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Mi chiamo Stefano e ho 32 anni. Sono di Firenze e, per una serie di motivi, vivo a Barcellona. Lavoro in un call center e sono stanco di rispondere a queste domande: “Parli italiano meglio di me! Dove l’hai imparato?”, “Come sei messo là sotto?”, “Sei un escort?”, “Sei maschile?”, “Perché sei credente?”. Sono stufo di rispondere a queste vostre domande, invadenti e mortificanti, sul mio essere nero, italiano, gay, cattolico e di sinistra. Chi siete voi per farmi domande sulla mia famiglia, sul mio corpo e la mia coscienza? Senza chiedervi il permesso, vi racconterò di come sono cresciuto e di come vivo, finalmente senza più nessuna vergogna di essere Stefano, nonostante i miei errori, i vostri pregiudizi, e l’attuale clima di odio.

Da bambino, mi piaceva fare cose “da femmine” e “da maschio”. Pettinavo le Barbie di mia sorella, ero orgoglioso delle mie macchinine, mi piacevano i puzzle, volevo fare il camionista come mio nonno, e il mio primo amore fu Batman. Sapevo di essere diverso dagli altri bambini della mia classe. A scuola mi soprannominarono “cioccolatino; in paese sentivo le parole “mor*”, “morett*”, “ner*”; alla tivù “extracomunitari” o “di colore”.

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Il primo episodio di razzismo lo vissi a sei anni sul 31, l’autobus che collega Grassina a Firenze. Una signora anziana voleva il mio posto. Mia madre le fece notare che i posti riservati agli anziani e ai disabili dietro di lei erano vuoti. La signora si arrabbiò ed iniziò ad urlare cose del tipo: “Negri, non avete neanche il biglietto del tramme, venite in Italia a rubarci il lavoro!”. Mia madre si arrabbiò a sua volta e le rispose a tono. Stava quasi per sbatterle in faccia i nostri abbonamenti mensili. Mia sorella, spaventata, piangeva. Io ero paralizzato dallo sgomento.

Per farla finita, mia madre mi disse di cedere il mio posto a quell’arpia. Forse fu lì che nacque quella frustrazione furiosa che, esaurita la mia pazienza, mi fa sempre esplodere, urlare insulti e lanciare oggetti contro chi è violento e ingiusto nei miei confronti, o nei confronti delle persone a cui voglio bene.

Sul 31 detti il meglio di me. Andai a sedermi dietro mia madre. Una volta seduto, urlai alla vecchia: “Gne gne gne, nonnina!”. Non so cosa mi rispose quella signora, ma ricordo benissimo lo schiaffo che mi dette mia madre. Un bambino non si deve mai permettere di insultare un adulto. Tornai a casa avendo imparato, oltre alla tabellina del due, che sono un neg*o e che, in quanto tale, devo subire in silenzio gli insulti e l’ingiustizia da parte dei bianchi a cui devo qualcosa (poter esistere nel “loro” paese?), e tenermi dentro la rabbia e la frustrazione che ne derivano.

bambino nero triste accusaQualche anno più tardi a questa frustrazione da neg*o si aggiunse quello da fr*cio. Vivevo con mia madre e mia sorella alle Mauritius. Mio padre era rimasto in Italia. È sempre stato un marito e un padre assente.“Stai zitto”, “non farti vedere”, “dillo alla prof, anzi no”, “fa’ finta di nulla”…: era ciò che mi ripetevo ogni giorno, fino all’ultimo anno del liceo. A 14 anni ero un adolescente invisibile, con scarsa autostima mista a tanta rabbia, e un disperato bisogno di essere amato e ascoltato, anche solo un po’.

Tutt* avevano qualcuno con cui parlare del/la ragazzo/a che gli/le piaceva, della sua prima volta, della sua relazione ideale e delle proprie delusioni in amore. Io chi avevo? Il mio diario intimo, le canzoni dei Coldplay e delle T.A.T.U, i miei sogni erotici, e Dio. Nessun altro. Certe volte, quando la disperazione e la rabbia erano così insopportabili, mi sentivo soffocare. Pensavo che nessuno mi avrebbe amato e che sarei morto solo. Non c’era nessuna alternativa. Più volte, ho pensato al suicidio.

La mia unica speranza era il mio ritorno a casa, cioè in Italia. Certo, sapevo che l’Italia non erano i Paesi Bassi dove, alcuni anni prima, era stato approvato il matrimonio egualitario. Però avrei potuto sicuramente essere me stesso, avere amic* con cui parlare liberamente, conoscere altri gay, andare a ballare nei locali gay e flirtare.

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Tornato in Italia nel 2006 per iniziare l’università, iniziò il mio Sessantotto, fatto di amicizie e sesso, di avvicinamento alla politica e alle tematiche della laicità e dell’omofobia. E di liti con mio padre che sapevano tanto di ribellione adolescenziale. Penso che molti di noi millenial LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali), cresciuti senza o con pochissime figure di riferimento in cui identificarci, abbiamo avuto la nostra crisi adolescenziale più tardi rispetto ai nostri coetanei etero, grazie soprattutto alle libertà concesse dalla società ai ventenni e fortemente limitate agli adolescenti: parlare, muoversi, lavorare, studiare senza il permesso di un adulto.

Certo, come molti miei coetanei, fino ai 28 anni dipendevo economicamente da mio padre. Inoltre, dovevo anche fare i conti con il clima non proprio tollerante fuori e dentro casa che spesso mi costringeva a tacere. Ma grazie alle serate allo YAG o alla FLOG di Firenze, al cinema, ai romanzi di André Gide e Alex Sanchez, alla complicità con i miei amici (e alcuni trombamici) e ai primi Pride, nonché al crescente attivismo LGBTQIA in Italia, riuscii ad accettarmi come gay.

Verso il 2010, ero completamente a mio agio con quella parte di me, anche se in famiglia solo mia sorella sapeva che fossi gay. Facevo la vita di qualsiasi 23enne gay di provincia. Finché non arrivò il 2011 e la sparatoria di piazza Dalmazia, dove morirono due senegalesi per mano di un “folle” razzista. Lì mi accorsi che fino a quel momento avevo solamente valorizzato e lottato per la mia identità di omosessuale, accantonando quella di italiano afrodiscendente. Mi accorsi anche che spesso era intenzionale.

Mi sembrava troppo faticoso e complicato far capire perché l’uso della parola “neg*o” era offensiva ai miei amici che la usavano nelle loro battute. Mi mancavano il coraggio e le parole giuste da dire a chi dava del “tu” ai miei, ai controllori che mi chiedevano se avessi il biglietto e alla signora bianca al mio fianco no, oppure – ancora più umiliante – quando qualcuno su PlanetRomeo mi chiedeva quanto prendessi per una scopata.

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L’unica cosa che ho saputo fare per difendermi da quelle micro-aggressioni era tenermi dentro la frustrazione e la rabbia, come quella volta sul 31 quando avevo 6 anni. E isolare dal resto della mia vita la mia identità mauriziana, e le persone collegate a essa, in primis i miei genitori. Invitavo i miei amici quando i miei non erano a casa; a casa, non parlavo quasi mai dei miei amici e di cosa facevamo insieme, mentre ai miei amici spesso evitavo di parlare della mia famiglia e di raccontare loro alcuni momenti del mio passato. In definitiva, ho sottratto una parte di me stesso agli uni e agli altri.

Tra il 2015 e il 2019, ci pensò la vita a costringermi a riconoscermi come gay e italiano afrodiscendente. Dopo il master in scienze della comunicazione, dovetti fare i conti con la disoccupazione e con il fatto che, nel mondo del lavoro in Italia, la presenza di noi “italiani di seconda generazione” è accettabile solo in quegli ambiti non totalmente “italiani”, come il turismo; oppure nei call center, dove i nostri corpi non rischiano di perturbare l’idea di società italiana bianca e cattolica che molti dei nostri clienti hanno.

uomo nero dolore razzismoNel frattempo, razzismo, sessismo e omofobia, sempre accompagnati da un certo classismo piccolo borghese, rendevano l’aria satura di odio verso il Diverso e, per chi diverso era, odio verso di sé. A casa i miei spesso dicevano cose non molto diverse dall’“Aiutiamoli a casa loro” di renziana memoria.

Su Grindr, il discorso del “masc 4 masc” si imponeva sempre più pesantemente, pretendendo da noi gay, fino a qualche anno fa relativamente in pace con il nostro lato femminile, di schiacciarlo fino a farlo sparire, spesso sotto il peso dei muscoli, per essere il più virili possibile. Se sei nero, poi, devi per forza essere un Big Black Cock (grosso cazzo nero) da usare. Tentai di adattarmi, andando in palestra e praticando il chemsex. Mi sono fatto molto male e ancora la mia mente ne porta le cicatrici. Vidi il mio lato oscuro, rischiando di perdermi.

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Ne sono uscito fuori grazie a quel ragazzino di 14 anni che piangeva, guardandosi allo specchio, dopo l’ennesima giornata di insulti a scuola. Si sentiva così solo e vuoto da non vedere nessuna via di uscita. Dall’altra parte dello specchio, vidi invece un ragazzino circondato dall’affetto di molte persone e di un Dio che non l’ha mai abbandonato. Quel ragazzino era pieno di vita e di talento e non gli mancava la voglia di amare se stesso e il prossimo. Vidi un ragazzino coraggioso che, nonostante il disprezzo di molti e le molestie sessuali taciute, andava a scuola, prendeva ottimi voti, e al momento giusto seppe difendersi, accettarsi ed iniziare a costruire il suo futuro. Quel ragazzino poteva finire in un manicomio o in una bara, suicida.

Ma resistetti. E se lo avevo fatto una volta, lo potevo fare anche allora, nel 2018, in piena autodistruzione.

Ora sto meglio. Certo, non sono perfetto e ogni tanto le cicatrici che porto dentro si riaprono; però sto imparando ad accettarle come parte di me. Ma soprattutto non ho più paura a mostrarmi per come sono: italiano e mauriziano, afrodiscendente, gay, effemminato, cattolico e laico, con una voglia di impegnarmi per liberarci da quel patriarcato bianco, etero e capitalista, che mi ha spinto molte volte ad autodistruggermi con la droga, il suicidio o, semplicemente, nel tentativo di essere qualcun altro. Sono pronto a essere me stesso sia con la mia famiglia che con i miei amici, e a lasciarmi andare senza troppe pippe mentali.

Sono Stefano e non smetterò di esserlo.

Stefano
©2020 Il Grande Colibrì
immagini: Il Grande Colibrì / elaborazione da Pikist (CC0) / Il Grande Colibrì / Il Grande Colibrì

One Comment

  • Alessandro ha detto:

    Buonasera, mi chiamo Alessandro.
    Mi sono trovato, per caso, a legger la storia di Stefano, nella quale mi sono perfettamente riconosciuto.
    Vi scrivo perché da tempo, vorrei conoscer persone che hanno una storia comune alla mia, facendo fatica a trovar qualcuno con cui farlo e trovare qualcuno che abbia realmente il coraggio di farlo. Potreste mettermi in contatto?

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