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Un’ex parlamentare libanese una volta mi ha chiesto: “Come possiamo mobilitare l’elettorato LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) in Libano?“. Voleva capire perché la “comunità LGBTQIA+” libanese, nelle elezioni politiche del 2018, non aveva votato come un blocco unico per opporsi ai partiti politici settari. La sua domanda si basava su un’idea comune, ma sbagliata, cioè che un aspetto dell’identità predomini su tutti gli altri fattori, comprese la fedeltà alla classe e al gruppo, la predominanza patriarcale e la disuguaglianza sociale.

Per esempio, in Libano una donna queer povera è molto probabile che voterà in base ai propri interessi economici più immediati. Per questo potrebbe scegliere il leader del suo gruppo religioso, dal momento che spesso le reti clientelari, attraverso cui si ottengono i servizi di base, si fondano sulla confessione religiosa. Non possiamo aspettarci che questa donna scelga di dare più importanza alla propria identità sessuale che alla propria sussistenza.

La domanda della parlamentare solleva un tema più ampio: parlare di “comunità LGBTQIA+” è problematico. L’espressione fa pensare che esista un’identità di gruppo coerente, basata unicamente sulla condivisione di orientamenti sessuali o identità di genere. In altre parole, suggerisce un’omogeneità che non esiste. Questo è evidente soprattutto in regioni del mondo, come il Medio Oriente e l’Africa del nord, in cui ci sono forti disparità economiche e sociali. Proviamo a chiedere, per esempio, a una donna trans egiziana, che lotta da tutta la vita per trovare un lavoro perché discriminata per la sua espressione di genere, se “si identifica” con un ricco uomo cis gay egiziano che ha le risorse per vivere una vita agiata. Difficilmente le loro vite si incroceranno.

ghana abbraccio gay neriPro e contro politici

Immaginare delle comunità è utile ed è uno strumento politico, ma l’affermazione secondo cui le persone che hanno in comune l’orientamento sessuale o l’identità di genere formino una comunità relativamente uniforme toglie coscienza politica. Questa idea rischia di non farci vedere l’intersezione di altri fattori che producono stratificazioni anche dentro la “comunità LGBTQIA+”. È chiaro che ci sono problemi, come le leggi e le politiche discriminatorie, che colpiscono le persone in base alla loro identità, ma bisogna considerare anche altri fattori quando si valuta l’impatto relativo della discriminazione (quasi sempre le persone socialmente ed economicamente emarginate sono più colpite).

Comunque gli acronimi sono utili e “LGBTQIA+” è importante per discutere dell’accesso al quadro internazionale dei diritti umani. Per ottenere l’asilo, per esempio, una persona queer o transgender deve provare che la sua richiesta si fonda sull’esistenza di violenze o discriminazioni basate sul loro essere LGBTQIA+. L’espressione “comunità LGBTQIA+” nasce nell’ambito dell’attivismo e segnala una solidarietà politica.

False dicotomie

Ma è anche diventato un acronimo al servizio di un’economia neoliberista in cui la “comunità LGBTQIA+” ormai è considerata una nicchia di mercato irrinunciabile (per vendere tanto bandierine arcobaleno quanto candidature politiche). E crea dicotomie false tra chi fa parte del gruppo e chi no. Questo può avere l’effetto collaterale di alienare alcune persone che non mettono in primo piano la loro identità sessuale o di genere. Può farle sentire come se, rifiutando la categoria, stessero tradendo la “loro gente” e, automaticamente, i fondamenti presunti della loro identità. Un’attenzione esagerata sull’identità come categoria fissa minimizza invariabilmente l’importanza delle barriere strutturali e del contesto politico.

donne interetniche amicizia abbraccioUn chiaro esempio dei limiti dell’approccio identitario è la Palestina, in cui lə attivistə queer insistono sulla loro esperienza comune di palestinesi, oltre che sulla solidarietà in quanto queer. Le persone queer e trans palestinesi hanno esperienze diverse, ma vivono tutte sotto le regole discriminatorie che Israele ha concepito per privilegiare la popolazione israeliana ebrea. L’apartheid e le persecuzioni ad esso collegate sono diventate la realtà di milioni di palestinesi, queer e non. Parlare della “condizione della comunità LGBTQIA+” palestinese significa isolare un aspetto della realtà dal contesto più ampio, con il rischio di cancellare la violenza storica e ciclica che domina la vita quotidiana della popolazione palestinese.

Percorsi contestuali

Anche se le identità sono costruzioni culturali, sono comunque importanti per gli individui e hanno conseguenze tangibili. Le discriminazioni e le violenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere percepiti o reali sono violazioni dei diritti umani. In tutto il Medio Oriente e l’Africa del nord cresce il controllo su chi non rispetta le aspettative sociali di qualsiasi tipo: questo è il prodotto di strategie politiche coordinate utilizzate dai governi per mantenere uno status quo al servizio degli interessi economici e politici delle élite. Queste condizioni producono esperienze comuni, dando forma a coalizioni e comunità. Ma questi percorsi dovrebbero essere considerati come legati a precisi contesti, momenti, scopi, obiettivi strategici.

I nostri movimenti politici non nascono per battezzare e rivendicare delle identità tanto per ottenere riconoscimento e visibilità davanti a uno sguardo dominante. Nascono innanzitutto per lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi, per la giustizia riproduttiva, per l’accesso al potere socio-economico e per la libertà di movimento. Indipendentemente dal formare o no una comunità, noi siamo quellə che agiscono e che subiscono.

Rasha Younes per The Nation
Rasha Younes è ricercatrice per Human Rights Watch
traduzione di Pier Cesare Notaro
©2021 The Nation / Il Grande Colibrì
immagini:  elaborazioni da Pxfuel (CC0) / da Philip Boakye (CC0) / da Sarah Pflug (Burst)

 

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