Schiavitù dietro al pallone: il traffico dei bimbi africani

All’improvviso ho visto due o tre uomini arrivare e circondarmi, hanno cercato di violentarmi, di farmi fare delle cose… Io ero giovane, ero piccolo, non ho potuto fare altro che scoppiare a piangere. Probabilmente loro pensavano che io sapessi perché mi trovavo lì, mentre ovviamente io sapevo che ero venuto per un unico motivo: ero lì per giocare a calcio. Io non facevo altro che piangere e urlare a squarciagola, poi ho provato a cercare una via di fuga. Sentivo freddo, stavo piangendo e tremando, non avevo idea di cosa potessi fare, mi sentivo perso. Sono riuscito comunque a scappare, ma non sapevo da dove cominciare, pensavo che la mia vita fosse finita“. Al Bangura, allora, aveva 16 anni, nessun sostegno, nessuna speranza. Si era ritrovato in quell’edificio disabitato seguendo l’unica persona di cui si fidava, l’unica persona che gli aveva regalato una prospettiva per il futuro, un sogno.

Le peripezie di Al erano iniziate due anni prima: ad appena 14 anni, il ragazzino era scappato dalla Sierra Leone in Guinea per evitare di ereditare dal padre la leadership di una società segreta. Al voleva solo continuare ad andare a scuola e sognava di diventare un calciatore importante. E quando un uomo francese molto amichevole gli ha prospettato la realizzazione di questo sogno, quasi non gli è sembrato possibile di essere così fortunato e ha subito accettato di seguire l’uomo. Il francese lo ha portato in Europa. Nel Regno Unito. In quel maledetto edificio disabitato.

La storia di Al purtroppo è tutt’altro che rara: secondo associazioni come Foot Solidaire (Calcio solidale), istituzioni come l’Agenzia criminale nazionale britannica ed esperti come il commissario indipendente contro la schiavitù Kevin Hyland o il giornalista sportivo Ed Hawkins, che a queste vicende ha dedicato un intero libro, sono migliaia i bambini e gli adolescenti africani delle classi sociali più povere a finire nelle mani di sfruttatori che promettono grandi carriere calcistiche e poi, invece, sfruttano questi piccoli sfortunati nel mercato della prostituzione o nella piccola criminalità. A volte questi finti agenti convincono i ragazzini a seguirli scappando di casa, altre volte i genitori li pagano profumatamente nell’illusione che davvero potranno garantire un futuro migliore ai loro figli negli stadi europei.

Di eccezionale nella storia di Al c’è solo il lieto fine: il piccolo sierraleonese ha avuto infatti tanta fortuna, tanto coraggio e tanto talento. Nel suo vagabondare dopo lo shock subito nell’edificio disabitato, Al ha avuto la fortuna di incontrare un uomo nigeriano che lo ha convinto a fare domanda di asilo politico al ministero degli interni. Ha anche avuto il coraggio di raccontare la sua vicenda, mentre molti maschi provano troppa vergogna nel raccontare le violenze subite, secondo meccanismi ben noti a chi si occupa di stupri e di stupri contro uomini in particolare [ilgrandecolibri.com], perdendo a volte la possibilità di ricevere aiuto e asilo.

E Al ha avuto anche abbastanza talento per realizzare davvero il suo sogno, iniziando una carriera di calciatore professionista che lo ha portato a giocare con il Watford in Premier League, la Serie A inglese. Oggi Al Bangura ha concluso la carriera, ma ha deciso di raccontare la sua storia a bbc.com per denunciare un traffico di minori per il quale, secondo Ed Hawkins, sono responsabili anche le regole poco trasparenti della Federazione internazionale di calcio (FIFA) sull’ingaggio dei minorenni.

Il problema della tratta dei giovani africani, comunque, non riguarda solo gli aspiranti calciatori dell’Africa occidentale: ricordiamo, per esempio, il traffico di ragazzi keniani, ridotti a schiavi sessuali nei paesi del Golfo, in cui arrivano con la promessa di un posto di lavoro come steward o impiegati [ilgrandecolibri.com]. Ma non si può neppure piangere la sorte di questi giovani stuprati, come di tutte le ancor più numerose ragazze schiavizzate dal racket della prostituzione, mentre si rigettano uomini e donne che, nella fuga dalla guerra, dalla violenza o dalla povertà, subiscono tragiche sevizie nel girone infernale del traffico di esseri umani.

Una parte del mondo piange, urla, trema, cerca una via di fuga. E lo fa in quel grande edificio tutt’altro che disabitato che è il nostro pianeta. Davvero vogliamo tapparci occhi, orecchie e bocca, strapparci il cuore dal petto e darlo in pasto alle iene del populismo razzista?

 

Pier
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