Gay e HIV-positivi: quattro testimonianze dalla Nigeria

campagna shock su aids a lagos in nigeria
Campagna shock contro l'AIDS a Lagos, in Nigeria

In occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS, appena trascorsa, NoStringsNG ha affrontato il tema di questa malattia attraverso quattro testimonianze di ragazzi nigeriani sieropositivi e omosessuali – anche se ricordiamo, nonostante dovrebbe essere noto a tutti, che i rapporti eterosessuali non protetti sono a rischio quanto quelli omosessuali – che raccontano la loro esperienza, tra paura, discriminazione e segreti. Per difendere la loro identità e la loro sicurezza i nomi utilizzati sono fittizi, ma le storie sono spaccati di realtà.

Emeka e Benjamin

Emeka, 23 anni, ragazzo con una relazione stabile, fa il test per caso nel 2016 e risulta sieropositivo. Tra paura e rabbia viene condotto all’ospedale per ulteriori accertamenti: la diagnosi è reale, la terapia inizia dopo qualche giorno. Non si sa chi gli abbia trasmesso il virus, forse un ex-fidanzato durante uno stupro di gruppo che Emeka non ha potuto nemmeno denunciare perché in Nigeria l’omosessualità è illegale. Può solo continuare la sua dura terapia, accudito dal suo fidanzato che ha deciso di stargli accanto. Chiuso in un paese dove il 91% della popolazione vede negativamente l’omosessualità, è impossibilitato a parlare della sua condizione (se non con il suo medico) per non incorrere in forti discriminazioni, senza poter fare opera di sensibilizzazione sul problema dell’HIV, che in Nigeria è poco conosciuto e stereotipato.

Benjamin, 26 anni, ha una storia altrettanto drammatica, ma costellata anche da pensieri suicidi dallo scorso aprile, quando è risultato positivo al test HIV sprofondando in una forte depressione, oppresso dai sensi di colpa per non essersi protetto prima e per aver ritardato così l’inizio della terapia. Con l’assunzione degli appositi farmaci il suo “inferno” ha bruciato di fiamme ancor più dolorose, con il pensiero fisso al suicidio, lottando con la disoccupazione e con il dover nascondersi dalla sua stessa famiglia fortemente omofoba.

Jay e Felix

Jay, 30 anni, ha effettuato il test in un centro sanitario aperto alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali) e, nonostante le difficoltà incontrate nei successivi 7 anni, ha potuto contare sull’appoggio della madre, unica della famiglia a conoscenza della situazione con tutti i suoi retroscena drammatici, compresa la forte discriminazione basata sia sulla malattia sia sull’omosessualità. Jay è comunque speranzoso per l’avvenire, soprattutto per le generazioni future che si augura siano più comprese, informate e accettate.

Felix, 30 anni, pochi mesi fa si reca in ospedale per il test con un amico, il cui partner è affetto da HIV: paradossalmente lui risulta positivo, l’amico no. È uno shock enorme, seguito da uno stato di sconforto e poi, ovviamente, dalle cure. Solo due amici conoscono la sua malattia: non si sente a suo agio a parlare della propria condizione per paura delle discriminazioni e dei pregiudizi presenti persino tra il personale ospedaliero. Nonostante la depressione, Felix nutre ancora speranza in un futuro migliore dove sieropositività e omosessualità non siano considerate una maledizione e dove la malattia non sia vista come una sentenza di morte.

Gloria
©2017 Il Grande Colibrì

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