Scandalosa Benetton: dietro ai baci lo sfruttamento

Le immagini della nuova campagna promozionale di Benetton – anzi no, della Fondazione UNHATE, “voluta e fondata dal Gruppo Benetton” – in cui i grandi della terra si scambiano baci in bocca, quasi tutti gay, hanno fatto il giro del mondo: ecco papa Benedetto XVI e l’imam della moschea di al-Azhar Ahmed Mohamed el-Tayeb, Barack Obama e il presidente cinese Hu Jintao, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il palestinese Abu Mazen… Non è stato un “esercizio estetico“, si premurano di far sapere della fondazione, ma un contributo per “creare una nuova cultura di tolleranza“, “combattere l’odio” e diffondere “i valori fondamentali di Benetton” (leggi). E allora conviene riflettere sui valori della multinazionale italiana (grazioso ossimoro).

Unhate, non-odio, neologismo di grande chiarezza. Chissà come mai, però, per raccontare la loro “cultura della tolleranza” non hanno usato il volto di Ben Ali, ex presidente tunisino, e di Norodom Sihamoni, re di Cambogia. Sotto il regime del primo, Benetton è stata una delle tante aziende italiane che ha offerto lavoro e benessere alla popolazione: nelle sue fabbriche, con condizioni di sicurezza oscene, si guadagnano addirittura 100 euro al mese (leggi)! Le operaie cambogiane prendono qualcosina meno, ma sono così prepotenti da aver protestato nonostante potessero mettersi in tasca un euro al giorno: la polizia ha dimostrato la propria tolleranza con amorevoli manganellate (leggi). Baci per vendere, bastonate per produrre: ma povera Benetton, forse non sapeva quel che succedeva in Tunisia e Cambogia…

Esattamente come forse non sapeva (è impossibile affermarlo “in modo perentorio” decretò una sentenza del 2003) che in alcuni stabilimenti turchi veniva usata manodopera minorile. Per non parlare delle fabbriche cinesi o del fatto che il gruppo è uno dei più grandi latifondisti del mondo – e se il termine “latifondista” non produce più quella reazione di inquietudine che produceva un tempo al solo pronunciarlo, continua anche oggi a significare, per rimanere alle proprietà di Benetton (quasi un milione di ettari in Argentina), un intero popolo, i Mapuche, cacciato dalle proprie terre, emarginato, sfruttato (leggi)… Benetton, troppo impegnato a “combattere l’odio“, nulla sa e nulla vede. D’altra parte non vende mica occhiali…

Anzi sì, vende anche occhiali, oltre che vestiti. Anzi no, a pensarci meglio non vende né vestiti né occhiali né tantomeno baci: vende un marchio. E infatti non sorprende nessuno il fatto che non pubblicizzi i vestiti, ma solo il logo, da diffondere il più possibile, nel bene o nel male. La foto del bacio tra il papa e l’imam da questo punto di vista è perfetta – anzi, forse lo sarebbe stata completamente se alle denunce vaticane e ai malumori da G8 si fosse aggiunto qualche bell’incidente da prima pagina, come quelli seguiti alla pubblicazione in Danimarca delle vignette satiriche su Maometto. Far parlare di sé (ma non di tutto sé: meglio il silenzio sulla vita nelle fabbriche) è la missione, è il valore fondamentale.

Di fronte a questa altissima missione, ogni mezzo è lecito. Comprese le immagini di baci omosessuali tra potenti della terra, piccoli scandali da discount del lusso senza nulla di originale (gli ultimi in ordine di tempo ad usare questa idea sono stati i disegnatori di Charlie Hebdo; Il grande colibrì) o di edificante: se in un bacio tra persone dello stesso sesso non c’è proprio nulla di male, non c’è nulla di bene né nello sfruttare millenni di omofobia per far quattrini né nel voler forzatamente associare delle persone a delle identità che non appartengono loro. Se la prossima campagna UNHATE rappresentasse Elton John ed Ellen DeGeneres che si sposano davanti ad un altare, voi cosa direste?

 

Pier
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