Africa, per combattere l’omofobia basta una bandiera?

L’unica luce, minuscola, che viene dall’Africa in questi giorni ha origine nell’arcobaleno: il Sudafrica ha infatti deciso di dare ufficiale riconoscimento alla bandiera LGBTQ* del paese, versione nazionalizzata dell’universale simbolo omosessuale (O-blog-dee-o-blog-da). Ma è la fiamma di un cerino in un buio sconfortante. Le altre notizie che arrivano dal continente sono la triste conferma di quanto sia difficile vincere l’omofobia, sia che essa abbia origini religiose, sia che sia imposta dalla legge, sia che venga “dal basso”.

La peggiore notizia è quella di un cambio di rotta rispetto a quanto annunciato nel dicembre scorso (Il grande colibrì), con una promessa tradita dalla presidente del Malawi Joyce Banda, che rinuncia a depenalizzare gli atti omosessuali oggi colpiti dalla legge del Paese con il carcere fino a 14 anni: la scusa ufficiale è che “il popolo non è pronto” e che bisogna lasciare che la storia faccia il suo corso per arrivare ai diritti per le persone LGBTQ* (The Washington Post). Ma non è chiaro che cosa abbia determinato questo repentino voltafaccia, peraltro prevedibile dopo che la delegazione del Malawi aveva votato la mozione russa per la difesa dei valori tradizionali (Il grande colibrì).

Quello che è certo è che leggi e costumi si confermano ostiche per gli omosessuali africani: dalla bozza di nuova costituzione egiziana, in cui un articolo apparentemente egalitario serve a tenere lontani la parità dei sessi e i diritti LGBTQ* (Il grande colibrì) alle aggressioni ai danni di David Emete, omosessuale etiope dichiarato, che sarà costretto a comprarsi un’auto perché, girando a piedi, “ho paura di essere ucciso, se le cose non cambieranno” (BikyaMasr). Quello che colpisce in quest’ultimo caso non è tanto l’aggressione fisica subita, che sarebbe potuta accadere anche in una grande città italiana, ma l’indifferenza di gente che conosce bene ed ha un buon rapporto con David. Per non parlare della polizia che, quando ha presentato denuncia con il referto della frattura di due costole, lo ha apertamente deriso.

E la celebrazione dei 50 anni di indipendenza pan-africana celebrata in Uganda, malgrado l’intervento della parlamentare sudafricana Vinita Kalyan  (che pur elogiando i progressi del Paese nella lotta all’AIDS non ha taciuto di considerare “una macchia nel progresso ugandese” le norme omofobe), è stata ancora una volta l’occasione per difendere le leggi che puniscono i rapporti omosessuali, dato che non solo i parlamentari ugandesi, rappresentati da Cecilia-Atim Ogwal, ma anche i delegati degli altri paesi pan-africani, tra cui Kenya e Botswana, hanno attaccato le ingerenze occidentali che vogliono “promuovere l’omosessualità in Africa” (Daily Nation).

Ed essere accostato all’omosessualità rimane un marchio infamante nel continente africano, anche se il caso del professore camerunese Jean Emmanuel Pondi, che ha querelato un giornale per aver riportato queste accuse, appare più complesso. E’ vero che il docente universitario, oltre che di presunta simpatia per altri uomini, è accusato di aver richiesto favori sessuali in cambio di aiuti, ma non c’è dubbio che in un paese dove essere gay porta a multe pecuniarie e carcere fino a cinque anni, non è la paura di un’accusa di corruzione ad aver spinto all’azione legale il professore (La Nouvelle Expression).

 

Michele
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