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Da parte delle autorità c’è una tacita accettazione, ma la situazione è molto delicata“: tra luci e ombre, detto e non detto, le parole di Matthew, attivista di Chengdu Caihong (Chengdu arcobaleno), descrivono bene la situazione dei diritti delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) in Cina. Si potrebbe dire che lo stato più popolato del mondo negli ultimi decenni ha fatto passi da gigante: nel paese dove l’omosessualità è diventata legale solo nel 1997 ed è stata rimossa dall’elenco ufficiale delle malattie mentali solo nel 2001, il movimento queer viene celebrato sulla stampa governativa, mentre milioni di persone usano ogni giorno app gay con numeri e funzioni che fanno sembrare Grindr un misero giochino.

Emarginazione

A uno sguardo più attento, però, la situazione si rivela molto meno rosea: le minoranze sessuali non hanno nessuna tutela legale, le discriminazioni e i pregiudizi sono ancora molto forti, con livelli drammatici nelle zone rurali. Per questo meno del 15% delle persone LGBTQIA ha fatto coming out in famiglia, mentre a scuola e sul luogo di lavoro appena il 5% ha parlato apertamente del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Le cosiddette “terapie di conversione” (o “terapie riparative”), quelle pratiche di tortura fisica e psicologica che promettono di “curare” l’omosessualità, la bisessualità e il transgenderismo, sono molto diffuse e promosse addirittura in manuali universitari, con il beneplacito della magistratura.

Negli ultimissimi anni, poi, le cose non sono migliorate, ma, dice Tang Yinghong, docente di psicologia sessuale, “l’ideologia principale è diventata più aggressiva, aumentando l’emarginazione della comunità LGBTQIA“. Il 2020 ha confermato questo peggioramento: a maggio la Cina ha emanato il suo primo codice civile, in cui non si riconosce nessuna forma di relazione tra le persone dello stesso sesso, mentre ad agosto il più antico festival arcobaleno del paese, lo ShanghaiPRIDE, ha annunciato bruscamente la propria chiusura, per non spiegate ragioni di sicurezza.

lesbiche sconfiggono censura cinaGaydu nel mirino

In un paese sicuramente non LGBTQIA-friendly, la metropoli di Chengdu, capitale della provincia del Sichuan con 18 milioni di abitanti, ha sempre rappresentato un’eccezione. “Qui di solito alle persone non interessa il tuo orientamento sessuale” spiega Matthew. E Ray, un insegnante che si è trasferito nella città solo da qualche mese, conferma: non aveva mai fatto coming out, ma ora “qui a Chengdu tutti sanno che sono gay: il capo, alcuni genitori dei miei studenti, tutti i miei amici“. Non per nulla la città è soprannominata “Gaydu” dai millennial cinesi.

Eppure anche a Chengdu la situazione è peggiorata: a ottobre dell’anno scorso sui social sono circolate alcune foto di orge nella sauna per soli uomini MC Club e alcuni media locali hanno iniziato ad accusare il locale di provocare un’epidemia di HIV con i suoi sex party. MC Club ha chiuso i battenti per sempre, mentre tutti i bar gay della città sono stati bloccati temporaneamente, dicendo che occorreva impedire una crisi sanitaria. Anche le associazioni LGBTQIA, che non hanno nulla a che fare con incontri sessuali, sono finite nel mirino delle autorità e sentono una forte pressione che prima non c’era. Hanno scelto la massima discrezione e riescono ancora a svolgere le proprie attività, ma il clima è molto pesante.

Successo inatteso

Intanto nel giro di vite è finito da tempo anche il mondo dello spettacolo e il cinema in particolare. L’Amministrazione statale per la radio, i film e la televisione nel 2016 ha vietato la trasmissione di “contenuti volgari, immorali e malsani“, inclusi “rapporti sessuali e comportamenti sessuali anormali“, espressione che comprendeva le relazioni omosessuali e quelle eterosessuali extraconiugali. “Ora la situazione per i registi queer in Cina è nel complesso abbastanza disastrosa – spiega Hongwei Bao, professore di studi sui media all’Università di Nottingham – Pochissimi registi sono incentivati ​​a girare film queer, soprattutto i lungometraggi, perché mancano i finanziamenti e si ha paura che il film alla fine venga vietato“.

“Yuan jianghai yizhi xiangshang liu” (Possano il fiume e il mare scorrere verso l’alto), del regista 19enne Ran Yinxiao, rappresenta un’importante eccezione. “La Cina accetterà i gay? Mi sembra più credibile che i fiumi scorreranno verso l’alto!” dicevano le persone più anziane e allora Ran ha deciso che doveva fare qualcosa: “A cosa servono i registi? L’obiettivo della cinepresa è la nostra arma. Allarghiamo l’apertura per consentire a più luce di risplendere sui luoghi del mondo che non sono facili da vedere“. Il film racconta la storia di una coppia di ragazzi che adotta un neonato trovato per strada: “Ho pensato che se tre persone diverse, senza legami di sangue, possono diventare una famiglia, allora questa dev’essere la famiglia più forte del mondo“.

Spero che il nostro film sia l’inizio dell’accettazione delle persone LGBTQIA – ha detto Zhang Xin, uno degli attori protagonisti – E spero che in futuro ci saranno più film di questo tipo. Forse il nostro film può essere un pioniere, un piccolo pioniere“. Una speranza che si è tradotta in un successo sui siti di streaming su cui è stato distribuito il film. E quest’opera coraggiosa, anche perché mostra un’intera scena di preliminari e sesso tra due ragazzi, ha conquistato gli elogi anche di Huanqiu Shibao – Global Times, il famoso quotidiano molto vicino al Partito comunista. Tanto per rendere ancora più difficile capire se sul futuro della comunità LGBTQIA cinese sia più giusto esprimere ottimismo o pessimismo…

Pier Cesare Notaro
©2021 Il Grande Colibrì
immagini: elaborazione da “Yuan jianghai yizhi xiangshang liu” / da Cflgroup Media (CC0)

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