Uccisi alla nascita: la strage dei bambini intersessuali

bambino sudafricano appena nato
In Sudafrica sono molte le ostetriche tradizionale

Se le persone omosessuali, bisessuali e transgender sperimentano nella loro vita la discriminazione quando le loro caratteristiche o le loro inclinazioni si manifestano, per gli intersessuali [Wikipedia] i problemi iniziano a volte fin dalla nascita. Una ricerca informale avviata nel 2015 in Sudafrica da parte di Tunchi Theriso (nome di fantasia di un attivista per i diritti delle persone intersessuali nelle zone rurali della Provincia del Nordovest) ha portato purtroppo alla luce una pratica terribile molto diffusa nel paese: i bambini che nascono con caratteristiche anatomiche e fisiologiche che non sono inequivocabilmente maschili o femminili vengono strangolati o uccisi in altri modi perché considerati un cattivo presagio.

Un segno di sventura

Questo triste destino, che gli intersessuali condividono con i bambini albini, è frutto di credenze popolari che si stanno lentamente superando, ma che sono ancora molto forti nel paese e specialmente nelle zone meno urbanizzate: l’”indefinitezza” dei genitali del bambino è considerata una manifestazione di stregoneria, una maledizione, una punizione di Dio o un segno che gli antenati sono arrabbiati con i loro discendenti per qualche ragione. Ma questo tipo di infanticidio non è mai rientrato in una ricerca ufficiale e, in ogni caso, le piccole comunità rurali in cui spesso avviene tendono a chiudersi a riccio sull’argomento, evitando di parlarne anche al loro interno.

Il paradosso è che, secondo David Segal, endocrinologo pediatrico all’ospedale di Johannesburg, il tasso di intersessualità tra le nascite in Sudafrica è uno dei più alti al mondo, con un caso ogni mille bambini. E poiché il ricorso a guaritori tradizionali come assistenti al parto coinvolge il 70% della popolazione, il destino di queste vite è nelle mani di chi può insegnare a queste persone che l’intersessualità è solo una variante meno frequente delle altre, ma che non ha nessuna ragione di essere eliminata.

Uccisi nel silenzio

In prima linea a cercare di cambiare i pregiudizi delle persone ci sono la LEGBO Northern Cape (Organizzazione lesbica, gay e bisessuale del Capo Settentrionale) e altre organizzazioni non governative che lavorano per i diritti delle persone intersessuali. Shaine Griqua, la direttrice di LEGBO, racconta a Mail & Guardian che il gruppo si è imbattuto quasi per caso in questo dramma nel 2008 e ha deciso di intervistare molte delle persone protagoniste di questa situazione. Ben 88 delle 90 guaritrici tradizionali, ostetriche e assistenti al parto intervistate hanno ammesso di aver praticato questa forma incredibile di selezione, tenendo sempre all’oscuro le madri a cui viene di solito detto che il bambino è nato morto.

Le testimonianze raccolte sono tali e tanto agghiaccianti che è veramente difficile anche solo pensare a questo tipo di pratica. Ma Griqua coltiva la speranza che il futuro possa far cessare questo tipo di delitti: “Il ritmo del cambiamento è molto lento, ma da quando abbiamo condotto questa ricerca le cose sono cambiate e continuano a cambiare”.

Segnali di speranza

Nell’ottobre scorso, poi, si è svolta una conferenza internazionale dal titolo “Diritti intersex nelle zone rurali”, organizzata da Iranti (“Memoria” in yoruba) in collaborazione con Intersex South Africa e con la Commissione per la promozione e la protezione dei diritti delle comunità culturali, religiose e linguistiche, a cui hanno partecipato molti attivisti, ma anche rappresentanti del governo, operatori sanitari delle comunità e guaritori tradizionali. Joshua Sehoole di Iranti spiega che i guaritori hanno ammesso di essere a conoscenza di queste pratiche e si sono impegnati a segnalarle ogni volta che verranno a conoscenza di nuovi infanticidi.

Intanto il dipartimento della salute e la Society of Midwives of South Africa (Società delle ostetriche del Sudafrica) hanno fermamente condannato questa pratica. Può sembrare una cosa da poco, ma è pur sempre l’inizio di un percorso che forse potrà risparmiare la vita di migliaia di bambini e le sofferenze che la loro eliminazione comporta.

Michele
©2018 Il Grande Colibrì

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