Cina, ragazzi gay-friendly in università omofobiche

A Pechino due uomini si sono sposati in pompa magna, con ospiti di riguardo e grande attenzione da parte dei media. Ma no, la Cina non ha deciso di riconoscere le nozze tra persone dello stesso sesso: Brian Davidson, console generale del Regno Unito nel paese asiatico, e l’americano Scott Chang sono stati dichiarati marito e marito nella residenza ufficiale dell’ambasciatore inglese, contraendo un matrimonio riconosciuto a Londra ma non a Pechino (shanghaiist.com). “L’amore è grande” ha commentato Davidson su weibo.com, il Twitter made in China: “Sono molto orgoglioso che oggi la legge nel Regno Unito mi permetta di avere gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino britannico per sposarmi con chiunque io voglia. Questo è un esempio molto concreto di come il Regno Unito pratichi l’uguaglianza tra tutti“. E sul web si è scatenato subito un acceso dibattito.

Una domanda che gli internauti si sono posti con insistenza è se la Cina oggi è pronta, o almeno si sta preparando, ad accogliere a braccia aperte i propri cittadini omosessuali. La risposta è ovviamente assai difficile, considerando che il paese è un gigante con oltre 1,3 miliardi di abitanti in bilico tra tradizione e modernità (ilgrandecolibri.com). I segnali sono discordanti e le contraddizioni non permettono una lettura limpida del presente, figurarsi una previsione attendibile per il futuro. Succede così che, poco dopo che Gallup ha rilevato come solo il 14% dei cinesi consideri il posto dove vive come accogliente nei confronti di gay e lesbiche (ilgrandecolibri.com), un altro sondaggio sembra promettere un futuro molto più positivo.

Baidu, il principale motore di ricerca cinese, ha intervistato migliaia di giovani nati negli anni Novanta, i quali si sono dichiarati molto conservatori per quanto riguarda relazioni sessuali e affettive, ma hanno anche affermato, con la schiacciante e sorprendente maggioranza dell’87%, di “accettare” le persone omosessuali (gaystarnews.com). Il dato è ancora più impressionante se si tiene conto che, come ha rivelato un rapporto dell’Associazione di gay e lesbiche nei campus in Cina (GLCAC), il 40% dei testi adottati dai corsi di psicologia nelle università cinesi definiscono l’omosessualità come una malattia e propongono modalità per curarla (gaystarnews.com), nonostante anche in Cina l’omosessualità sia stata depennata dalla lista dei disturbi mentali già da tredici anni.

Sommando pregiudizio sociale e pregiudizio veicolato persino da testi universitari, non sorprende che le terapie riparative, quell’insieme di pratiche pseudo-scientifiche che promettono di trasformare gay e lesbiche in perfetti eterosessuali (ilgrandecolibri.com), abbiano successo anche in Cina. Ma per fortuna qualcuno reagisce con forza. Un uomo sottoposto a elettroshock per essere “curato” dalla sua attrazione nei confronti di altri maschi ha denunciato Baidu per aver pubblicizzato la clinica che lo ha sottoposto a queste torture (marketwatch.com) e ha lanciato una petizione online per chiedere all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di condannare il tentativo di curare l’omosessualità in Cina, raccogliendo quasi 100mila adesioni in meno di venti giorni (allout.org).

Come evolverà la situazione dipende da numerosi fattori, alcuni evidenti e alcuni più difficili da cogliere. Di sicuro non va sottovalutato il ruolo dei soldi. Non lo sottovalutano gli organizzatori di una conferenza a Shanghai dedicata al marketing LGBT, che sognano l’esplodere di un mercato rainbow che potenzialmente potrebbe contare decine e decine di milioni di consumatori (adage.com). E non lo sottovaluta neppure Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, che ha magnificato gli investimenti cinesi in Africa perché, a differenza di quelli europei e americani, vengono fatti senza cercare di imporre “condizioni immorali” come la decriminalizzazione dell’omosessualità (zimeye.com). Mugabe ha capito quanto la Cina sia vicina anche su questi temi; e noi, invece?

 

Pier
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