Vietnam, i gay ora possono sposarsi (ma non sul serio)

Era nell’aria che in Asia qualcosa si stesse muovendo, ma – sebbene se ne discutesse da tempo (ilgrandecolibri.com) – di recente il Vietnam non sembrava più candidato a sfilarsi dai paesi che bandiscono le nozze omosessuali. E invece una nuova legge ha cancellato le sanzioni per chi si unirà in matrimonio con una persona del proprio stesso sesso biologico, anche se questo tipo di unioni non sarà riconosciuto dalla legge. Questa piccola rivoluzione e tutte le discussioni in parlamento che hanno accompagnato l’approvazione della norma (“Si sono posti i problemi della regolamentazione della partnership e dell’eventuale presenza di figli, ma si è scelto per ora di non affrontarli” ha spiegato la funzionaria del Dipartimento delle legislazioni civili e penali del Ministero della giustizia Bui Minh Hong), fanno sperare che nuovi sviluppi arrivino in un futuro non troppo lontano (vietnamnet.vn).

E a poche settimane dalla nuova legislazione, il Vietnam ha già celebrato il primo matrimonio gay tra vip (nella foto e nel video): il fashion-designer Adrian Anh Tuan e l’imprenditore Son Doan hanno festeggiato la loro unione (che in realtà è già frequentazione da cinque anni e coabitazione da tre) e hanno ceduto al forte interesse dei media, lasciando che venisse data pubblicità a una cerimonia che avrebbero preferito più discreta (xaluan.com).

Apparentemente potrebbe sembrare un segno evolutivo dell’accettazione sociale delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) anche il clamoroso successo della co-produzione sudcoreana e vietnamita “De Mai Tinh 2” (Lasciate decidere Hoi), che ha sbancato i botteghini delle città del paese, pur affrontando il tema dell’omosessualità e della transessualità (variety.com). Ma le associazioni LGBT la vedono diversamente, perché il personaggio protagonista di questa commedia leggera è il prodotto dei più classici stereotipi e il risultato che ottiene la sceneggiatura non è quello di promuovere l’accettazione ma di dipingere la diversità in modo macchiettistico (theguardian.com).

E in effetti, che il giudizio della gente continui ad essere fonte di timore lo dimostra un sondaggio compiuto tra oltre tremila appartenenti alla comunità LGBT vietnamita: se è vero che il 78% degli intervistati dice di aver rivelato la propria condizione sessuale ad almeno una o due altre persone, venendo generalmente accettato, il 75% del campione ha rivelato che parlarne in famiglia è difficile o estremamente difficile, tanto che praticamente un intervistato su due non si è aperto con alcun componente della famiglia e quasi il 13% accetta di coniugarsi in un matrimonio eterosessuale per evitare che in casa qualcuno sospetti (vietnamnet.vn).

E tra le tante discriminazioni, ancora una volta c’è quella del calcio, che ha bandito le atlete transgender dal proprio campionato femminile, in nome – secondo la federazione vietnamita, che ha emesso il provvedimento – della lealtà sportiva e per incoraggiare lo sviluppo di questa disciplina, ancora agli inizi nel paese (pinknews.co.uk).

Invece una separazione che altrove apparirebbe odiosa ed è invece da ricercare assolutamente è quella che l’Istituto sociale, economico e ambientale del Ministero di pubblica sicurezza sta studiando per i detenuti LGBT e in particolare per le persone transgender nelle carceri del paese. A chiedere di essere separati dagli altri detenuti appartenenti allo stesso sesso biologico sono proprio le donne e gli uomini transessuali, che devono fronteggiare, anche più di gay e lesbiche, ogni genere di molestie. Fino ad ora l’unica soluzione alternativa era stata quella, non sempre praticata, di mettere in isolamento le persone con una condizione di diversità sessuale (gaystarnews.com).

Il fatto che ora il ministero si impegni per trovare una nuova soluzione è, insieme all’apertura sulle nozze (pur senza  riconoscimento), il segno di un grande passo in avanti. Se il vento dell’est russo fa paura, c’è un’altra Asia che ci dice che cambiare è possibile.

 

Michele
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