Arabia Saudita, pena di morte per chi si dichiara gay

Mentre si seguono con legittima preoccupazione i casi di recrudescenza di accuse e condanne a persone omosessuali in Marocco [ilgrandecolibri.com] e in Tunisia [ilgrandecolibri.com], minore attenzione ha normalmente la discriminazione delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali e transgender, queer e intersessuali) in Arabia Saudita, paese nel quale la situazione non ha mai subito un’evoluzione positiva e, anzi, sembra profilarsi un ulteriore peggioramento. Già oggi in Arabia Saudita un rapporto sessuale consenziente con una persona dello stesso sesso è considerato un crimine che può essere punito con la morte, ma il quotidiano di Gedda okaz.com.sa ha rivelato che ora si vorrebbe applicare la pena capitale anche a chi semplicemente afferma pubblicamente di essere omosessuale.

LA CACCIA ALL’OMOSESSUALE SUL WEB

La proposta, che potrebbe già gravare su alcune decine di detenuti accusati di sodomia o di avere indossato abiti femminili, ha naturalmente seminato il panico negli ambienti omosessuali di quello che è già uno dei paesi più oscurantisti al mondo, come ha dichiarato un gay saudita che gestisce un account twitter dedicato alle notizie LGBTQI. Tuttavia nel paese e all’estero è nato e si è diffuso anche un hashtag di resistenza: لن_ترهبوني_انا_مثلي# (Non mi terrorizzerete. Sono gay).

Ma lo stesso uso di internet può essere pericoloso perché, così come accade in altri paesi omofobi, gli agenti della polizia religiosa creerebbero profili fasulli sui social network per attrarre in trappola coloro che vengono considerati “pervertiti“. La preoccupazione è dunque grande perché, dicono i pochi gestori di account apertamente dedicati alla vita LGBTQI, “Internet è l’unico rifugio sicuro per le persone omosessuali in Medio Oriente: se ce lo tolgono, non avremo un altro posto dove andare“.

INCHIESTA SULLA BANDIERA ARCOBALENO

All’interno del giro di vite contro le minoranze sessuali in Arabia Saudita è finito anche un medico che aveva appeso a tre metri d’altezza sulla sua casa di Gedda una bandiera arcobaleno con i colori dell’orgoglio LGBTQI. Dopo un’approfondita indagine il malcapitato, che aveva comprato la bandiera online perché ai suoi figli erano apparsi gradevoli i colori, è stato rilasciato: non sapeva nulla del significato del vessillo che aveva esposto con tanto sprezzo del pericolo e difficilmente si azzarderà a rifare qualcosa di simile. Sicuramente non con la sua bandiera, che è stata portata via i poliziotti del Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio [cnn.com].

Purtroppo, malgrado il fatto che gli Stati Uniti (e i loro alleati) siano consapevoli delle violazioni dei diritti umani nel paese – come dimostra il rapporto del Dipartimento di stato americano sulla situazione saudita e negli altri paesi del Medio Oriente [state.gov] – accade quello che è accaduto (e che ancora non cambia) con l’Egitto per il caso Regeni: si tratta di partner troppo importanti per gli affari e gli equilibri della regione e nessuno ha voglia di inimicarsi dei paesi che producono una buona fetta del petrolio e degli idrocarburi e ai quali si attribuisce il merito di mantenere una situazione di stabilità in mezzo a realtà molto più instabili. Per questo fare pressione sui nostri governi affinché affrontino la questione dei diritti umani tanto con l’Egitto che con l’Arabia Saudita è così importante.

 

Michele
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