Perché i sauditi invitano a non mettere il velo in Occidente

ragazze musulmane indossano veli colorati
Tre ragazze musulmane che indossano veli variopinti

Niente velo per le musulmane nei paesi occidentali: a proporlo davanti a una platea di donne con l’hijab a Vienna è stato a sorpresa il saudita Muhammad bin Abdul Karim Issa, segretario generale della Rabita al-Alam al-Islami (Lega musulmana mondiale), come ha rivelato lui stesso al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. La Lega è un’organizzazione non governativa creata e finanziata… dal governo di Riyad: un ossimoro che si rafforza se si tiene conto che Issa è stato ministro della giustizia dell’Arabia Saudita.

UN WAHHABITA CONTRO IL VELO?

La Lega ha come finalità dichiarata la promozione nel mondo dell’interpretazione dell’islam cara alla famiglia reale di Riyad, teoricamente nel rispetto delle diverse culture e nel rifiuto della violenza. In pratica, invece, è uno strumento di diffusione del wahhabismo, cioè di uno dei movimenti islamici più rigidi e fondamentalisti. Per quanto riguarda la violenza, poi, è accusata di essere stata usata per finanziare Bin Laden e altri terroristi.

Eppure è stato proprio Issa, segretario di questa organizzazione controversa, a dire alle donne musulmane della capitale austriaca: “Quando un paese decide democraticamente di non autorizzare il velo, bisogna accettarlo. Se si vuole rimanere, ci si toglie il velo, altrimenti bisogna andarsene”. Non sono meno sorprendenti i toni usati da alcuni giornalisti vicini ai regnanti sauditi, come Mohammed Al-Mzini che su Al-Hayat, per dare ragione a Issa, arriva a descrivere le donne velate nei paesi occidentali come “macchie di tristezza […] in mezzo a un oceano variopinto che rende onore alla bellezza naturale”.

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IL VALORE PRESCRITTIVO DEI VALORI

Come sempre, conviene non fermarsi alla sorpresa iniziale e non cercare di estrapolare queste frasi inaspettate per interpretarle secondo la propria convenienza, alimentando polemiche sterili: è interessante, invece, approfondire tutto il ragionamento che ha portato Issa a dire certe cose. Il politico saudita parte dal presupposto che ogni paese ha proprie leggi particolari che devono essere rispettate da chi nasce, vive o transita in quel paese, ma non si ferma a questa semplice constatazione: identifica le leggi come il prodotto delle tradizioni e dei costumi locali (un concetto a ben vedere vago che nasconde un elenco ben più concreto di convinzioni create, promosse o perlomeno accettate dalle autorità).

È un principio che suona sensato e familiare anche in Italia, dove viene ripetuto in molte discussioni, viene trasformato in slogan politici e recentemente è stato ribadito persino da una sentenza della Cassazione che ha stabilito “l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi” [Altalex].

LA RETORICA DELLA “RECIPROCITÀ”

Il problema è che questo principio non è così sensato come appare: non si discute più di cosa sia giusto o sbagliato, e neppure di cosa sia bello o brutto, ma ci si limita a rilevare uno status quo immaginario di valori comuni nazionali trasformati in prescrizioni che non hanno bisogno di ulteriori giustificazioni  a parte la propria stessa esistenza. E di conseguenza spariscono i diritti universali fondati sulla comune umanità, per essere sostituiti da regole diversificate in base alla terra che calpestiamo, alle posizioni culturali (presunte) di chi la abita, alle credenze religiose di chi la governa.

In altre parole, l’esponente saudita che spiega che nel proprio paese non accetta donne con le scollature proprio come l’Europa non accetta donne con il burqa, sta solo abilmente evitando di dare giustificazioni in termini di diritti della persona e doveri della società. Lo stesso risultato lo si ottiene con la retorica della reciprocità, dal leader leghista non vuole moschee perché in Arabia Saudita non ci sono chiese ai commenti all’articolo del Grande Colibrì sul razzismo presente anche nella comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) che liquidano la faccenda sostenendo che l’omofobia dei neri sarebbe più grave.

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RESPONSABILITÀ E AUTODETERMINAZIONE

Tutti questi discorsi portano a una forte deresponsabilizzazione: ti nego diritti e rispetto, ma non me ne assumo la responsabilità, anzi magari te la riverso pure addosso. Senza dover dare nessuna spiegazione e giustificazione logica o ancor meno legale, Mzini giustifica o comunque discolpa la persecuzione degli atei in Arabia Saudita, Salvini la negazione della libertà religiosa in Italia e alcuni commentatori il razzismo nella comunità omosessuale. Ma non è neppure questo il problema principale.

In tutti questi discorsi l’individuo scompare e le scelte individuali non sono minimamente prese in considerazione: tutto si traduce in schemi contrapposti di principi essenziali (i valori occidentali e quelli orientali, i costumi arabi e quelli europei, le radici cristiane e quelle islamiche, la cultura dei gay e quella dei neri…) che pretendono di riassumere e rappresentare tutti i propri componenti. Non c’è spazio per le persone e per la loro autodeterminazione e, anche se ci si riempie la bocca di parole come “popolo” e “comunità”, alla fine si impone un modello unico calato dall’alto.

E il mondo si divide così in tribù abilissime a segnare i confini del proprio territorio geografico o morale, ma incapaci di parlare con le altre. Anzi, incapaci anche di parlare al proprio interno, perché si pretende che esista un modello che ha già detto tutto quello che si possa e si debba dire. La retorica collettiva del “siamo” soffoca così il discorso individuale dello “scelgo” e del “divento”.

 

Pier
©2017 Il Grande Colibrì

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