“Tutti gli esseri umani dovrebbero essere liberi di fare ciò che vogliono della loro vita. Al pari di ogni altra persona al mondo, anche gli omosessuali hanno dei diritti e la mia speranza è che essi vengano sempre rispettati. Nessuno dovrebbe permettersi di interferire nelle loro vite. Gli omosessuali sono persone come tutte le altre, e come tali dovrebbero essere liberi”. Sono bastate queste semplici parole pronunciate durante una diretta video per convincere la polizia saudita della necessità di trarre in arresto Mohamed al-Bokari. L’attivista 29enne di origini yemenite è stato prelevato dalla sua casa di al-Yarmouk, un quartiere situato a pochi passi dalla capitale Riad, lo scorso 8 aprile 2020. Oltre a lui, le autorità saudite hanno arrestato anche due suoi amici.
Abusi e torture
A seguito delle indagini, nei giorni successivi i due giovani yemeniti sono stati rilasciati e costretti a fare ritorno in patria. Per Mohamed al-Bokari si sono invece spalancate le porte del carcere di Malaz, nel quale è tutt’ora detenuto. Secondo un comunicato diffuso da Amnesty International, il ragazzo sarebbe accusato di “perversione”, “disturbo dell’ordine pubblico” e “imitazione del sesso opposto”. Quest’ultimo capo d’imputazione sarebbe sostanzialmente lo stesso che ha condotto in carcere la 38enne kuwaitiana Maha al-Mutairi. E proprio come accaduto a Maha, anche la prigionia di al-Bokari sarebbe segnata da violenze e sopraffazioni di ogni tipo.
Stando alle fonti a oggi disponibili, l’attivista yemenita sarebbe infatti stato tenuto in completo isolamento per un mese e avrebbe subito abusi e torture atte a fargli confessare la sua presunta omosessualità. Oltre a questo, al giovane attivista è stata anche negata la possibilità di ricevere assistenza legale, oltre a quella di conoscere l’effettiva data d’inizio del processo penale a suo carico. A preoccupare sono anche e soprattutto le condizioni di salute dell’uomo, che oltre a essere affetto da cardiopatia corre anche il serio rischio di contrarre il nuovo coronavirus. Il fondato timore è che una prolungata detenzione possa avere effetti a dir poco deleteri sulla mente e sul fisico di al-Bokari.
Appello al re
Da qui la necessità di prendere una posizione netta e quanto più possibile rapida e incisiva, la stessa che propone Amnesty attraverso la sua lettera aperta indirizzata a re Salman bin Abdulaziz Al Saud. Nel testo, che chiunque può sottoscrivere e inviare al sovrano, vengono fornite indicazioni e informazioni utili sulle attuali condizioni psico-fisiche di al-Bokari e sulle motivazioni per cui si richiede il suo rilascio. La speranza è che l’appello e la pressione internazionale spingano i reali sauditi ad acconsentire alla liberazione dell’attivista yemenita.
In attesa che ciò avvenga, credo sia di vitale importanza mantenere i riflettori puntati su questa vicenda e sui suoi molteplici (e terribili) significati. Perché sì, nonostante certa gente si ostini a fingere di non crederci, l’omofobia esiste. Ed è molto più pericolosa di quanto ci si immagini.
Nicole Zaramella
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