Max Lobe: “Racconto il Camerun e le sfumature dell’amore”

max lobe e la copertina di loin de douala
Max Lobe e la copertina del suo libro "Loin de Douala"

È davvero un peccato che in Italia sia stato tradotto solo un romanzo di Max Lobe: “La trinità bantu” (66thand2nd 2017, 180 pp., 15 €). Il pubblico di questo paese non ha disposizione neppure il libro più noto di Lobe, “39 Rue de Berne” (Zoé 2o17, 240 pp.), che gli ha fatto conquistare il Prix du Roman des Romands (Premio del romanzo degli svizzeri francofoni). Ed è proprio un peccato perché Lobe scrive testi di grande interesse tanto per il loro contenuto quanto per il loro linguaggio.

Lobe, nato a Douala, nel Camerun sudoccidentale, e trasferitosi in Svizzera a 18 anni, dove ha studiato giornalismo a Lugano e management pubblico a Losanna, ha raccontato a Il Grande Colibrì il suo ultimo romanzo, “Loin de Douala” (“Lontano da Douala”; Zoé 2018, 176 pp.). 

Cosa hai avuto urgenza di raccontare con “Loin de Douala”?

Con “Loin de Douala” volevo ripartire dalle basi, da una cosa molto più semplice ed elementare nella nostra società: la famiglia. Credo che tutto parta da lì: è in famiglia che si prendono le decisioni più importanti, a un certo punto della nostra vita, tanto in Camerun quanto altrove.

Il libro racconta la storia di un viaggio che percorre il Camerun da Douala, la tua città natale, fino al nord infestato da Boko Haram. È un viaggio che hai affrontato davvero anche tu, anche se a un’età e con intenti diversi dai protagonisti del tuo libro…

Per quanto riguarda il Camerun, volevo scoprire io stesso il mio paese, che conoscevo così poco. È un percorso che ha iniziato con “Confidences” (“Confidenze”; Zoé 2016, 288 pp.), il mio libro precedente in cui torno in Camerun sulle tracce di Um Nyombè, il leader dell’indipendenza camerunese negli anni ’50.

Ora ho voluto affrontare i fondamentalismi religiosi che minano il paese. Le tre religioni nel romanzo sono il cristianesimo, l’islam e il calcio. Qualcuno potrebbe mettersi a ridere quando parlo del calcio come di una religione, eppure il fanatismo cristiano (pensiamo alla madre di Jean e Roger) e musulmano (pensiamo a Boko Haram) nella loro manifestazione raggiungono da molti punti di vista il fanatismo calcistico – almeno in Camerun. Ecco cosa volevo mostrare in questo testo. Ma non solo questo…

Percorrendo il paese personalmente, ho scoperto la sua ricchezza umana, la varietà dei suoi paesaggi, le sue religioni, le sue lingue, tutti i piccoli niente che fanno sì che chiamiamo il Camerun “l’Africa in miniatura”.

I due protagonisti del libro affrontano il viaggio alla ricerca di Roger, che ha deciso di “fare boza”, di affrontare un viaggio difficile e pericoloso per raggiungere l’Europa. Cosa spinge i giovani camerunesi in Europa?

Domanda da un milione di dollari! Ci vorrebbero due semestri universitari per dare delle risposte solide! [ride] Comunque posso dire una cosa: non tutte le persone che lasciano l’Africa, in questo caso il Camerun, lo fanno per le stesse ragioni. Non tutti quelli che decidono di “fare boza” lo fanno perché muoiono di fame a casa o perché si trovano in un’estrema miseria. No, c’è chi, come Roger nel romanzo, partono per ragioni completamente diverse. E bisognerebbe lasciare alle persone la possibilità di oltrepassare le frontiere, di circolare, di andare e venire.

Detto questo, non possiamo chiudere gli occhi sulle crisi socio-politiche che minano il paese. L’autorità è praticamente ridotta a niente. I giovani, che sono una grossa parte della popolazione, al contrario dei paesi occidentali in cui l’invecchiamento della popolazione è fonte di problemi, non vedono alcun futuro nel paese. In questo caso, voi cosa fareste al posto loro? Se casa vostra fosse un casino e vi dicessero che dal vicino si sta meglio, che fareste? Beh, io farei le valigie e tenterei la fortuna dal vicino. E poi guardate un po’ cosa succede anche nella stessa Europa: quanti sono i giovani dell’Europa meridionale che tentano la fortuna nel nord?

L’Europa riesce a mantenere le sue promesse?

Purtroppo no, questa migrazione non sempre mantiene le sue promesse: richiama tante persone, ma ne elegge poche. Spesso anche i migranti con gli studi migliori non riescono a cavarsela in Europa. La concorrenza è feroce, ci si calpesta gli uni gli altri. Si è pronti a togliere di mezzo l’altro per poter avere un po’ di luce. È la giungla! Non c’è fiducia! Non c’è pietà!

Ecco, è questo il sistema economico mondiale in cui viviamo. In tutte le economie liberiste, compreso in Camerun, diciamo ai giovani: “Createvi la vostra struttura!“, “Diventate padroni di voi stessi!“. Sono bei discorsi. Già, chi non vorrebbe diventare padrone di sé stesso e fare quel che gli pare? Ma realtà è fin troppo brutale. Guardate il numero di esaurimenti, le consultazioni psichiatriche, il consumo di ansiolitici e antidepressivi, eccetera…

Dietro all’idea dell'”Occidente – El Dorado” che ci viene venduta, c’è una macchina che tritura gli esseri umani. E questa macchina tritura dappertutto, in Africa come in Europa. E sono le persone più vulnerabili a pagarne il prezzo maggiore.

Il viaggio fisico diventa anche viaggio alla scoperta della propria diversità sessuale. Quale percorso deve affrontare Jean?

In realtà, mentre scrivevo “Loin de Douala”, Jean non mi appariva come omosessuale. È solo quando ho iniziato a essere intervistato che mi sono reso conto che “potrebbe” esserlo. All’inizio, mi sembrava che Jean avesse molta stima di Simon. Insomma, spesso siamo molto attratti da un amico, ma questo non vuol dire per forza che siamo omosessuali. Possiamo anche andare a letto con un uomo senza essere per forza omosessuali. Volevo evocare questa angolatura.

Quello che voglio dire è che un uomo può amare un altro uomo senza essere per forza omosessuale. Insomma, Jean ama Simon… ma solo Simon. Esattamente come Max può amare Pier Cesare, ma solo lui e nessun altro. Per questo è omosessuale? Non per forza. È questa sottigliezza che volevo mostrare.

Il tuo secondo libro, “39 rue de Berne”, aveva fatto scalpore per le scene di sesso gay esplicite, mentre “La Trinité bantoue” racconta una storia d’amore a tre…

Il mio approccio alle questioni sessuali deriva dalle mie proprie esperienze. Penso di aver esplorato questo “campo” abbastanza da essere in grado si mostrare tutte le sottigliezze dell’amore tra persone dello stesso sesso. Ciò che mi rende felice è che se ne accenna sempre meno nelle interviste. Spero che sia perché si trova la cosa banale e non perché si cerchi di coprirla sotto il velo del tabù. D’altronde, pochissimi giornalisti hanno fatto riferimento della “troppia” gay ne “La trinità bantu”, anche se è un elemento molto importante nel testo. Mi chiedo se hanno preferito evitare questo tema o se “ammettono” questa cosa come “normale”.

Come sono stati accolti i tuoi libri in Svizzera e in Camerun?

Ho molta fortuna: i miei libri sono accolti molto bene in Svizzera e in tutto il mondo francofono occidentale. Per quanto riguarda il Camerun, il discorso cambia molto. Innanzitutto c’è il problema della distribuzione: sono pubblicato in Svizzera e la mia casa editrice, Zoé, distribuisce i miei libri in Occidente. L’altro problema è il mercato camerunese: abbiamo potuto vendere i diritti di “Confidences” a un editore camerunese in modo che possa distribuirlo nel paese con un prezzo locale. Vedremo come andrà.

Comunque bisogna precisare che abbiamo ceduto i diritti per “Confidences”, che parla della guerra d’indipendenza del Camerun. Penso che invece sarà difficile esportare nel paese gli altri miei romanzi, senza dubbio anche a causa del tema omosessuale che, in un modo o nell’altro, sollevo nei miei testi.

Emanuel Macron continua a insistere sulla forza della francofonia, ma le istituzioni linguistiche francesi sono severe custodi delle tradizioni e sembrano decise a ignorare il francese d’Africa, anche se oggi la maggior parte dei franconi abitano nel continente. La tua lingua letteraria sembra una sfida a questo immobilismo: lo è?

Ognuno faccia il proprio lavoro: la francofonia di Macron è prima di tutto politica. Quando la Francia sostiene la candidatura del Rwanda alla guida della francofonia, è politica. E questo non mi riguarda. Io parlo più della francofonia linguistica, quella primaria, quella dei popoli che usano questa lingua per comunicare, non per forza perché non hanno altre lingue di comunicazione (pensate a tutte le lingue africane), ma perché è una lingua utile.

Da dove nascono le tue scelte linguistiche?

Nei miei libri uso il francese dei miei personaggi: non è gente che ha fatto la Sorbona o chissà chi, spesso sono persone semplici. Voglio mettere in evidenza la loro lingua: è soprattutto questa, per me, la francofonia.

Pier Cesare Notaro
©2018 Il Grande Colibrì
foto fornita Max Lobe

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