Transessuale egiziano, no all’espulsione dall’Italia

In Svizzera e in Polonia l’estrema destra è omofoba
Matrimonio, l’UE insegna, la Danimarca agisce. E l’Italia?
Pinkwashing, il New York Times riaccende la polemica
Da Wall Street alla “mia gola”: l’occupazione è eccitante

CRONACA Importante sentenza del Tribunale di Roma, che ha accolto il ricorso di un cittadino egiziano contro l’espulsione (scattata per i reati commessi nel nostro Paese): in quanto transessuale, infatti, l’egiziano avrebbe rischiato gravi maltrattamenti, persecuzioni e discriminazioni per cui il parere del questore di Milano, che aveva firmato il provvedimento di espulsione, è stato ribaltato. Il Tribunale ha richiamato, nel motivare la propria sentenza, la giurisprudenza della Corte di Strasburgo che vieta senza eccezione il rimpatrio dello straniero verso paesi in cui possa essere vittima di tortura o trattamenti inumani e degradanti ed ha disposto la concessione di un permesso di soggiorno per l’egiziano (Melting Pot). Per un caso che trova felice soluzione, tanti sono però quelli che rimangono irrisolti o chiusi nel modo peggiore (espulsione, rimpatrio): di alcuni abbiamo parlato (Il grande colibrì), a tutti continueremo a dedicare attenzione e a sollecitare risposte in cui i diritti umani vengano prima delle regole sui flussi migratorii.

MONDO Se in Spagna, con il ritorno dei Popolari al governo, si paventa un’esclusione delle coppie gay dal diritto di adozione e forse anche dal diritto al matrimonio (Il grande colibrì), in Svizzera pare che le prospettive siano abbastanza avanzate per il percorso inverso. In realtà, essendo possibile l’adozione da parte dei single, indipendentemente dalla sessualità, il percorso è già più facile al momento e il Consiglio degli Stati la settimana scorsa ha raccomandato una modifica legislativa in senso estensivo. Ma sulla strada dei diritti c’è spesso il partito cristiano di destra, che difficilmente lascerà strada al provvedimento senza combattere: specie se tutti, nel CVP, condividono l’allucinante dichiarazione con cui Christophe Darbellay, a capo del partito, si è detto contrario alla legalizzazione delle adozioni per coppie dello stesso sesso dicendo che “sebbene milioni di persona la consumino, non legalizzerei la cocaina” (The Local). Il paragone ha offeso profondamente la comunità LGBTQ* svizzera, ma Darbellay non ha fatto minimamente marcia indietro. E siccome l’intolleranza non conosce confini, ci tocca pure segnalare che in Polonia una piccola formazione neofascista ha registrato tra i propri simboli una croce celtica (un piccolo classico) e l’immagine stilizzata di due uomini che fanno sesso barrata come un divieto (Huffington Post): la cosa non sorprende, dato che l’80% dei polacchi sono contro il riconoscimento dei diritti omosessuali e le lotte per ottenerli, anche se l’elezione al parlamento, appena un mese fa, di un deputato apertamente gay e di una transessuale aveva fatto sperare che le cose stessero cambiando (Il grande colibrì).

MOVIMENTO Dal punto di vista dei diritti dobbiamo ringraziare il cielo che c’è l’Unione Europea, anche se spesso le sue direttive in materia non vengono recepite dagli stati e sovente nemmeno prese in considerazione (purtroppo l’UE sembra ancora una comunità economica e niente più, a volte). Comunque sia, l’Unione ha riconosciuto il matrimonio di due componenti dell’associazione Certi Diritti, modificando le loro registrazioni presso gli Uffici europei presso cui lavorano (Certi Diritti): e l’associazione (che celebra il suo quinto Congresso all’inizio di dicembre) ha colto l’occasione per invitare caldamente il nuovo governo Monti ad eliminare i motivi di discriminazione ancora presenti in Italia, ed in particolare la circolare firmata dal ministro Amato che vieta il riconoscimento dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero adducendo risibili ragioni di “ordine pubblico“. Nel frattempo il Consiglio d’Europa, insieme ad altre istituzioni, ha concluso la conferenza internazionale dedicata alla “mancanza del riconoscimento reciproco di unioni civili e matrimonio omosessuale tra gli stati membri dell’Unione” che ha riconosciuto che la limitazione di un riconoscimento comune delle unioni LGBTQ* sia d’ostacolo alla libera circolazione dei cittadini tra gli Stati che compongono l’UE ed ha raccomandato di adeguare le singole legislazioni in materia alle norme comunitarie (Certi Diritti). Contemporaneamente la Danimarca, dove il nuovo governo a guida socialdemocratica si era impegnato a rendere completo l’iter del matrimonio omosessuale, è pronta: dalla prossima estate le coppie omosessuali non avranno più solo la partnership ma accederanno al matrimonio vero e proprio, anche in chiesa (Out&About).

MOI Accade anche che i diritti per la comunità LGBTQ* possano confondere le acque: accade sempre più di frequente che movimenti che mostrano intolleranza verso gli immigrati si presentino come gay friendly o addirittura abbiano al loro interno una comunità omosessuale. A dare un quadro completo è Sarah Schulman, che sul New York Times riaccende la polemica sui casi di pinkwashing mostrando come dare una pennellata di rosa ad un movimento intollerante sia spesso funzionale al mettersi alle spalle l’accusa di razzismo. Guardiamo i fatti: Jörg Haider, leader della destra austriaca contro gli immigrati, era abbastanza apertamente omosessuale; Pim Fortuyn, politico islamofobo olandese, era gay dichiarato ed attivista per i diritti civili LGBT; il movimento razzista English Defence League (Il grande colibrì) ha al suo interno una cellula omosessuale; persino il neonazista autore della strage di Utoya in Norvegia della scorsa estate, Anders Breivik, citava fonti omosessuali per giustificare la sua intolleranza allo straniero. E l’appartenenza si fa tattica quando si parla di Israele e Palestina, giustificando il primo sempre e comunque in quanto in Israele c’è rispetto per i diritti LGBTQ* e si ignorano volontariamente le organizzazioni palestinesi che lottano per quegli stessi diritti. L’articolo della Schulman ha naturalmente riacceso le polemiche sul pinkwashing: Gilead Ini, del Committee for Accurancy in Middle East Reporting in America (CAMERA), l’accusa apertamente di propaganda anti-israeliana, arrivando ad accusare il NYT di mettere a rischio la vita dei gay iraniani, arabi e di Gaza (cosa che francamente non trova un’adeguata spiegazione in quest’articolo di critica). Forse, semplicemente, le battaglie per i diritti civili non dovrebbero conoscere confini e strumentalizzazioni: ma è difficile, se non impossibile al momento, come dimostrano anche i più recenti esempi (Il grande colibrìsegui MOI Musulmani Omosessuali in Italia).

SESSUALITA’ I movimenti di protesta sono spesso occasione di liberazione sessuale, ma non si ricorda fin qui che una manifestazione abbia prodotto tra i suoi risultati un film porno (gay). Invece nel corso delle proteste dello scorso ottobre negli Stati Uniti, e in particolare durante quelle svoltesi ad Oakland (Wikipedia), nelle tende dei manifestanti qualcuno sarebbe riuscito ad allestire un set ed è stato girato l’istant movie “Occupy my throat” (letteralmente “Occupa la mia gola”, ma sono certo che sulle traduzioni potremmo spaziare a lungo con diletto), che fa il verso al nome con cui le manifestazioni sono state organizzate (Occupy Wall Street; Occupy Oakland; etc.). Naturalmente le scene di sesso, girate secondo i produttori nel centro della protesta – nonostante gli sgomberi, i gas lacrimogeni e persino le morti prodotte dalle cariche della polizia -, potrebbero essere state riprese ovunque, mentre le scene degli esterni sono sicuramente originali (Gawker).

 

Michele
Copyright©2011Michele Benini
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