Altri gay verso la forca in Iran: una strage inevitabile?

Questa volta ne conosciamo i nomi (Saadat Arefi, Vahid Akbari, Javid Akbari e Houshmand Akbari), ma da soli i nomi che senso hanno? Di qualcuno che li ha preceduti abbiamo saputo un’età, molto raramente abbiamo visto una foto del loro cadavere penzolante. I condannati a morte per sodomia in Iran sono fantasmi senza identità – di alcuni sappiamo a malapena il luogo ed il mese dell’impiccagione, di altri ignoriamo persino se davvero siano stati uccisi perché omosessuali, altri ancora sono dispersi in un oblio persino più profondo. Tre a settembre (Il grande colibrì), un ragazzo di 25 anni a ottobre (Il grande colibrì), un altro ancora ad aprile (PinkNews)… e ora secondo Human Rights Activists altri quattro potrebbero aggiungersi presto, dopo che la Corte Suprema ha confermato per loro la condanna capitale.

Le stime sugli omosessuali condannati a morte sono numeri quasi casuali estratti dal cilindro della dimenticanza: c’è chi pensa che, dalla rivoluzione del 1979 ad oggi, siano stati uccisi mille gay, chi dice 400, altri arrivano ad ipotizzarne 5mila. In ogni caso una strage, in netto contrasto con quanto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad disse, nel 2007, alla Columbia University di New York: “In Iran non abbiamo omosessuali come ne avete nel vostro paese. In Iran non abbiamo questo fenomeno. Non so chi vi abbia detto che l’abbiamo“. Il bisogno di negare l’esistenza stessa di questo “vizio” spinge il regime degli ayatollah ad impiccare non uomini, ma fantasmi senza identità. E quattro nuovi morti nella dimenticata provincia sud-occidentale di Kohgiruye e Buyer-Ahmad quanta eco potranno mai fare?

La (non)notizia dei quattro condannati in Iran sta suscitando un’indignazione marginale, con qualche raccolta firme sul web (alcune dai toni di fuoco, ma senza neppure un destinatario: magnifico esempio di onanismo altruistico), tanti “mi piace” sui social network e commenti a profusione. Alcuni dei quali (da utenti gay italiani di Facebook: “Arabi di merda, non ho parole“, “Che schifo di popolo, perché non li hanno ancora sterminati?“, ecc…) dimostrano quanto questi morti iraniani saranno dimenticati presto da alcune persone, che si culleranno nella dolce sensazione di purezza che dà un clic su Internet e in un nuovo immotivato motivo per coltivare il proprio razzismo, la propria ignoranza, il proprio sconfinato menefreghismo tinto di umanitarismo verso la vita altrui.

Qualcosa, comunque, si muove. C’è chi tenta perlomeno di capire, approfondire. C’è chi immagina soluzioni, piccole, ma che potrebbero essere utili per qualcuno. Ad esempio, esiste una profonda esigenza di comunicazione e confronto, testimoniata da quanti, anche in Medio Oriente, leggono questo stesso sito grazie a Google Translate e poi magari ci scrivono. Questa esigenza, con lo specifico riferimento all’Iran, è analizzata in un lungo report (“Repubblica LGBT dell’Iran: una realtà online?”) della fondazione Small Media che verrà presentato a Londra dopodomani. E lo stesso giorno sarà lanciato sul web DegarVajeh, un glossario in persiano per sopperire alla mancanza di termini LGBTQ* in questa lingua. A Teheran gli omosessuali non avranno ancora un volto, ma finalmente avranno almeno le parole…

 

Pier
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