Al-Sisi e l’Egitto: cambierà tutto perché niente cambi

Il 25 aprile migliaia di egiziani sono scesi in piazza contro la cessione da parte dell’Egitto all’Arabia Saudita, in un accordo trilaterale con Israele, di Tiran e Sanafir: queste due piccole isole disabitate erano del tutto sconosciute alla maggior parte della popolazione fino a poco fa, ma all’improvviso sono diventate il pretesto per manifestare il malcontento popolare contro il regime militare. La risposta del governo è stata quella che tutti prevedevano: centinaia di persone arrestate, tra cui decine di giornalisti. Una prova di forza che, però, in alcuni dettagli ha mostrato i segni di grandi fragilità: per esempio secondo almodon.com il fatto che nei media siano circolate versioni differenti sul divieto di manifestare è da interpretare come l’emergere in superficie di una lotta di potere che si svolge dietro le quinte, ma che sta facendo traballare sempre più il potere del presidente Abd Al-Fattah Al-Sisi.

IN ATTESA DEL GRANDE TERREMOTO

Non è un mistero, infatti, che quasi tutti i grandi media egiziani sono legati ai vari clan che si spartiscono il controllo delle forze armate, della polizia, dei diversi servizi segreti: forti dissonanze nelle informazioni date dai diversi giornali, quindi, riflettono forti dissonanze nelle stanze del potere, esattamente come la fuga di alcune notizie, come nel caso dell’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, o la sempre più frequente comparsa in TV di esponenti militari critici nei confronti del governo sono pugnalate al presidente, ben calcolate e meditate.

E chissà quale terremoto politico potenzialmente funesto per Al-Sisi si nasconde dietro la perdita del sostegno dei due principali quotidiani privati egiziani, Al-Shorouk e Al-Masry Al-Youm, che ormai invoca esplicitamente le sue dimissioni e incita il popolo a scendere in piazza, accusando il governo, che fino a poco tempo fa difendeva a spada tratta, di non avere un progetto politico se non la repressione autoritaria [almasryalyoum.com].

Il paese si trova evidentemente a un bivio cruciale – scrive Mustafa Al-Nagar su ewan24.comVerrà fuori qualcosa di nuovo: sparirà qualche faccia, mentre tornerà sul palcoscenico la faccia di altri che finora si sono accontentati di tirare i fili da dietro le quinte in attesa di una nuova opportunità di raccogliere i frutti dei propri sforzi. Sta per succedere qualcosa, non ci sono dubbi, ma non è affatto sicuro che succederà qualcosa di benefico per il campo dei rivoluzionari e dei democratici“. L’Egitto è ancora pietrificato dalla paura dell’instabilità e della violenza, dal terrore di finire come la confinante Libia o la vicina Siria. E purtroppo non è emersa ancora un’opposizione credibile: i Fratelli musulmani hanno deluso e il fronte laico si è lacerato, con una buona fetta che si è affidata nelle mani del nuovo dittatore.

UNA SFIDA TUTTA INTERNA AL REGIME

La sfida rischia di essere semplicemente tra diverse fazioni del potere autoritario, che faranno a gara per creare nuovi scandali utili a mostrarsi come paladini della moralità nazionale e a distrarre la popolazione da quello che avviene nelle stanze del potere. “La sola speranza del regime è che sorgano altri problemi per scacciare i precedenti dalle prime pagine dei giornali” spiega ancora Al-Nagar. E proprio l’Egitto di Mubarak prima e di Al-Sisi poi ci insegna che questi problemi capaci di distrarre l’opinione pubblica se non arrivano da soli possono essere facilmente creati: la soluzione preferita è spesso quella delle retate contro gli omosessuali [ilgrandecolibri.com], presentati come una potentissima setta al servizio di fantomatiche potenze straniere in grado di far crollare il paese [ilgrandecolibri.com].

In questa situazione, in cui dare una spallata a una parte del regime rischia solo di fare il gioco di un’altra, è davvero difficile scegliere come agire. Il movimento LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) è andato praticamente in letargo. E buona parte dei sostenitori della democrazia e della laicità oggi sono pronti a seguire i modesti consigli di Mohamed Naeem: “Il vero scopo è l’apertura di brecce di libertà, la vera lotta è fare in modo che il regime arrivi alla conclusione che la repressione ha un costo troppo alto” [madamasr.com]. Un costo che l’opinione pubblica internazionale può sicuramente contribuire ad alzare.

 

Pier
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