Era l’estate del 1995. La quarta conferenza mondiale delle donne si stava svolgendo a Pechino. A circa 90 minuti dall’evento principale c’era un forum di organizzazioni non governative (ONG) a Huairou, dove erano state allestite tende che rappresentavano diverse piattaforme in cui le persone potevano impegnarsi come desideravano: c’erano tende per la leadership globale delle donne, per la salute riproduttiva, eccetera. E forse soprattutto: c’era una tenda lesbica.
Le prime tappe
Susie Jolly è arrivata a Pechino nel 1994 come dipendente delle Nazioni Unite. Parlava mandarino, grazie ai suoi studi all’Università dell’Hubei a metà degli anni ’80. Attraverso due uomini gay che ha incontrato in Belgio, è entrata in contatto con persone della comunità LGBQ (lesbiche, gay, bisessuali e queer) a Pechino, ma durante la conferenza delle donne ha notato che c’erano poche donne cinesi intorno alla tenda lesbica. Ha deciso che sarebbe diventata un tramite per le sue amiche e per le attiviste lesbiche di tutto il mondo.
Le feste a casa sua sono diventate il fulcro della nuova scena tóngzhì (同志, omosessuale) in Cina. Erano rumorose e sfrontate e attiravano sempre nuovi partecipanti: cinesi e stranieri, uomini e donne. Nel 1996 le persone iniziarono a incontrarsi in club e bar gay-friendly accuratamente identificati. Intanto, al di là delle feste, organizzavano discussioni politiche. Stava nascendo un movimento. Ma purtroppo non mancavano neppure le tensioni. Nel 1997, la prima Conferenza nazionale gay e lesbica in Cina si è conclusa con lo scoramento delle partecipanti lesbiche perché le voci e le problematiche gay erano state messe al centro. Insoddisfatte, nel 1998 hanno organizzato la prima conferenza lesbica.
“Volevamo tutto”
Da questa conferenza è nato il Běijīng Jiěmèi Xiǎozǔ (Gruppo della sorellanza pechinese), un’organizzazione che ha permesso alle donne queer cinesi di concentrarsi per la prima volta sui propri bisogni specifici. L’associazione ha creato una hotline lesbica per comunicare tra diverse province e ha fondato “Sky” (Cielo), la prima rivista lesbica. Il nome faceva riferimento a un popolare programma radiofonico incentrato sulle donne dell’epoca, chiamato “Half the Sky” (Metà del cielo), che a sua volta faceva riferimento al famoso detto di Mao secondo cui “le donne sostengono metà del cielo“.
Il Gruppo delle sorellanza era più ambizioso: non si potevano frenare le loro speranze e i loro sogni. Combattendo al tempo stesso sessismo e omofobia, avevano una visione dell’uguaglianza più radicale, più ampia. In un’intervista del 2010 con l’ONG di Pechino Tóng Yǔ (Lingua comune), Kim, una attivista del Gruppo della sorellanza pechinese, ha spiegato: “Volevamo più della metà. Volevamo tutto“.
Valori patriarcali
Le prime attiviste lesbiche in Cina hanno dovuto affrontare l’emarginazione all’interno della comunità queer. E alcune pensano che la disparità di genere nel movimento persiste ancora oggi.
Girlfans (Passione di ragazze) è un’organizzazione lesbica fondata nel 2009 a Guangzhou. Xiǎo Yáng ne è diventata una colonna portante dopo essersi laureata nel 2016. Secondo lei, le donne queer affrontano sfide uniche dall’intersezione tra genere e sessualità: le loro identità sono più facilmente cancellate e le loro esigenze politiche sono più facilmente trascurate. “C’è sempre uno squilibrio di potere in termini di genere – dice – E in quanto attiviste che lavorano principalmente con le donne, dobbiamo costantemente esaminare e cercare di ridurre al minimo le strutture di potere all’interno nostra comunità. In questo aiuta il fatto di essere un’associazione solo di lesbiche“.
Xiǎo Lěng ha iniziato a fare attivismo LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) nel 2015: studiava alle superiori ed è diventata volontaria di una ONG che si occupava di educazione di genere e sessuale. Oggi frequenta l’università e gestisce un programma di leadership per giovani queer che si concentra sullo sviluppare il loro potere di raccontare le proprie storie personali e di organizzare spazi queer a scuola. Sebbene ritenga che lo squilibrio di genere non sia un problema nella sua organizzazione, osserva che molte organizzazioni LGBTQIA sono ancora a maggioranza maschile. E questo la preoccupa: “Il movimento LGBTQIA, senza i punti di vista femminili, mantiene valori patriarcali“.
Per lei, la soluzione non è creare un movimento separato, ma creare più spazio per le donne lesbiche e bisessuali in quello esistente: “La chiave è riconoscere i diversi punti di vista e bisogni. Raggiungere la comprensione reciproca non fa parte del nostro istinto, ma i movimenti per i diritti di genere rappresentano in sé un superamento dei nostri istinti“.
Unità e rottura
I social media sono ormai un’estensione della nostra sfera pubblica, nel bene e nel male, e così il discorso queer online ha conquistato una nuova rilevanza politica. Nell’aprile 2019, Weibo ha vietato l’hashtag #les, che in precedenza era servito alle lesbiche per interagire tra loro in uno spazio sicuro. Questo divieto è arrivato un anno dopo che Weibo aveva censurato i contenuti LGBTQIA, nell’aprile 2018. C’è stata una forte reazione: il sostegno è arrivato da ogni angolo del web, con femministe famose che hanno manifestato apertamente il loro sostegno alla comunità. Alla fine Weibo ha fatto marcia indietro.
Ma dopo che Taiwan ha legalizzato i matrimoni omosessuali nel 2019, c’è stata una rottura tra alcune femministe radicali e gli attivisti LGBTQIA. Negli ultimissimi anni, ha continuato a crescere un sentimento anti-matrimonio su internet. Dopo la legalizzazione di Taiwan del matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2019, tuttavia, c’è stata una rottura tra alcune femministe radicali e attiviste LGBTQ.
Nozze e maternità
Negli ultimissimi anni, su Internet i sentimenti anti-matrimonio sono cresciuti costantemente. Le ragazze, sempre più consapevoli di una disuguaglianza di genere dilagante, credono che il matrimonio sia un’istituzione intrinsecamente oppressiva. Un commento frequente sotto le notizie di violenza domestica o di femminicidio che fanno più rumore è: “Proteggiti non sposandoti o non facendo figli“. Alcune hanno persino iniziato a chiamare le donne sposate che difendono le convenzioni tradizionali (come permettere alle figlie di condividere il cognome del marito) “hūn lǘ” (婚 驴, asine sposate). Il tema della legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso è quindi carico di tensioni.
Guozili, che si definisce femminista radicale e ha più di 110mila follower su Weibo, è stata una delle più esplicite nel dare voce alle sue preoccupazioni. “Paragonare i diritti di gay e lesbiche al diritto di essere sposati è intrinsecamente ridicolo“, ha scritto (in cinese) in un post il 18 maggio 2019. Più tardi, più esplicitamente, ha esclamato: “Quando Taiwan ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, le persone erano felici di cantare: ‘L’amore ha vinto!’… Ma non ha vinto l’amore: ha vinto il patriarcato“.
Ci si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso anche perché sembra che gli uomini gay vogliano legalizzare la maternità surrogata, che molte femministe in Cina vedono come una minaccia all’autonomia del corpo delle donne. Su Weibo l’hashtag #坚决反对一切形式的代孕 (j iānjué fǎnduì yīqiē xíngshì de dàiyùn, contro ogni forma di surrogazione) ha oltre un miliardo di visualizzazioni e 187mila post, alcuni dei quali se la prendono direttamente con alcuni uomini gay che hanno avuto figli attraverso maternità surrogate.
Ricordare la gioia
Nel raccontare la lunga lotta per i diritti e il riconoscimento, a volte è facile dimenticare la gioia. L’orgoglio di fronte alla repressione è resistenza. Il documentario del 2015 “We Are Here” (Siamo qui), prodotto da Shí Tóu e Zhào Jìng, racconta le lotte che hanno affrontato le prime attiviste, catturando allo stesso tempo la vitalità del movimento, le amicizie e le relazioni che sono sbocciate.
Mentre si prepara per la vita dopo la laurea, Xiao Leng dice che l’attivismo farà parte della sua vita, indipendentemente da quello che finirà per fare. Quando le si chiede dei suoi progetti per il futuro, risponde: “Non penso all’attivismo queer come a una grande visione. È l’accumulo delle vite di persone reali: la loro gioia, la loro rabbia, il loro dolore, la loro felicità“.
Oggi, 25 anni dopo la tenda lesbica di Huairou, la più grande comunità online di lesbiche è il gruppo “Les Sky” sul social Douban, conosciuto in cinese come 天空 组 (tiānkōng zǔ). In questo spazio in continua crescita e con già più di 340mila iscritte, le donne queer condividono storie personali, chiedono consigli e si incoraggiano a vicenda. Scherzano. Creano. Insistono a volere non solo la metà, ma tutto il cielo.
Ting Lin per SupChina
traduzione di Pier Cesare Notaro
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