“Che ti sia lieve la terra”: la quotidianità del dialogo

Dopo la morte della madre Nima’t, giovane donna libanese emigrata a Bologna, la piccola Olivia viene catapultata a Beirut, la capitale del Libano, dove ad accoglierla con grande calore ritrova sua zia Nur e la sua famiglia, che ha incontrato solo una volta nella sua vita. Intanto dall’Emilia Irena decide di affrontare un lungo viaggio in compagnia di una felce: la destinazione fissata inizialmente è la Bosnia, ma la Panda su cui viaggia la donna si spingerà molto più a sud e molto più a oriente di quanto previsto… “Che ti sia lieve la terra“, bel romanzo di Camilla De Concini (youcanprint.it, 13,90€, 194 pp.), racconta quattro storie femminili che non hanno davvero nulla di eclatante o di eccezionale ed è proprio questa la sua incredibile forza, perché il libro, in fondo, è tutto un incantevole ossimoro: uno splendido racconto di sfrenata ambizione narrato con toni pacatissimi.

In tempi in cui il Mediterraneo si è trasformato in un pozzo di morte e di paura, a cui si attinge a destra e a manca per attirare pubblico ed elettorato, De Concini gli restituisce la sua dimensione più umana di grande lago sul quale si affacciano storie e culture assai diverse, ma che è anche occasione di incontro e di confronto, e quindi di arricchimento reciproco. Non c’è nulla di semplicistico o di buonista, però: la condivisione non è spontanea, la comune umanità deve essere riscoperta anche con fatica, l’equilibrio finale, più che dall’entusiasmo, può nascere dalla necessità di adattarsi alla realtà. Coerentemente, “Che ti sia lieve la terra” rinuncia a grandi proclami, discorsi retorici e simbolismi, e sceglie invece di raccontare la quotidianità, le piccole cose, i dettagli e le sfumature.

E questa è una scelta radicale: anche di fronte alla violenza della Storia, l’autrice rinuncia agli aspetti che potrebbero più facilmente impressionare il lettore e adotta il punto di vista di chi ogni giorno continua a vivere sulle macerie della storia, da Sarajevo ai campi profughi palestinesi. Raccontare la quotidianità rivela sorprendenti vantaggi: da un lato restituisce una dimensione completa a persone troppo spesso schiacciate sotto l’etichetta di vittime, e dall’altro permette al libro di affrontare senza alcuna pesantezza una grande molteplicità di temi (la differenza sessuale, il senso della genitorialità, l’elaborazione del lutto, il viaggio, l’accoglienza…).

Il libro è anche una bella occasione per superare certi stereotipi su alcuni paesi a maggioranza musulmana e, cosa purtroppo ancora più rara, per dare voce alle forze progressiste che combattono all’interno delle società arabe, come il marito di Nur, avvocato per i diritti umani, o il gruppo di attiviste lesbiche che la donna inizierà a frequentare. Camilla De Concini lo fa con grande realismo e, al tempo stesso, con tanta speranza.

C’è solo un elemento che, dopo la lettura del romanzo, lascia molto perplessi: il libro è auto-pubblicato (self-publishing). Possibile che un’opera così interessante non abbia meritato un buon editore, capace di valorizzarla, di pubblicizzarla e di offrirle una distribuzione seria?

 

Pier
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