Leggi sulla propaganda gay: l’Ucraina segue la Russia

L’arcobaleno non avrà l’autorizzazione per splendere all’est. Sembra un’esagerazione ma è solo l’ultima, paradossale, notizia che arriva dalla Russia, dove un gruppo di attivisti anti-gay sta protestando contro la libera vendita di un prodotto del gruppo Pepsi che reca sulla confezione un disegno in grado di richiamare la vietatissima (e purtroppo in grande espansione) “propaganda omosessuale”: l’arcobaleno, appunto (Reuters). Dopo l’esposto ai tutori dell’ordine, l’attivista Anatoly Artyukh promette picchettaggi dei negozi che vendono il prodotto incriminato e volantinaggi per boicottarlo.

Naturalmente la cosa potrebbe essere confinata al risibile, come meriterebbe, se non fosse che le notizie da est continuano ad essere allarmanti e ben più preoccupanti di un boicottaggio ad una multinazionale. E in primo piano c’è in particolare l’adozione da parte dell’Ucraina di una norma che ricalca i divieti russi, ormai largamente diffusi nelle repubbliche ex-sovietiche, con cui non si vieta di essere omosessuale ma di “pubblicizzare” la propria condizione, considerata diseducativa e quindi da non esporre in pubblico, specie di fronte a minori.

La legge non ha ancora avuto l’approvazione definitiva, ma è stata votata in prima lettura dalla maggioranza del Parlamento (Kyiv Post), causando l’immediata reazione dell’Unione Europea che ha manifestato la propria piena disapprovazione per una norma che va in direzione contraria ai valori di tolleranza e uguaglianza che sono necessari per esser parte dell’Unione (Kyiv Post). Contro un’approvazione definitiva di questa norma è subito scesa in campo anche l’organizzazione internazionale AllOut con una petizione online che può essere sottoscritta sul suo sito, mentre i radicali milanesi chiedono la revoca del gemellaggio comunale con San Pietroburgo, città che ha fatto da capofila per norme illiberali di questo tipo.

Nei fatti la legge ucraina ricalca quella adottata nel marzo scorso dalla città russa, seguita a ruota dalla Siberia e discussa in molte repubbliche ex-Urss come la Lettonia, mentre in altri stati la discriminazione sembrava limitata a un problema di ordine pubblico (Il grande colibrì). La norma è semplice e subdola: per difendere i giovani da una vita difficile a cui li esporrebbe il contatto con l’omosessualità (e magari la scoperta di una simile condizione per se stessi), essi devono evitare di venire a conoscenza dell’esistenza di gay, lesbiche, bisessuali e transgender e chi parla o distribuisce materiale su questo argomento è punito con pene pecuniarie e carcere.

E la legge ucraina non è l’unica cattiva notizia. In Russia la Corte suprema ha rigettato il ricorso di un’associazione per i diritti umani proprio contro la legge che vieta la “propaganda omosessuale”, equiparandola alla pedofilia (RIA Novosti). Malgrado, secondo un rappresentante della comunità LGBTQ*, la Corte non abbia potuto stabilire alcun impatto dannoso delle relazioni omo, bi o transessuali, il rigetto del ricorso dimostra quanto influente sia la potenza politica del regime anche sugli organi di giudizio. Infine, anche se era nell’aria, dopo le dichiarazioni non concilianti del premier (Il grande colibrì), arriva anche il nuovo divieto di celebrare il Gay Pride in Serbia, usando ancora una volta la scusa della sicurezza impossibile da mantenere (B92).

Ed anche se il sito Colta riporta la romantica storia di amore gay di due contadini guidatori di trattore in Bielorussia, è chiaro che è in atto una vera e propria offensiva contro i diritti LGBT da parte della Russia e dei paesi ad essa legati, come dimostra la mozione vergognosamente approvata da parte dell’ONU sulla difesa dei valori tradizionali (Il grande colibrì).

 

Michele
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