Rich e Nathan: la normalità di un padre affidatario gay

L'affidamento è un aiuto per i bambini in difficoltà

Per la mia collaborazione con Il Grande Colibrì mi piacerebbe trovare piccole storie che seminino qualche speranza. Ne abbiamo sempre un po’ bisogno. Di queste storie buone, me ne è stata servita una qualche tempo fa. Una storia semplice, senza elementi spettacolari, che mi va di raccontare attraverso le parole del mio amico Nathan, che ne è il co-protagonista insieme al piccolo Richard. Si tratta del successo della sua domanda di affidamento, come genitore affidatario temporaneo.

Nathan è gay e single, dunque forse non nelle condizioni che, tradizionalmente, si pensano essere le migliori per ottenere un affidamento, ma ciò che mi preme comunicare è invece l’assoluta normalità ed efficacia di tale procedura nel Regno Unito, dove abito anch’io, in un caso come questo.

Da alcuni anni Nathan si è trasferito da Londra in Galles, dove ha trovato una dimensione di provincia e di comunità che gli si confà, e dove ha aperto un capitolo nuovo della sua vita. Un capitolo ricco di quelle piccole gioie di ogni giorno che a volte sembrano solo costellare l’esistenza, e invece sono poi le cose che la nutrono a fondo. Sono stato ospite per qualche giorno a casa sua, e ne abbiamo approfittato per visitare la splendida costa del Galles sud-occidentale. Poi una sera ho acceso il mio registratore, ed ecco il risultato della nostra piccola intervista.

Spero che invoglierà altre persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), qualora ne avessero il desiderio e la possibilità, a interessarsi alla possibilità di aiutare qualche bambino in questo modo, anche se le informazioni presentate si riferiscono al mondo britannico, e non a quello italiano.

Nathan, quando hai pensato per la prima volta all’affidamento?

Mi è sempre ronzata in testa l’idea di avere bambini miei, ma in passato era più un sogno ad occhi aperti, senza fondamento. Poi nel 2010 ho iniziato a lavorare con bambini residenti in vari istituti, dove ho incontrato molti genitori affidatari, e ho visto tutti questi bambini che aspettavano di essere dati in affidamento e non vedevano l’ora di uscire dal mondo degli istituti per entrare in una famiglia e in una casa vera e propria. Ci ho lavorato per quattro anni e mezzo, e diventare genitore affidatario mi è sembrato il naturale passo successivo.

L’affidamento è sempre il passaggio intermedio fra gli istituti e l’adozione?

Per i bimbi più piccoli e gli infanti, se ritornare nella famiglia originaria non è un’opzione praticabile, ci sarà sempre una disposizione di affidamento, fino a quando non verrà trovata una famiglia adottiva. Ci sono molte varianti, a seconda della situazione del singolo bambino, oppure nei casi in cui si tratti di bambini con disabilità fisiche o mentali, i quali spesso restano in custodia ai servizi sociali. Dipende soprattutto dalla situazione della loro famiglia d’origine, ma nella maggior parte dei casi, se non possono ritornare dai genitori, sono destinati all’affidamento e poi all’adozione. Può succedere che un genitore affidatario abbia intenzione di adottare il bambino, ma mi sembra un’eventualità rara.

Puoi parlarmi un po’ della tua storia di affidamento?

Certo. Nel 2014 ero in cerca di un cambiamento sia di vita che di carriera. Anche se mi piaceva lavorare negli istituti, ho fatto una richiesta di informazioni sulla procedura di affidamento. Ad agosto io e una mia collega abbiamo portato in vacanza per un fine settimana Joy, una delle ragazze di cui ci prendevamo cura, ed è stata un’esperienza molto più intensa che fare semplicemente un turno e poi tornare a casa. In vacanza sei praticamente 24 ore a contatto con il bambino. Quel fine settimana fu bellissimo e mi sembrò qualcosa del tutto naturale, non era quasi nemmeno un lavoro, era proprio come vivere insieme a Joy.

Parlai alla mia collega dell’idea di tentare la strada dell’affidamento. Lei mi incoraggiò molto, e anche Joy disse che avrei dovuto farlo. La cosa mi fece molto piacere, visto che mi conosceva bene e lavoravo con lei da diverso tempo. Purtroppo Joy non sarebbe mai stata data in affidamento, aveva troppi problemi personali per adattarsi a un ambiente familiare. Ma era vissuta in diversi istituti e conosceva altri bambini che vivevano in affidamento. Credo che l’avrebbe voluto anche per sé, ma non era un’opzione realistica. Così, quando tornai a casa dalla vacanza, inviai la domanda, incontrai l’assistente sociale dell’agenzia di affidamento e iniziai tutta la procedura.

È stata una procedura complessa?

Io ho scelto di usufruire di un’agenzia di affidamento privata, invece dei servizi sociali pubblici perché, grazie al mio lavoro con genitori affidatari, sapevo che le agenzie private offrono un maggiore sostegno. Questi genitori tendevano ad essere più solidi, più contenti, e i bambini restavano più a lungo. Si tratta di vere e proprie aziende, per cui è loro interesse che tutto funzioni per il meglio, e perciò hanno un migliore controllo della qualità. Naturalmente sono comunque agenzie che lavorano con sub-appalti del governo.

Invece, spesso, i genitori affidatari che lavorano con le agenzie pubbliche sono lasciati un po’ a loro stessi, a causa della mancanza di fondi. Siccome ero e sono single, sapevo di aver bisogno di molto sostegno. Non sarebbe stato un percorso facile e volevo la garanzia di essere supportato.

Ci sono state complicazioni in relazione alla tua omosessualità?

Quando l’assistente sociale di Pathway Care, l’agenzia che avevo scelto, è venuto intervistarmi e a parlarmi dell’agenzia, di come funzionava e di come offrono sostegno, non ci sono stati problemi. L’unico intoppo era che, siccome ero in affitto, dovevo ottenere il consenso firmato dalla proprietaria dell’appartamento, per poter ospitare un bambino in affido nella sua proprietà. All’inizio non mi rispose. Chiesi all’agenzia che le scrivessero loro, e anche in quel caso lei non si fece sentire.

Finalmente riuscii a incontrarla, e mi disse che non le piaceva l’idea di un bambino che avrebbe corso su e giù per l’appartamento, siccome c’era altra gente che abitava al piano di sotto. Le feci notare che c’erano già bambini che abitavano nell’edificio, e che quindi non capivo questa sua preoccupazione. Lei per un po’ continuò a ripetere la stessa scusa, poi alla fine ammise che pensava che io non fossi una persona “adatta” a prendere un bambino in affidamento. Le dissi che non capivo, che avevo diversi anni d’esperienza di lavoro con i bambini, e lei disse: “Dai, sai benissimo cosa intendo…”.

Sapevo che era una donna religiosa, ma in questo caso la sua era intolleranza pura, e mi fece arrabbiare parecchio. Così riferii il suo commento all’agenzia immobiliare, cercando il loro appoggio contro questa discriminazione, ma loro mi dissero che, in fin dei conti, siccome quella era casa sua, lei era liberissima di decidere a chi affittare, e non c’era nulla da fare. Io cercai di far valere il fatto che vivevo in quella casa da diverso tempo, e la sentivo come casa mia. L’agenzia di affidamento scrisse alla proprietaria garantendole che dal punto di vista assicurativo l’appartamento avrebbe avuto un’assicurazione completa, e che loro avrebbero pagato e si sarebbero presi la responsabilità per qualsiasi danno.

Abbiamo fatto tutto ciò che era praticamente possibile, ma la verità è che questa cosa andava contro le sue convinzioni, per cui sono stato costretto a cercare una nuova casa, e questo ha ritardato il completamento della procedura di due mesi.

Hai avuto altri intoppi?

No, per niente. A settembre ho inoltrato la mia lettera di licenziamento, a novembre ho traslocato nella nuova casa, e in meno di una settimana ho ricevuto la visita di un assistente sociale per la valutazione della mia richiesta e della mia situazione. Era un po’ preoccupato per la mia età e per il fatto che fossi da solo. Molti genitori affidatari hanno già figli biologici adulti o che stanno crescendo, e così intorno al bambino in affidamento si crea un vero e proprio ambiente familiare in cui tutti, inevitabilmente, collaborano.

Barry, l’assistente sociale, temeva che, essendo io ancora giovane, mi sarebbe risultato difficile incontrare gente e avere una vita sociale mia, e mi chiese se volevo davvero fare questa scelta, siccome sarebbe stato un impegno enorme. Credo abbia fatto bene a chiedermelo in diversi momenti, e a farmi notare le possibili conseguenze negative per me, in modo da farmi riflettere seriamente, e sono sicuro che non cercasse di dissuadermi, solo di farmi prendere in considerazione ogni aspetto.

Una volta che ho traslocato, ho iniziato a ricevere delle visite di “valutazione” da parte di un’altra assistente, Viv. Ho dovuto seguire un corso di formazione, dove ho incontrato altri genitori affidatari, con cui abbiamo fatto giochi di ruolo e abbiamo discusso di vari scenari, e inoltre ci sono state presentate diverse possibilità di affidamento e abbiamo approfondito la legislazione e vari tipi di supporto a disposizione.

Viv mi ha “testato” per tre mesi, in cui abbiamo parlato della mia storia, della relazione con la mia famiglia, abbiamo stabilito una rete di sostegno, e le ho dato le referenze per me, la mia famiglia e i miei amici. Il suo ruolo è stato proprio quello di incontrare tutta la mia rete di rapporti, per valutare il mio retroterra, le mie capacità, la mia consapevolezza di ciò che avrebbe implicato l’affidamento, e il tipo di supporto che avrei avuto. È stata una procedura molto lunga, ma credo sia così anche per valutare l’impegno di chi fa domanda.

Quindi l’unico problema che hai avuto in relazione alla tua omosessualità è stato in pratica con una cittadina qualunque, non con il sistema in sé, giusto?

In effetti, a pensarci bene, c’è stato un piccolo problema di discriminazione, ma non in relazione all’essere gay, bensì al fatto di essere maschio. Quando chiamai per la prima volta Pathway Care, mi dissero che come uomo single non sarei riuscito ad avere una bambina in affidamento. In quel periodo lavoravo in un istituto per ragazze adolescenti, quindi avevo più esperienza con ragazze e bambine, e dei rapporti splendidi con tutte. Inoltre, personalmente, ho sempre avuto più amiche femmine che amici maschi (credo succeda a molti gay), e con loro mi sono sempre sentito più a mio agio, quasi fossi “una di loro”!

Così dissi che non ne capivo la ragione, e che essendo un uomo gay, se ci dovessero essere delle accuse, sarebbero più probabili con un ragazzo in affidamento, piuttosto che con una ragazza! Ma l’agenzia mi rispose che quando ci sono accuse sessuali di contatto inappropriato, di solito vengono dalle ragazze, sia negli istituti che in affidamento, mentre i ragazzi tendono a non fare queste accuse.

Non conosco statistiche e fatti a proposito, ma questa pare sia la percezione. Sembra che in molti casi sia un modo per le ragazze in istituto di ottenere un qualche controllo della situazione, specialmente se sono arrabbiate con un uomo del personale e non riescono a fare ciò che vogliono. Succede poi spesso che, una volta calmatesi, ritrattino l’accusa, e ammettano di aver creato la situazione per fare casino. A me comunque, per fortuna, non è mai capitato. Barry mi ha comunque confermato che succede rarissimamente che un uomo single ottenga una bambina o una ragazza in affidamento.

Quando hai finalmente incontrato Richard?

Una volta conclusa la procedura con l’assistente sociale, sono andato di fronte a un comitato esaminatore il 12 maggio dello scorso anno. Mi hanno approvato come genitore affidatario per un massimo di due bambini, con minimo 5 anni d’età, e questo perché sono stato un fumatore fino a undici mesi prima! Ma ora posso avere bambini di qualsiasi età.

Il 15 maggio, solo tre giorni dopo, mi hanno chiamato per dirmi che potevano affidarmi Richard, un bambino di dodici anni, poiché sembrava che saremmo stati bene insieme grazie alla mia esperienza e alla mia situazione. Inoltre Rich ha parenti qui vicino, membri della sua famiglia che può vedere grazie ad accordi speciali. In particolare suo nonno, che incontra all’inizio di ogni mese senza supervisione siccome hanno un’ottima relazione. Dunque, la settimana successiva ci siamo incontrati per mezz’ora dai suoi genitori affidatari temporanei, e il giovedì dopo si era già trasferito a casa mia. Solo due settimane dopo la mia approvazione da parte del comitato di esperti!

E com’è andata con Rich, hai fatto coming out con lui?

Non credo che gli sia stato detto in anticipo della mia omosessualità, per ragioni di privacy. Si tratta in ogni caso della mia vita privata e non è davvero significativo per il nostro rapporto. Comunque, dopo circa un mese Rich ha iniziato ad usare parecchio la parola “gay” in senso spregiativo, dicendo cose tipo “that’s really gay”, per significare che qualcosa è stupido o patetico. Non capivo se avesse dei sospetti e magari lo stesse facendo per avere informazioni su di me. Una sera ha dato un bacio al gatto, e poi si è difeso dicendo che lo baciava non perché fosse gay! Così gli ho chiesto se pensava che dare un bacetto sulla testa di un gatto maschio volesse dire essere gay, e mi ha risposto di no.

Parlai della questione omosessualità alla mia supervisora, che ci visita ogni due settimane, e lei mi chiese se volessi un assistente sociale che ne parlasse a Rich, o se avessi preferito parlargliene quando mi fosse sembrato opportuno.

Un giorno Rich tornò da scuola e disse che l’avevano chiamato “gay”, e che lui si era difeso. Così ne approfittai, e gli dissi: “Visto che è un po’ che usi questa parola in senso negativo, voglio dirti qualcosa, anche se non è davvero importante per il nostro rapporto. Allora, devi capire che io sono, appunto, gay, e non mi sono offeso per le cose che hai detto, ma altri potrebbero offendersi. Non va bene usare questa parola in senso negativo perché non è una cosa negativa. Anche se non la intendi in questo modo, usarla come la usi tu fa pensare che essere gay sia una cosa strana e negativa”.

Lui disse che non sapeva che io fossi gay, e che non voleva offendermi, e io ribadii che non mi aveva offeso, ma che altre persone se la sarebbero potuta prendere. Alla fine ho capito che scoprire che io sono gay l’ha lasciato del tutto indifferente!

Qualche volta mi fa qualche domanda. Ad esempio, sa che il cantante Sam Smith è gay, e mi ha chiesto se accetterei un invito ad uscire da parte di Sam Smith. “Sì, certo, con tutti i soldi che ha!”. Rich mi sembra perfettamente a suo agio, mi chiede se voglio un fidanzato, oppure si informa sugli amici maschi che mi vengono a trovare. Ne parliamo tranquillamente in generale, senza andare nei dettagli. Conosce il mio ex e vanno d’accordissimo. Insomma, credo che abbiamo un rapporto sano!

Ma è vero che ci sono stati attimi di preoccupazione, e che forse sarei stato più tranquillo con una ragazza. Dato che sono gay, se lui facesse delle accuse potrebbero essere prese sul serio. Questa è stata una preoccupazione solo all’inizio, soprattutto perché essendo io da solo e non in coppia, non ci sarebbe nessuno a prendere le mie parti. C’è un po’ il senso di essere vulnerabili, ma ovviamente è una paura relativa, che o superi oppure non fai questa scelta. Ora Rich è molto felice qui, e la sua vita sta fiorendo nonostante qualche difficoltà con la scuola.

Pensi di avere abbastanza sostegno?

Sì, c’è una rete di affidatari temporanei che eventualmente entrano in campo se ho bisogno di una pausa, e poi ho la fortuna di avere mia madre, Barbara, che abitando a due passi fa da nonna affidataria. Nella storia di Rich ci sono diversi problemi di rapporti con le figure femminili, il che naturalmente è andato a mio vantaggio in questo affidamento. Non si fida facilmente delle donne, siccome sua madre non lo ha protetto a sufficienza da vari traumi familiari. Anche con gli insegnanti si trova sempre meglio se sono maschi, e con le insegnanti è a volte brusco e maleducato.

Così eravamo preparati a possibili difficoltà con mia madre. Invece hanno avuto fin da subito una relazione molto positiva, e sono contentissimo perché questo non può che aiutare Rich nel suo sviluppo. Se lui non la tratta bene, mia madre glielo fa notare senza trattarlo con condiscendenza. Gli dice: “Dicendo questa cosa, mi hai un po’ turbato, cosa volevi dire?”. Ha un atteggiamento molto costruttivo. Inoltre lo va a prendere a scuola, e mi dà una mano come una vera e propria nonna.

Dunque sei ancora contento della tua scelta?

Contentissimo. Ovvio che ora ho delle limitazioni, ma sono le stesse che avrebbe qualsiasi genitore, niente di specifico all’affidamento in sé.

Pensi che un giorno passerai all’adozione?

È una cosa molto diversa. L’affidamento è un’ottima soluzione. Rich ha una sua famiglia, e io non ho intenzione di portarlo via a loro. Molti bambini con cui ho lavorato, nonostante esperienze terribili, sono spesso fedeli e devoti alla propria famiglia e non vogliono essere adottati. Credo che l’adozione vada bene per bimbi molto piccoli, che possono considerare davvero chi li adotta come i propri genitori perché non si ricordano davvero degli altri. Ma per i bambini più grandi, con un po’ di vita alle spalle, l’affidamento mi sembra la cosa migliore.

Quando ero ancora con il mio ex, ci siamo informati sull’adozione perché volevamo formare una famiglia, ma si trattava di una motivazione diversa. Adozione e affidamento sono entrambi necessari, data l’enorme differenza di circostanze in cui si possono trovare i bambini e le loro famiglie d’origine. Al momento Rich vede sua madre una volta al mese nel corso di incontri sorvegliati, in modo da mantenere viva la loro relazione, anche se non riusciranno più a vivere insieme perché lei in passato lo ha messo ripetutamente in pericolo.

Se le mie circostanze fossero diverse, potrei pensare di nuovo all’adozione, con l’idea di formare una famiglia. Ma la mia motivazione a provare l’affidamento non era quella di avere una famiglia, quanto piuttosto quella di fornire un ambiente sicuro e familiare a un bambino. Quando Rich si è trasferito da me, suo nonno stava facendo domanda per una custodia speciale, per ottenere responsabilità genitoriale e prenderlo a vivere con sé. Purtroppo però non gode di buona salute, e quando ha visto come il bambino stava bene qui con me, ha interrotto la domanda. Così è tornato ad essere nonno, giustamente, senza delle responsabilità che avrebbe fatto fatica a mantenere.

Dunque, se tutto va bene, Rich dovrebbe stare con me fino a quando avrà 21 anni, e ne sono felicissimo. Stiamo risolvendo i piccoli problemi con la scuola. E siccome è un tipo sveglio, sono sicuro che anche da quel lato le cose andranno presto a gonfie vele.

 

Davide
©2016 Il Grande Colibrì

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