGBTQI, attivisti, avvocati ed esponenti di associazioni varie, come il fondatore del Masjid el-Tawhid di Toronto, una moschea aperta a tutti, proprio a tutti [Facebook].

Il suo proposito, ha spiegato Samra, è stato quello di contrapporre storie serene e raggianti a quell’immaginario, anche cinematografico, che vuole i giovani omosessuali musulmani alle prese con una scia di colpevolezza, sofferenza e paure.

Samra non ha alcuna intenzione di fermarsi, continuerà a viaggiare – dice – anche perché sono sempre di più i ragazzi che, venuti a conoscenza del progetto, chiedono di farne parte. 
E Samra li raggiungerà, racconterà e io, personalmente, non vedo l’ora di conoscerli.

 

Ameni
@2016 Il Grande Colibrì

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