Una ventina di giorni: quasi tre settimane per sapere se saranno sottoposti a una pena di 100 frustate. Questo è il tempo che una coppia gay in Indonesia dovrà aspettare per essere processata da un tribunale coranico. Ma cosa è successo? Asia News parla di diverse persone che letteralmente fanno irruzione nella casa dei due uomini per poi consegnarli alla polizia. La loro colpa? Essere gay e avere una relazione.
Tutto questo succede nella provincia di Aceh all’estremo nord dell’Isola di Sumatra, un territorio ad autonomia speciale, l’unica zona in Indonesia (il più grande paese a maggioranza musulmana) in cui vige la sharia (legge religiosa). Un territorio in cui la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) non ha praticamente alcuna tutela. L’articolo 63 del codice penale è chiaro: i rapporti omosessuali sono illegali, è “sodomia”. Oltre (o in alternativa) alla pena corporale, potranno essere incarcerati per quasi 10 anni.
Oltretutto la fustigazione pubblica non è una rara eccezione, ma punisce diversi atti ritenuti contro la moralità, tra cui tenersi per mano e coccolarsi in pubblico anche per le coppie di sesso opposto, l’adulterio, l’uso di alcol e il gioco d’azzardo. Lo scorso ottobre una fatwa (editto religioso) chiedeva la fustigazione per chi fosse stato trovato a giocare a videogiochi violenti.
È vero che nel resto del paese l’omosessualità non è reato, ma l’aria che tira non è comunque particolarmente LGBTQIA-friendly: le autorità, per esempio, hanno imparato a sfruttare a loro favore la legge contro la pornografia e la “pornoazione”, che, in tutta la sua vaghezza, è uno strumento efficace per agitare i moralisti.
Ginevra Campaini
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