“Promozione dei corretti diritti umani sessuali e dei valori familiari ghanesi“: è questo il titolo del disegno di legge che il parlamento del Ghana discuterà (e probabilmente approverà) nei prossimi giorni, poco dopo la sua riapertura. Le nuove norme sono già state definite come “la legge anti-LGBT più severa d’Africa“, dal momento che, come spiega l’avvocato Akoto Ampaw, una delle pochissime voci che si oppongono alla proposta, “viola praticamente tutte le libertà fondamentali garantite dalla costituzione, in particolare la libertà di parola e di espressione, il diritto di assemblea, la libertà di associazione e il diritto di organizzarsi“.
Se la proposta dovesse essere approvata, le persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) potrebbero finire in galera anche solo per un semplice gesto di affetto compiuto in pubblico o per il fatto di indossare un capo di abbigliamento ritenuto non adeguato al genere assegnato alla nascita. E alla pena carceraria si accompagnerà l’obbligo a sottoporsi alle cosiddette “terapie di conversione”, pratiche pseudo-scientifiche che pretendono di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone attraverso forme di tortura fisica e/o psicologica. Anche chi difenderà i diritti delle minoranze sessuali potrà essere processato e condannato a 10 anni di prigione.
2021, annus horribilis
A dire il vero, in Ghana l’omosessualità è già considerata un reato, punito con tre anni di carcere dalla sezione 104 del codice penale, una pesante eredità del colonialismo britannico. Questa disposizione di legge, in realtà, è rimasta più virtuale che reale fino all’anno scorso: la repressione delle minoranze sessuali era sostanzialmente affidata alla violenza sociale. I video di presunti omosessuali (o, meno frequentemente, di presunte lesbiche e persone trans) spogliati nudi, insultati, umiliati e picchiati pubblicati online negli ultimi anni non rappresentavano tanto un nuovo fenomeno o un peggioramento della situazione, ma più che altro la sua esposizione alla luce del sole su canali che prima non esistevano.
Il 2021, però, ha segnato un nuovo, drammatico interesse anche da parte delle istituzioni. Se l’episodio dell’arresto di massa di inizio aprile non è mai stato chiarito completamente, non ci sono dubbi sulla motivazione omofoba dell’arresto di 21 persone a fine maggio, vittime di un sequestro e portate davanti al giudice per aver participato a una “riunione illegale” e perché sospettate di essere LGBTQIA+. Ad agosto le accuse sono state lasciate cadere, ma la vicenda ha mostrato un cambiamento significativo nell’atteggiamento delle autorità ghanesi. Da dove nasce questo cambiamento? Per rispondere, conviene ripercorrere la storia facendo un passo indietro nel tempo grazie a un’inchiesta della CNN.
Bufera sul centro LGBT
È il gennaio del 2021 quando nella capitale Accra si inaugura la sede di LGBT+ Rights Ghana (Diritti LGBT+ in Ghana), il primo centro di sostegno per le minoranze sessuali, con arcobaleni dappertutto e l’intervento di rappresentanti dell’Unione Europea. Un evento probabilmente troppo mediatizzato, che non ha tenuto conto del contesto. Alex Kofi Donkor, direttore dell’organizzazione, lo riconosce: “Sapevamo che ci sarebbe stata opposizione, ma non pensavamo di questa portata: sembrava che ne parlasse tutto il paese“.
E in effetti le condanne contro il centro LGBTQIA+ sono piovute da ogni parte, dalle TV, dai giornali, dai pulpiti: politici di maggioranza e opposizione, leader tradizionali, rappresentanti religiosi e giornalisti hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa, inventando un complotto occidentale per reclutare i giovani ghanesi, farli diventare gay e distruggere il paese (ovviamente non si capisce assolutamente a quale scopo). Emmanuel Kwasi Bedzrah, uno dei promotori della legge in discussione, ricorda così l’inaugurazione del centro: “Cercavano di attirare le persone nel loro gregge, ma noi abbiamo notato che l’omosessualità si sta diffondendo a macchia d’olio nel paese“. Dopo neppure un mese e un raid di polizia, il centro è stato comunque chiuso.
Il Congresso dell’odio
In realtà, per capire ancora meglio tutta la storia conviene fare un ulteriore passo indietro, perché l’inaugurazione del centro è stata solo il pretesto per far scoppiare una bomba con la miccia già pronta. Torniamo alla fine del 2019. A ottobre il reverendo Moses Foh-Amoaning, responsabile della National Coalition for Proper Human Sexual Rights and Family Values (Coalizione nazionale per i corretti diritti umani sessuali e per i valori familiari) – il nome dell’associazione vi ricorda qualcosa? – lancia l’allarme: le Nazioni Unite vogliono insegnare l’omosessualità nelle scuole primarie ghanesi! La notizia è ovviamente una bufala, ma serve a giustificare l’organizzazione di una grande conferenza a novembre del Congresso mondiale delle famiglie.
Come ben sappiamo dopo l’incontro organizzato a Verona nel marzo 2019, il Congresso è una potente organizzazione statunitense nata nel 1997 grazie alla collaborazione tra fondamentalisti cristiani americani e esponenti della destra russa, galvanizzati dal crollo dell’Unione Sovietica. Lo scopo dichiarato è quello di difendere la famiglia, che, secondo il racconto complottista su cui si fonda l’organizzazione, una grande macchinazione della sinistra globale vorrebbe distruggere. Più concretamente, il Congresso finanzia politici e religiosi in tutto il mondo (incluso Moses Foh-Amoaning) per impedire la legalizzazione dell’aborto, del divorzio, dei rapporti tra persone dello stesso sesso o di qualsiasi rivendicazione della comunità LGBTQIA+.
Una gara di ipocrisia
“Le conferenze del Congresso mondiale delle famiglie sono una specie di incubatore di idee cattive – spiega Neil Datta, segretario del Forum del Parlamento europeo per i diritti sessuali e riproduttivi – Vari estremisti religiosi arrivano da diverse parti del mondo per incontrarsi e scambiarsi idee, poi le persone prendono quelle idee e le sviluppano nel proprio paese“. Ed è proprio quello che è successo ad Accra. Come testimoniano gli stessi partecipanti al meeting, gli americani hanno martellato sul pericolo della cospirazione LGBTQIA+ contro i valori familiari in Ghana e hanno proposto la formazione di team legali per cambiare le leggi nel paese e per creare controversie giudiziarie in modo da arrivare a sentenze contro i diritti delle minoranze sessuali.
Ora sulla stampa internazionale Brian S. Brown, presidente del Congresso mondiale delle famiglie, nega qualsiasi coinvolgimento con la proposta di legge presentata in parlamento, ma a smentirlo c’è chi (come l’arcivescovo cattolico Philip Naameh, presidente della Conferenza episcopale ghanese) ringrazia calorosamente l’organizzazione per il sostegno fornito. Intanto il fuoco dell’intolleranza divampa: la Chiesa pentecostale reclama provvedimenti per proteggere la “sicurezza nazionale” da un “peccato detestato da Dio“, mentre Osagyefo Agyeman Badu II, re tradizionale della regione di Bono, minaccia di invadere il parlamento con 10mila persone se non approverà la legge.
Chissà se il precipitare degli eventi e “la legge anti-LGBT più severa d’Africa” spingeranno le istituzioni italiane a fare marcia indietro sul “decreto paesi sicuri”, voluto dal governo Conte II: con quel provvedimento l’esecutivo ha stabilito, contro ogni evidenza, che le persone LGBTQIA+ non hanno problemi in Ghana e ha posto nuovi ostacoli a chi fa domanda di asilo perché perseguitatə per la propria identità di genere o per il proprio orientamento sessuale. È ora di cancellare questa vergogna, non è vero?
Pier Cesare Notaro
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Pier Cesare Notaro: “Antifascista, attivista per i diritti delle persone LGBTQIA e delle persone migranti, dottore di ricerca in scienze politiche, mi sono interessato da subito ai temi dell’intersezionalità” > leggi tutti i suoi articoli



