Daayiee Abdullah, l’imam gay: la vita (MOI Voices 2)

L'imam Daayiee Abdullah è dichiaratamente gay

Davanti alla condanna dell’omosessualità che viene ripetuta ferocemente da tanti studiosi coranici, le parole e gli studi dell’imam Daayiee Abdullah rappresentano una fonte di conforto e di speranza per milioni di musulmani LGBTQ*. Daayiee, infatti, è un imam che sostiene che l’omosessualità non è un peccato per l’Islam. Di più: Daayiee è un imam dichiaratamente gay, l’imam gay più famoso del mondo, anche se lui si schermisce: “Sono certo di avere una certa notorietà nel mondo, ma da qui a dire che sono il più famoso… Se fosse vero ne sarei davvero sorpreso! Ma lascerò che giudichi chi mi guarda, perché non si creda che sono io a credermi famoso”.

Intervistare Daayiee è davvero difficile. Non perché sia schivo – anzi, è una persona molto affabile, alla mano e disponibile al confronto. Non perché abbia paura delle minacce, pur pesanti, che subisce da anni. Il problema è che l’imam corre da un punto all’altro del pianeta per assistere le diverse comunità LGBTQ* islamiche del mondo e per lui riuscire a ritagliarsi mezz’ora di tempo è davvero un’impresa. E’ per questo che siamo particolarmente orgogliosi che Daayiee, felice del fatto che finalmente anche in Italia si sia aperta una riflessione seria su Islam e omosessualità, abbia accettato un lungo (altro che mezz’ora!) ed approfondito confronto con noi.

Oggi Daayiee ci racconterà la sua vita, i suoi studi, la sua esperienza di imam e quali sono le maggiori difficoltà delle persone LGBTQ* musulmane che ha incontrato. Ma l’intervista ha anche un seguito [Il Grande Colibrì] in cui affronteremo con questa guida spirituale alcuni aspetti più propriamente teologici.

Non sei nato né in paese islamico né in una famiglia musulmana: com’è stata la tua educazione religiosa da giovane?

Dunque, sono nato in una famiglia cristiana, di Battisti del Sud. L’educazione religiosa dei miei primi anni di vita mi è stata impartita dai miei genitori. Sono stati loro ad avermi insegnato che il corpo umano è una carcassa come il corpo degli altri animali e che la differenza sta nel fatto che noi abbiamo uno spirito, un’anima.

Per i miei genitori era importante che capissi che ogni persona ha bisogno di avere quella cosa che chiamavano spiritualità – che è quella cosa che provi quando arrivi al termine della corda e senti il bisogno di avere ancora qualcosa da stringere (e quella cosa è Dio). In altre parole, la ricerca non era indirizzata ad un qualche “profeta” di per sé, ma allo stabilire una relazione con Dio. Ho portato con me questa convinzione in tutte le fasi della mia vita.

La tua famiglia come ha reagito al tuo coming out?

Ho fatto coming out con la mia famiglia a 15 anni, subito dopo aver finito le medie ed avere onorato l’antico rituale di consegnare il mio diploma a mio padre. Questo gesto significava che le decisioni future su come dirigere la mia vita sarebbero spettate solo a me stesso. Dopo un anno passato al college, decisi che dovevo fare coming out con i miei genitori. Fu uno scambio di idee pacifico, filò tutto senza problemi: mi accettarono e continuarono a volermi bene tanto quanto me ne volevano prima. Sono stato molto fortunato, se pensiamo al brutto trattamento ricevuto da alcuni musulmani gay dopo il loro coming out. Io continuo a pregare che la situazione cambi e intanto con altri cerco di educare la comunità musulmana ad accettare ed accogliere con amore i figli ed i parenti omosessuali.

E quando ti sei convertito all’Islam? Che cosa ti ha attratto?

Ho raccontato questa storia tante volte! Studiavo all’università di Pechino e parlavo spesso di Islam con molti compagni di classe uiguri. E così, dopo tanto discutere, mi invitarono alla moschea di Cow Street. Dopo aver fatto il wudù (ablazioni rituali), entrai per le preghiere. Quando sentii il sermone in cinese, il messaggio aveva un senso perfetto. Così continuai a frequentare la moschea di tanto in tanto, dal momento che il mio interesse per l’Islam era ormai sbocciato.

Dopo aver lasciato la Cina, andai a Taiwan, dove continuai a studiare cinese. Tuttavia, lì le moschee erano wahhabite, fondate dai sauditi, ed erano abbastanza diverse dalle moschee alle quali mi ero abituato a Pechino. Così, se non fossi entrato in contatto con l’Islam degli uiguri, forse oggi non sarei musulmano. Invece ho avuto questa esperienza e sono felice di essere diventato musulmano e continuo a praticare l’Islam nella mia mente, nel mio cuore e nelle mie azioni.

E alla fine sei diventato un imam, una figura forse difficile da capire pienamente per i nostri lettori italiani non musulmani, abituati alla figura, ben diversa, del prete cattolico. Ci puoi spiegare chi è e cosa fa un imam?

La figura dell’imam è a tutti gli effetti simile a quella del reverendo o del leader religioso nelle altre religioni abramitiche, vale a dire giudaismo, cristianesimo ed Islam. L’imam è di solito istruito secondo una particolare scuola di pensiero e le persone della comunità si rivolgono a lui per avere consigli sulle questioni della loro vita quotidiana e sui problemi che devono affrontare. Inoltre, gli imam guidano la preghiera del venerdì, offrono assistenza pastorale a chi frequenta la loro moschea e, di tanto in tanto, svolgono altri servizi necessari per la comunità.

Come sei diventato imam?

Ci sono due modi per diventare imam. Il primo è quello di seguire il metodo tradizionale di studiare il Corano fin dai primi anni di vita, sperando di padroneggiare la memorizzazione del Corano, poi si continuano a studiare gli ahadith (i “detti del Profeta”) e la giurisprudenza islamica (fiqh) e si impara da altri studiosi o imam, i quali offrono insegnamenti secondo una particolare scuola filosofica, per capire l’Islam da quel particolare punto di vista.

Il secondo modo, che è quello che ha caratterizzato la mia formazione, è rappresentato da studi accademici a livello post-universitario, concentrandosi in una tra tante aree, come scienze della sharia, interpretazione del Corano o studio della giurisprudenza (fiqh). Io, appunto, ho seguito questo secondo metodo, specializzandomi in diritto occidentale e diritto commerciale islamico.

Come sei diventato un punto di riferimento per gli omosessuali musulmani?

Sebbene fossi concentrato nei miei studi accademici, emerse il bisogno che qualcuno assistesse la comunità gay musulmana nell’area di Washington e io mi sono reso disponibile a dare una mano. Con il tempo, altre comunità gay musulmane, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, hanno iniziato a contattarmi per chiedermi di dare assistenza anche a loro. E’ stato così che sono diventato parte della rete delle studiose musulmane e degli studiosi musulmani LGBTQ*. Sono il moderatore di un gruppo di discussione online per uomini gay musulmani da ormai dodici anni e questo è un modo davvero soddisfacente per supportare l’educazione degli uomini gay musulmani.

Secondo la tua esperienza, quali sono i principali bisogni dei musulmani LGBTQ*?

Secondo la mia umile opinione, credo che si siano due aspetti per i quali i musulmani LGBTQ* esprimono bisogni: innanzitutto, alcuni musulmani hanno difficoltà ad accettare interpretazioni alternative degli stessi passaggi del Corano e per questo continuano a fare del male alle persone LGBTQ*. Inoltre, c’è il continuo bisogno di costruire famiglia e comunità quando si viene rigettati dai propri parenti di sangue, dalla famiglia allargata e dalla comunità musulmana.

Possiamo analizzare più approfonditamente il primo aspetto che hai citato?

Quando i musulmani gay studiano i fatti storici a proposito della storia di Lut [Il Grande Colibrì], si scopre che il Profeta Muhammad (Maometto) non affrontò mai un caso legale di omosessualità né come leader religioso né come leader politico-amministrativo: di conseguenza, ogni cosa che contraddica questa storia è un falso. Se si considerano tutti i vari aspetti circa quelle che sono considerate “prove” contro l’omosessualità, si può scoprire assai spesso che quei fatti non sono accurati o sono proprio falsi.

Si può anche scoprire come i giuristi abbiano utilizzato vari strumenti di ragionamento legale, ma sono stati guidati da influenze politiche e governative: basta leggere gli antichi studiosi che confrontavano lo status quo nel periodo medievale in Spagna, a Baghdad e al Cairo. Il mondo islamico non è stata una società incontaminata e libera dall’errore come qualcuno vorrebbe farci credere.

Cosa possiamo invece aggiungere sul bisogno di famiglia e di comunità?

I musulmani omosessuali devono sviluppare un proprio senso di vicinanza per avere risorse sulle quali poter contare quando dovessero affrontare la separazione dalla propria famiglia causata dall’emergere del proprio orientamento sessuale. A coloro che vivono in Occidente ricordo che in alcuni stati ci sono leggi che riconoscono il diritto al matrimonio anche per le coppie dello stesso sesso: invito caldamente costoro a utilizzare queste leggi per proteggere i propri interessi.

Intanto la primavera araba mette radici: ne sapremo di più nei prossimi anni, ma i gruppi delle donne e dei gay e delle lesbiche di quei paesi faranno passi avanti e le loro società si apriranno sempre di più a loro [Il grande colibrì]. Una volta che potranno partecipare a pieno titolo alle elezioni ed al sistema sociale e politico, i musulmani gay faranno passi avanti nell’educazione e nella vita sociale insieme ai musulmani non omosessuali”.

 

Leggi la seconda parte dell’intervista!

Pier
©2011 Il Grande Colibrì
Scritto da
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