In Uzbekistan la vita delle persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali) è perennemente sotto attacco. A darne conferma è la testimonianza di un attivista per i diritti umani che, per ovvie ragioni di privacy e sicurezza, ha preferito rimanere anonimo. È troppo pericoloso uscire allo scoperto in un paese che considera l’omosessualità un reato punibile con il carcere e che ricorre ai test anali per “dimostrare” la colpevolezza dei sospettati. Il rischio concreto è quello di rimanere vittime dello stesso orribile trattamento toccato in sorte a Miraziz Bazarov, un attivista LGBTQIA+ che, per aver osato criticare le decisioni del governo centrale, si è ritrovato al centro di una campagna diffamatoria culminata con un violentissimo pestaggio.
Quello di Bazarov non è purtroppo un caso isolato e si inserisce anzi nel più ampio solco di violenze e discriminazioni di cui sono quotidianamente vittime le minoranze sessuali locali. “L’attivismo e la protezione dei diritti LGBTQIA+ sono quasi impossibili nel paese” ha sottolineato il giovane attivista uzbeko nella sua testimonianza su Washington Blade, aggiungendo di essere particolarmente preoccupato per la totale mancanza di servizi di sostegno e protezione in favore delle minoranze sessuali del paese centro-asiatico. Al contrario, la legge sembra incoraggiare e garantire le umiliazioni e le crudeltà nei confronti delle persone LGBTQIA+, che, come afferma l’attivista, “in Uzbekistan non godono di alcuna protezione né diritto“.
Non cambia niente
La mancanza di supporto e sostegno da parte della società civile rende l’esistenza delle minoranze sessuali ancora più dolorosa e complicata. “La gente è abituata a pensare che, se aiuti la comunità LGBTQIA+, allora ne fai necessariamente parte e dovresti essere punitə” ha aggiunto con sconforto il giovane intervistato.
Ad amareggiare ulteriormente l’attivista sono anche le tante, troppe promesse mancate. All’indomani del suo insediamento, il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev aveva infatti annunciato la sua intenzione di dare vita a cambiamenti radicali in tutti i settori, specialmente per quanto riguarda i diritti umani. Inutile dire che, a cinque anni di distanza da quel giuramento e nonostante i ripetuti ammonimenti delle organizzazioni internazionali, i miglioramenti promessi non sono affatto arrivati. Colpa del governo centrale, certamente, ma anche della comunità internazionale, che secondo l’attivista non starebbe facendo abbastanza per convincere il paese centro-asiatico ad avviare un cambiamento quanto mai urgente.
Nicole Zaramella
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