In Mongolia la comunità queer esiste e vuole far sentire la sua voce. Lo fa attraverso un’organizzazione a favore dei diritti LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). E con un’iniziativa davvero sorprendente.
Un giorno a Ulan Bator
È una tranquilla mattina di autunno a Ulan Bator. Il sole splende sereno, il cielo è limpido e terso e invoglia a uscire. Nelle strade della capitale la gente cammina spedita, osserva i negozi, chiacchiera, ride e scatta qualche fotografia. All’apparenza sembra tutto perfetto, tutto a posto, tutto come sempre. Eppure qualcosa di diverso c’è e finalmente qualcuno se ne accorge.
Tre ragazzi con una benda nera sugli occhi si sono fermati in corrispondenza di uno degli incroci più frequentati della città. Ci rimarranno mezz’ora ciascuno, immobili e indifesi, esponendo un cartello in cui si dichiarano rispettivamente gay, lesbica e transessuale. In cambio del loro coraggio chiedono ai passanti solo un abbraccio.
L’idea dell’LGBT Centre
L’idea di organizzare un evento di questa portata è venuta ad alcuni attivisti dell’LGBT Centre, un’organizzazione mongola che si batte per i diritti della comunità queer a livello nazionale e non solo. “Il nostro principale obiettivo è quello di mostrare agli abitanti del nostro paese che anche noi esistiamo, che abbiamo dei sentimenti e possiamo amare esattamente come tutti gli altri” sottolinea Kenna, youth manager dell’organizzazione, in un’intervista concessa a Il Grande Colibrì.

L’idea dell’esperimento è stata sua, ma è stata subito accolta con entusiasmo dagli altri volontari: “Ho trovato l’ispirazione guardando i video di altre associazioni LGBTQIA e ho subito pensato che sarebbe stato bello proporre un’iniziativa analoga anche qui in Mongolia. Quando ne ho parlato con gli altri membri del gruppo, sono stati subito d’accordo!“.
Un po’ di batticuore
Organizzare l’evento si è però rivelato più complicato del previsto. “Le difficoltà non sono mancate! – ammette Kenna – La cosa che ci spaventava di più erano le possibili reazioni della gente. La Mongolia non è un paese omofobo e in teoria le leggi dello stato tutelano le persone LGBTQIA da ogni forma di discriminazione. D’altro canto, però, la nostra è una società molto legata alle sue tradizioni e questo condiziona non poco la nostra vita e le nostre scelte“.
Anche per questo motivo non è stato facile trovare dei volontari che prendessero parte al progetto: “La comunità queer è ancora molto ristretta e non tutti hanno il coraggio di dichiarare al mondo la propria diversità. Per non mettere in difficoltà nessuno abbiamo quindi deciso di scegliere tre volontari molto sicuri di se stessi e di allestire l’esperimento nella capitale, dove la gente ha una mentalità più aperta e disponibile“.
I ragazzi hanno anche deciso di filmare l’esperimento e di condividerlo in rete: “Volevamo che la nostra iniziativa avesse ampia risonanza e che potesse uscire dai confini nazionali – sottolinea Kenna – Per questo, oltre a me e ai tre attivisti che hanno preso parte al progetto, c’era anche un volontario esperto di videomaking. Il risultato finale è visibile sulla nostra pagina Facebook!“.
Би лесбиян/гей/трансжендэр эрэгтэй, намайг тэврэх үү?"
See more for englishОлон Улсын хүнийн эрхийн өдрийг тохиолдуулан нээлттэй залуус маань нэгдэж хийсэн "Би лесбиян/гей/трансжендэр эрэгтэй, намайг тэврэх үү?" нийгмийн хандлагын харуулсан туршилтыг бичлэгийг анх удаа Монголд хийсэн билээ. Тус видео маань бэлэн болсон шүү. Видеонд оролцсон залуучууддаа амжилт хүсье! <3 ЛГБТИ эрх бол хүний эрх! Heliophobic Adam Anykaa Fanykaa 🏳️🌈🇲🇳️"I am a lesbian/gay/transgender man, would you hug me?"-first social experiment video in Mongolia. The LGBT Centre (Mongolia) is proud to publish this video on this day, International Human Rights Day 2018. Thank you so much for those who were brave enough to be part of this video. <3 LGBTI rights are human rights! 🏳️🌈🇲🇳️
Pubblicato da The LGBT Centre (Mongolia) su Lunedì 10 dicembre 2018
Reazioni differenti
Com’era prevedibile, l’iniziativa ha suscitato sensazioni contrastanti. “Le persone hanno reagito in modi molto diversi – sottolinea l’attivista – Alcune erano molto gentili e amichevoli, altre decisamente più ostili se non apertamente omofobe“. Jack Ganbaatar, uno dei tre volontari che hanno preso parte al progetto, ricorda che le dimostrazioni di affetto si sono spesso alternate a offese e minacce di morte: “In linea generale, abbiamo notato che le persone sono meno disponibili e tolleranti con i gay maschi, mentre dimostrano maggiore empatia nei confronti di lesbiche e transessuali“.
A fine giornata gli abbracci sono stati trenta in totale: un ottimo risultato, specie se si considerano le premesse. “Io e gli altri volontari siamo abbastanza soddisfatti! – conclude Kenna – Il nostro scopo era quello di offrire visibilità alla comunità queer in Mongolia e pensiamo di esserci riusciti. Siamo coscienti che ci sono ancora molti passi da fare per cambiare in meglio la nostra società, ma siamo anche ottimisti: il futuro ci riserverà delle belle sorprese, ne siamo sicuri!“.
Nicole Zaramella
©2019 Il Grande Colibrì
foto: elaborazione da Zun Zun (CC0) / Il Grande Colibrì
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