Il nostro percorso con Alì inizia qualche mese fa, quando riceviamo la chiamata di un centro di accoglienza. Ci chiedono supporto per preparare alla Commissione un ragazzo tunisino omosessuale da poco in Italia.
La Tunisia rientra nella famigerata lista dei “paesi sicuri” introdotta nei decreti sicurezza del 2018, e questo bastava per darci un po’ di preoccupazione. Tra l’altro, in caso di esito negativo in Commissione, a chi proviene da un “paese sicuro” non viene concesso nemmeno un permesso di soggiorno temporaneo nell’attesa di un eventuale ricorso.
Per l’Italia i “paesi sicuri” sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina – quest’ultima ha ottenuto una sospensione momentanea. Una lista controversa, sulla quale Il Grande Colibrì si è espresso ampiamente anche con un appello congiunto (link). In questi Paesi è dimostrabile che esistono persecuzioni nei confronti delle donne, delle minoranze sessuali, etniche, religiose e politiche, nonché violenze legate al fenomeno della tratta.
Per esempio, rispetto alla situazione di Alì, in Tunisia l’articolo 230 del codice penale punisce i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso con il carcere.
Nonostante la situazione, non ci siamo scoraggiatə.
Grazie ad un mediatore di lingua araba, abbiamo ascoltato Alì raccontare la sua storia per 5 ore, poi l’abbiamo riordinata e chiarito diversi punti, finché non lo abbiamo preparato, anche sul piano emotivo, a ciò che lo avrebbe aspettato in Commissione.
Alla fine com’è andata? Beh, tutto molto bene, Alì ha ottenuto lo status di rifugiato nonostante provenga dalla Tunisia!!
Siamo felicissimə per Alì e continueremo a supportarlo in questa nuova fase della sua vita in Italia.
D’altro canto però, il nostro pensiero va anche allə tantə richiedenti asilo LGBTQI+ che provengono dai “paesi sicuri” e magari non riescono a trovare un supporto adeguato per affrontare la Commissione.
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